Dopo cinque anni cambia la politica americana verso l’Eritrea. Le sanzioni introdotte dall’amministrazione Biden nel 2021, nel pieno della guerra del Tigray, sono arrivate a scadenza e l’amministrazione Trump non ha rinnovato l’emergenza nazionale che ne costituiva la base giuridica.
Il passaggio è stato formalizzato il 18 settembre dall’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro americano.
Il documento ufficiale è molto chiaro: l’emergenza nazionale dichiarata attraverso l’Executive Order 14046 del 17 settembre 2021 è scaduta. In conseguenza di quella scadenza, l’OFAC ha eliminato dalla lista degli Specially Designated Nationals and Blocked Persons i soggetti che erano stati designati sulla base di quell’ordine esecutivo.
Escono così dalla blacklist americana le Eritrean Defense Forces, il People’s Front for Democracy and Justice (PFDJ), Hidri Trust, Red Sea Trading Corporation e due funzionari eritrei, Abraha Kassa Nemariam e Hagos Ghebrehiwet W Kidan.
Non è quindi tecnicamente una revoca anticipata decisa da Donald Trump. È qualcosa di diverso e politicamente altrettanto significativo: il regime costruito da Biden è arrivato alla propria scadenza e la nuova amministrazione ha scelto di non mantenerlo in vita.
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Per capire il significato della decisione bisogna tornare alla guerra esplosa nel nord dell’Etiopia nel novembre 2020.
Da una parte c’era il governo federale guidato dal primo ministro Abiy Ahmed. Dall’altra il Tigray People’s Liberation Front (TPLF), la forza politica che governava la regione del Tigray e che per quasi trent’anni aveva esercitato un ruolo dominante nel sistema politico etiope.
L’Eritrea entrò nel conflitto al fianco delle forze federali.
Il suo intervento ebbe un peso militare importante nel sostegno al governo di Addis Abeba in una guerra che, in alcune delle sue fasi più critiche, arrivò a mettere seriamente sotto pressione lo stesso potere federale.
Per Asmara, inoltre, il confronto con il TPLF aveva radici molto più lontane.
La leadership tigrina aveva avuto un ruolo centrale nell’Etiopia che combatté contro l’Eritrea nella sanguinosa guerra di confine del 1998-2000. La successiva contrapposizione tra Asmara e il TPLF aveva segnato per quasi due decenni gli equilibri dell’intera regione.
Quando nel 2020 scoppiò la guerra del Tigray, dunque, l’Eritrea non entrò in uno scenario completamente nuovo: tornava a confrontarsi militarmente con una forza politica con la quale aveva alle spalle una lunga storia di ostilità.
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Fu in questo contesto che il 17 settembre 2021 Joe Biden firmò l’Executive Order 14046, creando un regime straordinario di sanzioni legato alla crisi etiope.
Nel novembre successivo l’amministrazione americana utilizzò quello strumento per colpire direttamente alcuni dei principali centri politici, militari ed economici eritrei.
Nella blacklist finirono le Eritrean Defense Forces, il PFDJ, partito guidato dal presidente Isaias Afwerki, Hidri Trust, Red Sea Trading Corporation e due funzionari.
Washington giustificò allora la propria scelta sulla base della lettura che l’amministrazione Biden dava del conflitto e del ruolo eritreo nella guerra.
Asmara contestò fin dall’inizio quelle misure e le accuse sulle quali erano state costruite, considerandole ingiustificate e politicamente orientate.
È un elemento importante perché consente di leggere correttamente ciò che è avvenuto cinque anni dopo: non c’è stato un nuovo procedimento contro l’Eritrea, né una nuova proroga delle misure. L’emergenza è semplicemente arrivata alla propria scadenza e l’amministrazione Trump non l’ha rinnovata.
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La cancellazione riguarda alcuni dei centri più importanti del sistema politico, militare ed economico eritreo.
Dalla lista OFAC escono innanzitutto le Eritrean Defense Forces, cioè le forze armate eritree.
Viene cancellato anche il People’s Front for Democracy and Justice, il PFDJ, guidato dal presidente Isaias Afwerki.
Escono inoltre dalla blacklist Hidri Trust e Red Sea Trading Corporation, insieme ad Abraha Kassa Nemariam e Hagos Ghebrehiwet W Kidan.
