Abu Mazen verso il rinvio delle elezioni palestinesi: a rischio il primo voto dopo vent'anni

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Corinna Pindaro

Le elezioni legislative del 28 novembre potrebbero saltare dopo un'intesa tra le fazioni palestinesi al Cairo. Fatah prende tempo, Hamas apre al rinvio e l'opposizione accusa la leadership di Ramallah di voler evitare le urne. L'Europa chiede garanzie democratiche

Abu Mazen verso il rinvio delle elezioni palestinesi: a rischio il primo voto dopo vent'anni

Le elezioni palestinesi rischiano di saltare ancora una volta. A meno di due mesi dal voto del 28 novembre, che avrebbe dovuto restituire ai cittadini di Gaza e della Cisgiordania la possibilità di eleggere il proprio Parlamento dopo vent'anni, si fa sempre più concreta l'ipotesi di un rinvio. E al centro della vicenda torna Mahmoud Abbas, Abu Mazen, presidente dell'Autorità nazionale palestinese dal 2005 e protagonista di una lunga stagione politica segnata dall'assenza di consultazioni nazionali.

La svolta è arrivata dai colloqui tra le fazioni palestinesi al Cairo. Mohammad al-Hindi, vicesegretario generale della Jihad islamica, ha riferito all'Associated Press che le organizzazioni hanno raggiunto un'intesa per posticipare le elezioni e riprendere il dialogo nazionale. Fatah, il movimento guidato da Abbas, non ha però confermato formalmente l'accordo, spiegando che la decisione dovrà essere valutata dagli organismi dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina.

Il rinvio, dunque, appare sempre più probabile, ma non è ancora ufficiale. Secondo fonti palestinesi, il presidente potrebbe pronunciarsi già nei prossimi giorni.

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La data era stata fissata il 9 luglio scorso con un decreto presidenziale. Il 28 novembre i palestinesi avrebbero dovuto eleggere i membri del Consiglio legislativo, il Parlamento dell'Autorità nazionale palestinese, attraverso una consultazione estesa alla Cisgiordania, a Gerusalemme Est e alla Striscia di Gaza.

Sarebbe stata la prima elezione legislativa dal 2006.

Ancora il 27 settembre la Commissione elettorale centrale aveva ribadito che il calendario sarebbe rimasto invariato, nonostante la proroga dei termini per presentare le candidature fino al 13 ottobre.

Ora, invece, la prospettiva è cambiata. Le riunioni tenute al Cairo hanno aperto la strada a un possibile accordo per rinviare il voto, mentre le delegazioni palestinesi proseguono le consultazioni per stabilire come procedere.

Secondo l'agenzia palestinese SadaNews, Abu Mazen potrebbe assumere una decisione dopo una riunione del Comitato esecutivo dell'Olp, prevista nei prossimi giorni. Un eventuale nuovo calendario elettorale dovrebbe essere discusso anche con i partner internazionali.

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La motivazione ufficialmente richiamata dalle fazioni riguarda soprattutto le condizioni nelle quali dovrebbe svolgersi la consultazione.

A Gaza, devastata dalla guerra, l'organizzazione di un'elezione nazionale presenta ostacoli enormi. Intere aree sono state distrutte, una parte consistente della popolazione è sfollata e le infrastrutture necessarie per allestire i seggi e garantire le operazioni di voto risultano gravemente compromesse.

A queste difficoltà si aggiunge la questione di Gerusalemme Est.

L'Autorità palestinese denuncia che Israele avrebbe impedito ai funzionari della Commissione elettorale di raggiungere Gaza e Gerusalemme per preparare la consultazione. La vicenda è stata riferita dall'agenzia palestinese Wafa, mentre non risulta una risposta israeliana specifica alle accuse riportate.

Per Ramallah, la partecipazione degli abitanti di Gerusalemme Est è una condizione politica essenziale. Svolgere elezioni senza di loro significherebbe, secondo la leadership palestinese, rinunciare a un principio legato alla rivendicazione della città come capitale di un futuro Stato.

La Commissione elettorale aveva comunque dichiarato di essere al lavoro per superare gli ostacoli tecnici, lasciando intendere che le difficoltà non rendessero automaticamente impossibile il voto.

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Il confronto non riguarda soltanto la logistica.

La decisione sul voto si intreccia con gli equilibri tra Fatah, Hamas e le altre organizzazioni palestinesi, divise da quasi vent'anni sul controllo delle istituzioni e sulla rappresentanza politica.

Fatah sostiene di voler arrivare alle elezioni, ma ritiene necessario un consenso tra le fazioni sulle condizioni e sui tempi della consultazione. Il portavoce Abdel Fattah Dolah ha spiegato che la questione sarà affrontata nel dialogo nazionale e nelle sedi dell'Olp.

Anche Hamas ha aperto alla possibilità di un rinvio, purché serva a riavviare un confronto politico capace di superare le divisioni interne.

La Jihad islamica si è spinta oltre, annunciando che un'intesa per il rinvio sarebbe già stata raggiunta.

Non tutte le organizzazioni, tuttavia, condividono questa scelta. Il Fronte democratico per la liberazione della Palestina ha espresso riserve, richiamando la necessità di non compromettere ulteriormente la legittimità delle istituzioni palestinesi.

