Australia, vittoria dei laburisti: l’effetto Trump rilancia i progressisti

di

Carlo Longo
Australia, vittoria dei laburisti: l’effetto Trump rilancia i progressisti

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australiaL’Australia conferma Anthony Albanese come primo ministro, con una vittoria netta che segna un’altra battuta d’arresto per il trumpismo internazionale. Dopo il recente successo dei progressisti in Canada, anche a Canberra i conservatori subiscono una sconfitta che in molti attribuiscono, almeno in parte, alla retorica aggressiva e protezionista tornata in auge con la nuova presidenza Trump.

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Stando ai primi dati ufficiali, il Partito Laburista ha ottenuto un margine di vantaggio chiaro sull’alleanza Liberal-Nazionale guidata da Peter Dutton. Quest’ultimo ha addirittura perso il proprio seggio nella città di Brisbane, battuto da Alice France, candidata laburista ed ex atleta paraolimpica. È una sconfitta storica che costringe Dutton a lasciare la politica dopo 24 anni: “È il momento di farmi da parte”, ha dichiarato ai suoi sostenitori.

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Albanese, di origini italiane, si conferma così il primo leader australiano a essere rieletto dopo vent’anni, replicando quanto riuscì a John Howard nel 2004. Ma dietro il risultato elettorale c’è anche un chiaro segnale geopolitico: il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump ha influito negativamente sui candidati conservatori in Australia, così come era accaduto pochi giorni prima in Canada.

Le politiche isolazioniste e i dazi imposti da Trump contro partner storici come l’Australia hanno generato malcontento tra gli elettori, soprattutto tra i giovani – che costituiscono quasi metà dell’elettorato australiano – fortemente contrari al populismo e al nazionalismo trumpiano.

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A differenza della sua campagna del 2022 incentrata sul contenimento della Cina, questa volta Albanese ha puntato il dito contro la politica estera americana sotto Trump, proponendosi come difensore degli interessi australiani in un’alleanza più equa. Dutton, invece, ha cercato di cavalcare l’onda trumpista, allineandosi con slogan e posizioni del movimento MAGA. Ma questo approccio si è rivelato controproducente, e la sua marcia indietro nelle ultime settimane non è bastata a contenere l’emorragia di consensi.

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Il voto australiano si inserisce in un contesto geopolitico più ampio. Canberra, come Ottawa, fa parte dei Five Eyes, il consorzio d’intelligence tra paesi anglofoni, e mantiene un legame simbolico con la monarchia britannica attraverso il Commonwealth. Se da un lato questi vincoli appaiono obsoleti a una parte crescente della popolazione, dall’altro rappresentano oggi un contrappeso rispetto a un’America percepita come meno affidabile sotto la leadership di Trump.

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I media australiani parlano già di un nuovo “miracolo al contrario” firmato Trump: la sua influenza ha paradossalmente rafforzato le forze progressiste, come già accaduto in Canada. Il messaggio che ne esce rafforzato è che, per i partiti di centrosinistra nel mondo occidentale, la distanza netta dal populismo di destra può diventare un vantaggio competitivo. Una lezione che, forse, altri leader europei – come Keir Starmer nel Regno Unito – dovranno prima o poi considerare.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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