L’atto pubblicato dall’OFAC il 18 settembre elenca esplicitamente tutte queste cancellazioni e le collega alla medesima ragione: la scadenza dell’emergenza proclamata nel 2021.
A uscire dal regime sanzionatorio sono quindi contemporaneamente apparato militare, partito di governo e importanti strutture economiche eritree.
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È probabilmente questo il punto politico più interessante.
L’amministrazione Trump non ha avuto bisogno di emanare un provvedimento per “cancellare” anticipatamente le sanzioni.
Ha semplicemente scelto di non prorogare l’emergenza nazionale voluta da Biden.
La distinzione può apparire tecnica, ma non lo è.
Le emergenze nazionali americane possono essere mantenute in vigore attraverso successive proroghe. In questo caso ciò non è avvenuto.
Il 17 settembre l’Executive Order 14046 ha esaurito i propri effetti. Il giorno successivo l’OFAC ha aggiornato la blacklist, cancellando le designazioni che dipendevano da quell’ordine.
La scelta politica di Washington sta quindi soprattutto in ciò che non è stato fatto: Trump non ha rinnovato uno strumento creato dall’amministrazione precedente.
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Nel frattempo il quadro che aveva prodotto quelle sanzioni è profondamente mutato.
La guerra del Tigray si è conclusa formalmente nel novembre 2022 con gli accordi di Pretoria tra il governo federale etiope e il TPLF.
Ma la fine di quella guerra non ha stabilizzato definitivamente il Corno d’Africa.
È accaduto, anzi, qualcosa che nel 2020 sarebbe apparso paradossale.
L’Eritrea che aveva combattuto al fianco del governo federale etiope si trova oggi nuovamente in una situazione di forte tensione con Addis Abeba.
Al centro c’è soprattutto una questione che riguarda direttamente la sopravvivenza strategica dell’Etiopia: l’accesso al mare.
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Addis Abeba è priva di accesso diretto al mare dall’indipendenza dell’Eritrea nel 1993.
Negli ultimi anni Abiy Ahmed ha riportato la questione al centro del dibattito politico etiope, insistendo sulla necessità di assicurare al Paese un accesso stabile alle rotte marittime.
Ad Asmara queste rivendicazioni vengono osservate con grande attenzione.
Ed è qui che la storia assume un significato particolare.
Nel momento più difficile della guerra del Tigray, le forze eritree avevano combattuto al fianco dell’esercito federale etiope. Cinque anni dopo, proprio il rapporto con il governo di Abiy è tornato a rappresentare uno dei principali elementi di instabilità regionale.
Il sistema di alleanze del 2020 non esiste più.
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Ma c’è soprattutto un elemento che rende la fine delle sanzioni particolarmente interessante per Washington: la posizione geografica dell’Eritrea.
Il Paese possiede oltre mille chilometri di costa sul Mar Rosso.
A sud si trova il porto di Assab, non lontano da Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano.
Dall’altra parte c’è lo Yemen.
Attraverso questa rotta passa una parte fondamentale del traffico che collega Asia, Medio Oriente ed Europa attraverso il Canale di Suez.
Negli ultimi anni il Mar Rosso è tornato a essere uno dei punti più delicati della sicurezza internazionale. Gli attacchi alla navigazione, la crisi yemenita e la crescente instabilità regionale hanno trasformato Bab el-Mandeb in un passaggio ancora più strategico.
E sulla sponda africana di quel mare c’è proprio l’Eritrea.
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La fine delle sanzioni, del resto, non arriva completamente a sorpresa.
Già nei mesi precedenti l’amministrazione Trump aveva mostrato l’intenzione di modificare il rapporto con Asmara.
La scelta di lasciare scadere il regime introdotto da Biden si inserisce quindi in un quadro molto più ampio: Washington deve ripensare la propria presenza nel Corno d’Africa mentre il Mar Rosso acquista un peso crescente nella sicurezza commerciale e militare internazionale.
La base giuridica della fine delle sanzioni resta precisa: l’emergenza è scaduta e non è stata rinnovata.
Ma la politica estera non vive soltanto di procedure.
La domanda diventa allora perché, nel 2026, gli Stati Uniti non abbiano più ritenuto necessario mantenere uno strumento costruito nel 2021.
