Bin Salman chiama Trump per fermare l'attacco all'Iran: il pressing saudita che cambia gli equilibri in Medio Oriente

di

Corinna Pindaro

Mohammed bin Salman avrebbe convinto Donald Trump a rinviare l'attacco contro l'Iran. Dietro la scelta americana il ruolo decisivo della diplomazia saudita e dei leader del Golfo

Bin Salman chiama Trump per fermare l'attacco all'Iran: il pressing saudita che cambia gli equilibri in Medio Oriente

Dietro la decisione di Donald Trump di rinviare il previsto attacco militare contro l'Iran ci sarebbe una intensa iniziativa diplomatica guidata dall'Arabia Saudita. Secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente americano, il principe ereditario Mohammed bin Salman, insieme all'emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani e al presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed, avrebbe chiesto a Washington di concedere altro tempo alla diplomazia prima di procedere con l'operazione militare.

Trump ha spiegato di aver accolto la richiesta dei leader del Golfo, ordinando alle forze armate statunitensi di sospendere l'attacco programmato, pur mantenendo le truppe in stato di massima allerta nel caso in cui i negoziati dovessero fallire.

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L'iniziativa attribuisce a Mohammed bin Salman un ruolo centrale nella ricerca di una de-escalation regionale.

Per Riyad, un conflitto diretto tra Stati Uniti e Iran rappresenterebbe infatti un rischio enorme sia per la sicurezza del Golfo sia per la stabilità del mercato energetico mondiale. La priorità saudita resta quella di evitare un'escalation che possa compromettere la navigazione nello Stretto di Hormuz e mettere a rischio le esportazioni di petrolio dell'intera regione.

Negli ultimi mesi l'Arabia Saudita ha intensificato i contatti diplomatici con Washington e con gli altri attori regionali, cercando di favorire una soluzione negoziale alla crisi.

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Pur annunciando la sospensione dell'operazione, Trump ha ribadito che la decisione non rappresenta un passo indietro definitivo.

Il presidente americano ha chiarito che gli Stati Uniti restano pronti a lanciare un'azione militare "su un momento di preavviso" qualora non si arrivi rapidamente a un accordo ritenuto soddisfacente da Washington e dai suoi alleati. Tra le condizioni indicate figurano la riapertura dello Stretto di Hormuz e garanzie sul programma nucleare iraniano.

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Dall'altra parte, però, la risposta iraniana è stata molto più prudente.

Le autorità di Teheran hanno negato l'esistenza di negoziati diretti con gli Stati Uniti, sostenendo che le interlocuzioni in corso riguardino esclusivamente il dialogo con l'Oman sulla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Una versione che contrasta con quella fornita dalla Casa Bianca e contribuisce a mantenere elevata l'incertezza sull'effettivo stato delle trattative.

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Il rinvio dell'attacco ha comunque avuto un effetto immediato sui mercati, con il calo del prezzo del petrolio e un temporaneo allentamento delle tensioni finanziarie.

Resta però una tregua estremamente fragile. Washington continua a mantenere una forte presenza militare nella regione, mentre l'Iran ribadisce di essere pronto a reagire a qualsiasi iniziativa ostile. In questo scenario, il ruolo di mediazione esercitato dall'Arabia Saudita e dagli altri Paesi del Golfo potrebbe rivelarsi determinante per evitare che la crisi si trasformi in un conflitto aperto dalle conseguenze imprevedibili per l'intero Medio Oriente.

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