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Il problema della rappresentanza democratica è il nodo più delicato della vicenda.

Mahmoud Abbas è stato eletto presidente dell'Autorità nazionale palestinese nel gennaio 2005, dopo la morte di Yasser Arafat. Il suo mandato originario è scaduto nel 2009, ma da allora ha continuato a esercitare la carica senza nuove elezioni presidenziali.

Anche il Parlamento è rimasto bloccato.

Nel 2006 Hamas conquistò la maggioranza dei seggi del Consiglio legislativo, sconfiggendo Fatah. Il risultato aprì una fase di tensioni culminata nel 2007 con la presa del controllo di Gaza da parte di Hamas e la separazione politica tra la Striscia e la Cisgiordania, dove l'Autorità palestinese ha mantenuto la propria sede a Ramallah.

Da quel momento non si sono più svolte elezioni legislative nazionali.

Nel 2018 Abbas ha sciolto il Consiglio legislativo e ha continuato a governare attraverso decreti presidenziali.

Nel 2021 aveva annunciato nuove elezioni parlamentari e presidenziali, salvo poi rinviarle a tempo indeterminato, citando l'impossibilità di garantire il voto a Gerusalemme Est.

Per i critici della sua leadership, anche allora le difficoltà organizzative avevano finito per offrire una giustificazione a una scelta politica. Il timore è che lo stesso scenario possa ripetersi oggi.

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Tra le voci più critiche c'è quella di Samer Sinijlawi, esponente politico palestinese ed ex dirigente giovanile di Fatah, oggi legato al progetto Masar Jadid, Nuova Strada.

In un appello rivolto ai governi europei, Sinijlawi ha denunciato il rischio che le elezioni vengano rinviate prima ancora che i cittadini possano esprimersi.

Secondo il dirigente, la consultazione rappresenta un'occasione particolarmente importante per i giovani palestinesi, molti dei quali non hanno mai partecipato a elezioni nazionali.

Sinijlawi ha inoltre accusato il vicepresidente dell'Autorità palestinese Hussein al-Sheikh di favorire il rinvio per consolidare gli equilibri interni e preparare una successione politica senza passare dalle urne.

Si tratta di accuse dell'opposizione, non di circostanze accertate.

Il loro peso politico è però evidente: il rinvio delle elezioni rischia di alimentare ulteriormente il confronto sulla legittimità della leadership di Ramallah e sulla possibilità di un ricambio dopo oltre due decenni.

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La prospettiva del rinvio preoccupa anche i partner internazionali dell'Autorità palestinese.

L'Unione europea considera il rinnovamento delle istituzioni e il rafforzamento della rappresentanza democratica elementi importanti del percorso di riforma palestinese.

L'Alta rappresentante europea Kaja Kallas ha recentemente ribadito che i palestinesi devono poter scegliere i propri rappresentanti attraverso elezioni credibili, inclusive e trasparenti.

Il vicepresidente dell'Autorità palestinese Hussein al-Sheikh ha chiesto, a sua volta, un sostegno europeo per superare gli ostacoli che impediscono l'organizzazione del voto a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

La posizione di Bruxelles rende il rinvio particolarmente delicato. L'Autorità palestinese ha bisogno del sostegno economico e diplomatico europeo, ma deve anche dimostrare di poter avviare quel processo di riforma che gli interlocutori internazionali chiedono da tempo.

Una nuova cancellazione delle elezioni rischierebbe di aggravare una crisi di credibilità già profonda.

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A rendere più complessa la situazione contribuiscono anche i nuovi equilibri tra le fazioni.

In vista delle elezioni era emersa la possibilità di un'intesa tra Hamas, Jihad islamica e l'area politica vicina a Mohammed Dahlan, ex dirigente di Fatah da anni in contrasto con Abbas.

Una convergenza che avrebbe potuto modificare gli equilibri della competizione elettorale e rappresentare una sfida per la leadership di Ramallah.

Il rinvio arriva dunque in un momento in cui il voto avrebbe potuto segnare non soltanto il ritorno alle urne, ma anche una ridefinizione degli assetti politici palestinesi.

È su questo terreno che si confrontano interpretazioni differenti. Per i sostenitori del rinvio, senza condizioni di sicurezza e un'intesa nazionale le elezioni rischiano di accentuare le divisioni. Per i contrari, rinunciare ancora una volta al voto significa lasciare irrisolta proprio la crisi di rappresentanza che quelle divisioni alimenta.

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Il prossimo passaggio sarà la posizione ufficiale di Abu Mazen.

Per il momento il decreto che fissa le elezioni al 28 novembre non risulta revocato e la Commissione elettorale non ha annunciato la cancellazione della consultazione.

Ma l'accordo preliminare emerso al Cairo, le dichiarazioni della Jihad islamica e l'apertura di Hamas hanno cambiato sensibilmente lo scenario.

A vent'anni dalle ultime elezioni legislative e a oltre diciassette anni dalla scadenza del mandato presidenziale di Abbas, i palestinesi rischiano così di vedere nuovamente rinviata la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.

La questione non riguarda soltanto una data sul calendario. Riguarda il futuro delle istituzioni palestinesi, la ricostruzione politica di Gaza e la credibilità di una leadership chiamata a rappresentare un popolo che da due decenni non vota per il proprio Parlamento.

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