Link to Domani trilsterale con la Russia. E dal palcoscenico svizzero, Trump lancia il suo Board of Peace, che immagina come un'alternativa all'OnuDomani trilsterale con la Russia. E dal palcoscenico svizzero, Trump lancia il suo Board of Peace, che immagina come un'alternativa all'Onu
A Davos, Volodymyr Zelensky ha occupato il centro della scena politica, trasformando il Forum in un banco di prova per l’Occidente. Nel suo discorso, aperto con il paragone al Giorno della Marmotta, ha descritto l’Ucraina come prigioniera di una guerra che si ripete perché le decisioni cruciali vengono rinviate. Il suo messaggio è stato chiaro: la fine del conflitto è possibile, ma solo con garanzie di sicurezza immediate, credibili e vincolanti, che senza gli Stati Uniti non possono esistere. Zelensky ha riservato le critiche più dure all’Unione europea. Ha denunciato la mancanza di volontà politica nell’utilizzo degli asset russi congelati, definendo lo stallo “una vittoria per Putin”, e ha accusato l’Europa di apparire divisa, timorosa di irritare Washington e incapace di affermarsi come potenza strategica. Senza una difesa comune e forze armate europee realmente integrate, ha avvertito, l’Ue resterà dipendente dagli Usa e vulnerabile alle pressioni esterne. Da qui l’appello a smettere di “aspettare l’America” e a diventare una forza globale che anticipa gli eventi invece di subirli.
Il leader ucraino ha però riconosciuto che la chiave diplomatica resta a Washington. L’incontro con Donald Trump, definito “produttivo e sostanziale”, ha riattivato il canale negoziale: i documenti per porre fine alla guerra sarebbero ormai quasi pronti e si prepara una trilaterale tra Stati Uniti, Russia e Ucraina negli Emirati Arabi Uniti. Trump, da parte sua, ha ribadito che “la guerra deve finire” e ha lasciato intendere che l’evoluzione dipenderà anche dalle scelte di Mosca.Sul palcoscenico di Davos, Trump ha inoltre lanciato il Board of Peace, una nuova architettura internazionale per la gestione dei conflitti, presentata come uno strumento operativo più che simbolico. Alla firma hanno aderito 19 Paesi, tra cui Argentina, Ungheria, Armenia e Azerbaigian. L’iniziativa, che intreccia pace, ricostruzione e interessi geopolitici (in particolare su Gaza), ha suscitato consensi ma anche ironie e scetticismo, diventando un ulteriore elemento di pressione sugli equilibri globali.
In parallelo, l’Europa ha cercato di mostrare compattezza. Da Bruxelles, Macron e Merz hanno rivendicato i risultati dell’unità europea, soprattutto sul dossier Groenlandia e sul raffreddamento delle tensioni con Washington, mentre diversi leader hanno ribadito l’importanza del legame transatlantico pur respingendo logiche di coercizione. Tuttavia, il contrasto tra queste dichiarazioni e le accuse di Zelensky resta evidente.Il quadro che emerge da Davos è quello di una fase di transizione delicata: la diplomazia si rimette in moto, gli Stati Uniti tornano a dettare il ritmo e l’Ucraina intravede una possibile uscita dal conflitto. Ma il nodo centrale resta politico: l’Europa è chiamata a decidere se restare un attore reattivo o assumersi finalmente il ruolo strategico che Zelensky le chiede, prima che altri scrivano il finale della guerra al suo posto.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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