di Guido Talarico
Nel centrosinistra si continua a ripetere che prima viene il programma e poi i nomi. Ma a pochi mesi dalla sfida del 2027 è proprio il nome a paralizzare il campo largo. Uno stallo alla messicana dove Pd, Movimento 5 Stelle e Avs hanno ritrovato la foto di gruppo, ma non il volto da opporre a Giorgia Meloni, che arriverà alle urne con una leadership fuori discussione.
Secondo quanto raccontano fonti autorevoli della sinistra italiana, la partita tra Elly Schlein e Giuseppe Conte sarebbe così arrivata a un punto morto. Non tanto per mancanza di consensi, ma per l'effetto che la vittoria dell'uno avrebbe sull'elettorato dell'altro. È il paradosso che i sondaggisti descrivono da mesi: con Schlein candidata, una parte consistente degli elettori pentastellati rischierebbe di disperdersi, spingendo il Movimento sotto il 10%. Con Conte in campo, sarebbe il Pd ad aprire una crisi di guida e di consensi, con il rischio di scivolare sotto il 20%. Due leader che hanno costruito l'alleanza, e che proprio per questo sembrano non poterla guidarla senza indebolirla.
I numeri, del resto, non sciolgono il nodo. L'ultimo sondaggio YouTrend per Sky TG24 vede Schlein in testa in un'eventuale sfida alle primarie, ma con un vantaggio che si riduce sensibilmente quando cresce l'affluenza: dal 38,6% al 30,9%, con Conte stabile intorno al 27%. E sul metodo la base è spaccata: il 41% vorrebbe il leader del partito più votato, il 26% le primarie, il 25% un accordo tra i leader. Primarie che, nei corridoi del Nazareno come in quelli pentastellati, qualcuno ha già ribattezzato un possibile bagno di sangue.
È in questo vuoto sostanziale che, secondo le nostre fonti, prende corpo l'ipotesi Paolo Gentiloni. Il nome dell'ex presidente del Consiglio circolava da tempo come suggestione, il classico papa straniero evocato nei momenti di impasse. Oggi invece, raccontano, sarebbe diventato il candidato più probabile. Gentiloni ha guidato il governo tra il 2016 e il 2018 e ha poi trascorso cinque anni a Bruxelles come commissario europeo all'Economia, un incarico che ne ha consolidato il prestigio internazionale e il rapporto con le cancellerie e i mercati. È un profilo autorevole che rassicura i moderati e l'area riformista, non divide il Pd e, soprattutto, non umilia nessuno dei due contendenti: né Schlein né Conte sarebbero costretti a riconoscere la vittoria dell'altro.
A lavorare all'operazione, riferiscono le stesse fonti, sarebbe Goffredo Bettini, lo storico dirigente dem che da anni è considerato il vero king maker del partito. Proprio Bettini è stato tra i primi e più convinti teorici dell'alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle, e per questo gode di un credito che va oltre i confini del Pd. Nel suo schema Gentiloni rappresenterebbe la sintesi possibile: una figura di garanzia capace di tenere insieme il campo largo senza che nessuno dei partiti perda la faccia.
Decisivo sarebbe anche il via libera di Roberto Gualtieri. Il sindaco di Roma è stato a lungo indicato come uno dei possibili terzi nomi, forte della sua esperienza da ministro dell'Economia nel secondo governo Conte, un profilo gradito tanto ai dem quanto ai pentastellati. Ma secondo le nostre fonti Gualtieri non avrebbe alcuna intenzione di lasciare il Campidoglio, dove si sente e si vede meglio che a Palazzo Chigi. Da qui il suo placet all'ipotesi Gentiloni, che gli consentirebbe di restare alla guida della Capitale senza entrare nella contesa nazionale.
Restano gli altri nomi evocati in questi mesi. Appoggiata da sempre anche da Matteo Renzi, la sindaca di Genova Silvia Salis, la più forte nei sondaggi tra gli outsider, continua a sfilarsi e a ripetere di occuparsi della sua città. L'ex capo della Polizia Franco Gabrielli è la carta che alcuni ambienti considerano più efficace sul terreno della sicurezza, ma non ha mai affrontato una campagna elettorale.
L'operazione Gentiloni, tuttavia, è tutt'altro che chiusa. Schlein non ha mai dato segnali di voler rinunciare alla consultazione, che considera la sola via per legittimare la propria candidatura. Conte, dal canto suo, dovrebbe accettare un candidato che per storia e collocazione è più vicino all'area riformista del Pd che alla sensibilità del Movimento, soprattutto su politica estera e difesa. E lo stesso Gentiloni, finora, si è tenuto lontano da ogni esposizione. Ma nel campo largo, dove ogni nome brucia in fretta, il silenzio è spesso il modo migliore per restare in partita. E poi, come dice un vecchio sodale di Massimo d'Alema, se a sinistra vogliono giocare a perdere anche questa partita facciano pure le primarie. Comunque vadano sarà un insuccesso.
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