E una parte della risposta si trova inevitabilmente sulla carta geografica.
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Per l’Eritrea la conclusione del regime sanzionatorio rappresenta inevitabilmente un risultato.
Il governo di Isaias Afwerki aveva sempre contestato le misure dell’amministrazione Biden e la loro legittimità.
La loro scadenza libera ora esercito, PFDJ e importanti strutture economiche eritree da uno dei principali strumenti di pressione utilizzati da Washington negli ultimi cinque anni.
Non significa che Stati Uniti ed Eritrea siano improvvisamente diventati alleati.
Significa però che viene meno un ostacolo significativo alla possibilità di costruire un rapporto diverso.
E questo avviene proprio mentre Washington ha nuove ragioni per guardare ad Asmara.
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Serve comunque una precisazione.
La decisione del 18 settembre riguarda le designazioni adottate nell’ambito dell’Executive Order 14046, cioè lo specifico programma nato in risposta alla crisi etiope.
Non significa automaticamente che qualsiasi misura americana riferibile all’Eritrea sia stata cancellata.
Il dato certo è quello certificato dall’OFAC: l’emergenza del 2021 è scaduta e i soggetti designati sulla base di quell’ordine sono stati rimossi dalla lista SDN.
Parlare della fine di quel regime di sanzioni è quindi più preciso che parlare indistintamente della cancellazione di ogni misura americana nei confronti dell’Eritrea.
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La fine delle sanzioni non deve necessariamente essere interpretata come una revisione storica da parte di Washington di tutto ciò che accadde durante la guerra del Tigray.
L’atto dell’OFAC non entra in quel dibattito.
Dice una cosa molto più semplice: l’emergenza è terminata e le designazioni che dipendevano da essa vengono eliminate.
Ma fermarsi all’aspetto amministrativo significherebbe perdere la trasformazione avvenuta nel frattempo.
Cinque anni fa Washington guardava all’Eritrea quasi esclusivamente attraverso il conflitto etiope.
Oggi deve guardarla anche attraverso il Mar Rosso.
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La geografia, a differenza delle sanzioni, non scade.
L’Eritrea continua a occupare una posizione eccezionale lungo una delle rotte marittime più importanti del pianeta.
Assab è vicina a Bab el-Mandeb. Dall’altra parte dello stretto c’è uno Yemen profondamente instabile. Più a nord si apre la rotta verso Suez e il Mediterraneo.
E intorno a quell'area si concentrano oggi interessi americani, europei, mediorientali e asiatici.
È in questo scenario che la fine delle sanzioni assume un significato che va oltre la semplice cancellazione di alcuni nomi dalla lista del Tesoro.
Washington non ha bisogno di trasformare immediatamente Asmara in un alleato.
Ha però molte più ragioni rispetto a cinque anni fa per evitare che l’Eritrea resti completamente fuori dal proprio sistema di relazioni regionali.
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Nel novembre del 2021 l’amministrazione Biden inseriva esercito eritreo, PFDJ, Hidri Trust e Red Sea Trading Corporation nella propria blacklist.
Il 18 settembre 2026 gli stessi soggetti sono stati cancellati dalla lista collegata all’Executive Order 14046.
Tra quelle due date è cambiato quasi tutto.
La guerra del Tigray è terminata. L’alleanza militare di fatto tra Asmara e Addis Abeba appartiene al passato. Etiopia ed Eritrea sono tornate a guardarsi con diffidenza. La questione dell’accesso al mare è riemersa e il Mar Rosso è diventato ancora più importante per gli equilibri internazionali.
È dentro questa trasformazione che va letta la decisione americana.
Le sanzioni di Biden sono arrivate a scadenza e Trump non le ha rinnovate.
Non occorre attribuire alla decisione significati che Washington non ha dichiarato ufficialmente. Basta osservare ciò che è cambiato intorno all’Eritrea.
Nel 2021 gli Stati Uniti guardavano ad Asmara soprattutto attraverso la guerra del Tigray.
Nel 2026 devono guardarla dalla prospettiva del Mar Rosso.
Ed è qui che la vicenda diventa più interessante della semplice scadenza di un provvedimento.
Perché Washington non ha cancellato la geografia dell’Eritrea insieme alle sanzioni.
Al contrario: proprio adesso quella geografia conta più che mai.
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