Eritrea ed Etiopia sull'orlo di una nuova guerra: Asmara chiede l'intervento dell'ONU

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Corinna Pindaro

Eritrea ed Etiopia, tensione alle stelle: il ministro Osman Saleh chiede l'intervento del Consiglio di Sicurezza ONU. Scontri nel Tigray, truppe ad Adigrat e crisi sul Mar Rosso

Eritrea ed Etiopia sull'orlo di una nuova guerra: Asmara chiede l'intervento dell'ONU

Il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh scrive al Consiglio di Sicurezza e accusa Addis Abeba di preparare un'aggressione militare. L'Etiopia denuncia invece un'incursione delle truppe eritree nel Tigray. Sullo sfondo, il controllo degli accessi al Mar Rosso e il rischio di un nuovo conflitto nel Corno d'Africa.

La tensione tra Eritrea ed Etiopia arriva davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Dopo giorni di accuse reciproche e nuovi combattimenti nel Tigray, il governo di Asmara ha chiesto formalmente all'ONU di intervenire per impedire quella che considera un'imminente aggressione militare da parte dell'Etiopia.

La richiesta è contenuta in una lettera datata 10 ottobre 2026 e firmata dal ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh. Il documento rappresenta la risposta alla comunicazione inviata il giorno precedente da Addis Abeba, nella quale il governo etiope denunciava la presenza di truppe eritree all'interno dei propri confini e rivendicava il diritto di difendere il territorio nazionale.

Due ricostruzioni opposte degli stessi avvenimenti, mentre sul terreno la situazione militare continua a deteriorarsi. Le forze governative etiopi sono entrate nella città di Adigrat, nel Tigray settentrionale, dopo giorni di esplosioni e segnalazioni di attacchi con droni.

Il rischio è che la crisi interna etiope si trasformi in uno scontro diretto tra due Paesi già protagonisti di una lunga e sanguinosa storia di conflitti.

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Nella comunicazione indirizzata alle Nazioni Unite, il ministro eritreo respinge le accuse di invasione formulate dall'Etiopia e sostiene che Addis Abeba stia costruendo un pretesto per giustificare un'offensiva militare.

Secondo Saleh, la decisione etiope di invocare il diritto alla legittima difesa equivale, nelle circostanze attuali, a una dichiarazione di guerra contro l'Eritrea.

Il ministro chiede al Consiglio di Sicurezza di condannare la posizione etiope e adottare misure capaci di impedire un'ulteriore escalation.

Il riferimento giuridico è il Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, che attribuisce al Consiglio di Sicurezza il potere di intervenire in presenza di minacce alla pace, violazioni della pace o atti di aggressione.

Le misure previste possono comprendere sanzioni economiche e altre restrizioni. In determinate circostanze, il Consiglio può anche autorizzare l'uso della forza.

Asmara non ha però indicato quali specifici provvedimenti vorrebbe ottenere.

Nella lettera, Saleh avverte inoltre che un nuovo conflitto provocherebbe gravi conseguenze per le popolazioni di entrambi i Paesi e rischierebbe di destabilizzare l'intero Corno d'Africa.

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La posizione del governo etiope è radicalmente diversa.

Il 9 ottobre il ministro degli Esteri Gedion Timothewos ha scritto al Consiglio di Sicurezza sostenendo che unità militari eritree, comprese forze di fanteria e mezzi meccanizzati, sarebbero entrate nel territorio etiope.

Secondo Addis Abeba, i soldati eritrei sarebbero avanzati fino a circa 60 chilometri all'interno del Tigray, occupando alcune aree della regione settentrionale.

Il governo etiope accusa inoltre Asmara di sostenere gruppi armati impegnati contro le forze federali, attraverso finanziamenti, armi e assistenza militare.

Nella lettera viene richiamato l'articolo 51 della Carta ONU, che riconosce agli Stati il diritto alla legittima difesa in caso di attacco armato.

L'Etiopia sostiene di aver chiesto ripetutamente il ritiro delle truppe eritree e afferma di essere stata costretta ad adottare misure per proteggere la propria sovranità.

Le accuse, tuttavia, non sono accompagnate nel documento da elementi sufficienti per consentirne una verifica indipendente.

L'Eritrea nega di aver invaso il territorio etiope e respinge anche le contestazioni relative al sostegno ai gruppi ribelli.

Link to Le truppe etiopi entrano ad AdigratLe truppe etiopi entrano ad Adigrat

Mentre lo scontro diplomatico raggiungeva le Nazioni Unite, la situazione militare nel Tigray registrava nuovi sviluppi.

Sabato 10 ottobre, soldati dell'esercito federale etiope e milizie alleate sono entrati ad Adigrat, città strategica situata a poche decine di chilometri dal confine eritreo.

La presenza delle forze governative è stata confermata da testimonianze raccolte sul posto e da immagini verificate da Reuters.

Nei giorni precedenti, nell'area erano state segnalate esplosioni e operazioni militari. Secondo l'organizzazione ACLED, che monitora i conflitti armati, l'Etiopia avrebbe condotto attacchi con droni contro posizioni eritree, provocando il ripiegamento delle forze presenti nella zona.

La ricostruzione dei singoli movimenti militari rimane complessa, anche per le difficoltà di accesso alle aree interessate dai combattimenti.

Il controllo di Adigrat assume comunque un'importanza particolare per la vicinanza al confine e per il ruolo della città nei collegamenti del Tigray settentrionale.

La ripresa delle ostilità sta inoltre aggravando le condizioni della popolazione civile, già duramente colpita dalla precedente guerra.

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Per comprendere la crisi attuale occorre tornare alla storia dei rapporti tra i due Paesi.

L'Eritrea ha ottenuto l'indipendenza dall'Etiopia nel 1993, privando Addis Abeba del suo accesso diretto al mare.

Pochi anni dopo, tra il 1998 e il 2000, i due Stati hanno combattuto una guerra di confine che ha provocato decine di migliaia di vittime.

La svolta diplomatica è arrivata nel 2018, quando il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha promosso la normalizzazione delle relazioni con Asmara.

L'accordo di pace gli è valso il Premio Nobel per la Pace nel 2019.

Quella riconciliazione, tuttavia, non ha eliminato le rivalità territoriali e strategiche.

Durante la guerra del Tigray, combattuta tra il 2020 e il 2022, l'Eritrea ha sostenuto militarmente il governo federale etiope contro le forze del Fronte popolare di liberazione del Tigray.

La fine del conflitto e gli accordi raggiunti nel novembre 2022 hanno successivamente modificato gli equilibri regionali, contribuendo al progressivo deterioramento dei rapporti tra i due ex alleati.

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Uno dei principali motivi di tensione riguarda l'accesso al mare.

L'Etiopia, Paese di oltre cento milioni di abitanti, è priva di una costa dal 1993 e dipende in larga misura dalle infrastrutture portuali di altri Stati per i propri commerci internazionali.

Negli ultimi anni Abiy Ahmed ha più volte sostenuto che ottenere un accesso stabile al Mar Rosso rappresenti una necessità strategica per l'economia e la sicurezza nazionale.

Il governo etiope afferma di voler perseguire questo obiettivo attraverso il dialogo e gli accordi diplomatici.

L'Eritrea interpreta però le richieste di un accesso sovrano al mare come una possibile minaccia alla propria integrità territoriale.

Particolarmente delicata è la questione del porto eritreo di Assab, sul Mar Rosso, che in passato ha avuto un ruolo importante nei collegamenti commerciali etiopi.

Nella lettera all'ONU, Osman Saleh collega direttamente l'attuale crisi alle ambizioni marittime di Addis Abeba, accusando il governo etiope di voler ottenere con la forza ciò che non è riuscito a conseguire attraverso i negoziati.

È una ricostruzione contestata dall'Etiopia, che continua a presentare le proprie iniziative militari come misure di difesa.

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La ripresa dei combattimenti desta particolare preoccupazione per le condizioni della popolazione del Tigray.

La guerra del 2020-2022 ha provocato centinaia di migliaia di morti, secondo diverse stime, oltre a sfollamenti di massa, distruzioni e gravi carenze alimentari e sanitarie.

La regione non aveva ancora completato il percorso di ricostruzione quando, nel settembre 2026, sono riprese le ostilità tra le forze federali e una nuova alleanza di gruppi armati.

I combattimenti hanno coinvolto diverse aree del nord dell'Etiopia, mentre la situazione dei civili rimane particolarmente difficile.

Secondo le testimonianze raccolte dall'Associated Press, ad Adigrat e in altri centri della regione si registrano difficoltà nell'accesso al cibo e alle cure mediche, oltre alla chiusura di istituti bancari e all'interruzione di alcuni servizi essenziali.

L'eventuale apertura di un conflitto diretto tra Etiopia ed Eritrea potrebbe rendere ancora più complicato l'arrivo degli aiuti umanitari.

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Le lettere inviate al Consiglio di Sicurezza arrivano dopo una serie di provvedimenti che hanno ulteriormente deteriorato i rapporti bilaterali.

Nei giorni precedenti, l'Etiopia ha espulso dieci diplomatici eritrei e disposto la chiusura della propria ambasciata ad Asmara.

L'Eritrea ha risposto annunciando la rottura delle relazioni diplomatiche.

La chiusura dei canali ufficiali di dialogo rende più difficile affrontare gli incidenti militari e riduce le possibilità di una soluzione negoziata nell'immediato.

La situazione è resa ancora più delicata dalle tensioni che attraversano il Corno d'Africa e il Mar Rosso, una delle aree strategiche per il commercio internazionale.

Un conflitto tra Etiopia ed Eritrea non avrebbe quindi conseguenze limitate ai loro confini, ma potrebbe coinvolgere gli equilibri politici e di sicurezza dell'intera regione.

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La richiesta di Asmara porta formalmente la controversia all'attenzione del principale organo delle Nazioni Unite incaricato del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

Il Consiglio di Sicurezza può discutere la situazione, chiedere una cessazione delle ostilità, promuovere iniziative diplomatiche o valutare misure più incisive.

Il ricorso al Capitolo VII, richiesto dall'Eritrea, non comporta però l'adozione automatica di sanzioni o interventi militari.

Qualsiasi decisione vincolante richiede una deliberazione del Consiglio secondo le procedure previste dalla Carta ONU, tenendo conto anche dei poteri di veto dei cinque membri permanenti.

Al momento, le due parti continuano a presentarsi come vittime dell'aggressione dell'altra.

L'Etiopia sostiene di difendere il proprio territorio da un'incursione militare straniera. L'Eritrea afferma invece che Addis Abeba stia utilizzando accuse infondate per preparare una guerra.

Non esistono ancora elementi indipendenti sufficienti per accertare tutte le responsabilità relative agli ultimi movimenti delle truppe.

Il dato più preoccupante resta la contemporaneità tra l'escalation diplomatica, la rottura delle relazioni e i combattimenti sul terreno.

A otto anni dalla storica riconciliazione del 2018, Etiopia ed Eritrea tornano a rivolgersi alle Nazioni Unite non per consolidare la pace, ma per accusarsi reciprocamente di preparare una nuova guerra.

 

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