di Guido Talarico
Quando Abiy Ahmed salì al potere nel 2018, il mondo intero vide una promessa. Noi eravamo tra questi. Riformatore giovane, modernizzatore, costruttore di pace. L'anno dopo, nel 2019, l'Accademia svedese decise di riconoscerlo con il Nobel per la pace per la firma dell'accordo di normalizzazione con l'Eritrea. Era un segnale di speranza per il Corno d'Africa, una regione straziata da decenni di conflitti, povertà e sofferenza umana. Oggi, quello stesso premio rappresenta una delle decisioni più disastrose della storia del Nobel moderno.
A otto anni dalla sua ascesa al potere, Abiy Ahmed ha guidato l'Etiopia attraverso una sequenza ininterrotta di guerre che hanno ucciso quasi un milione di persone e spinto milioni alla fame. Nel silenzio quasi più totale. Non c'è stato un solo anno di pace. Non uno. E mentre la comunità internazionale osserva da una distanza confortevole, il Corno d'Africa scivola verso un conflitto regionale che potrebbe destabilizzare il Medio Oriente.
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La guerra del Tigray, dal novembre 2020 al novembre 2022, è il conflitto più sanguinoso del XXI secolo in Africa. Seicentomila morti, secondo l'Unione Africana. Genocidio, violenze sessuali sistematiche, fame usata come arma di guerra. I dettagli sono macabri, gli orrori ben documentati da organizzazioni umanitarie internazionali che il governo etiopico ha sistematicamente ostacolato. E quel conflitto non è mai veramente finito. L'accordo di Pretoria del novembre 2022 non è stato una pace vera, ma un cessate il fuoco fragile, con questioni fondamentali irrisolte: il disarmo del Tigray, lo status politico della regione, la compensazione per i crimini di guerra.
Nel frattempo, mentre il mondo guardava il nord, altri conflitti ardevano senza sosta nel silenzio quasi totale dell'opinione pubblica internazionale. In Oromia, dal 2018, le forze governative combattono contro l'Oromo Liberation Army, un conflitto che ha causato decine di migliaia di morti in quello che dovrebbe essere un conflitto interno, ma che è stato alimentato con armi e strategia militare. Dal 2023, una nuova guerra è esplosa in Amhara contro le milizie Fano, gli stessi alleati che Abiy aveva utilizzato come carne da cannone nella guerra del Tigray. Era prevedibile: costruire alleanze sulla base della guerra non produce pace, produce solo il conflitto successivo.
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Ma gli ultimi tre mesi hanno segnato il crollo definitivo del mito di Abiy Ahmed. Nel luglio 2026, il TPLF ha dichiarato l'accordo di Pretoria "definitivamente morto". Il primo agosto, scontri gravi al confine con il Sudan. Droni su Mekelle. Poi il 20 settembre, un'annuncio sorprendente e clamoroso: sette gruppi armati, ex nemici acerrimi, hanno formato un'alleanza per rovesciare il governo di Abiy Ahmed. Il TPLF, le milizie Fano dell'Amhara, l'Oromo Liberation Army, insieme. Una cosa che sembrava impossibile è diventata realtà quando il nemico comune è diventato il governo stesso.
Il 23 settembre, la guerra è riesplosa ufficialmente. Le forze tigrine hanno preso il controllo di tre aeroporti federali, compreso quello di Mekelle. Ethiopian Airlines ha sospeso i voli. Un fronte di 80-90 chilometri di combattimenti si è aperto tra Afar e Amhara. I leader del Tigray hanno dichiarato apertamente di essere in guerra totale contro il governo federale. Siamo tornati al 2020, solo che questa volta il governo non sa nemmeno da che parte cominciare a combattere.
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A peggiorare le cose, Abiy ha alimentato una retorica bellica aggressiva per il controllo del Mar Rosso e il porto di Assab in Eritrea. Minacce di impossessarsi con la forza di un territorio che non gli appartiene, che ha distrutto ogni fiducia regionale e riportato il Corno d'Africa sull'orlo di una guerra tra stati.
Questo non è un leader che ha sbagliato. Questo è un leader che ha scelto sistematicamente la guerra, ogni volta che ha avuto l'opportunità di scegliere la pace, tradendo anche la fiducia di chi, come il Presidente dell'Eritrea Isaias Afewerki, in un primo momento aveva voluto dargli fiducia.
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L'Accademia svedese ha commesso un errore storico quando ha premiato Abiy Ahmed nel 2019. Come molti, per non dire come tutti, si sono fidati, hanno creduto ad un'illusione costruita su promesse vuote e su una lettura superficiale della geopolitica africana. Ma ora che la realtà è chiara, cosa fa l'Accademia? Rimane in silenzio, proteggendo con il proprio prestigio un uomo che sta trascinando nel baratro l'intero Corno d'Africa.
Il Nobel per la Pace dovrebbe significare qualcosa. Dovrebbe rappresentare un simbolo di speranza, un riconoscimento di coloro che costruiscono ponti e salvano vite. Quando è conferito a un leader che poi scatena una delle guerre più sanguinose del continente, quel simbolo perde il suo valore. Diventa una beffa per le vittime, un premio per l'ipocrisia.
So bene che i Nobel non si ritirano. Almeno fino ad oggi non è mai stato fatto. Ma è tempo che l'Accademia svedese trovi il coraggio di ammettere il proprio errore e ritiri il premio o, almeno, dica chiaramente di avere commesso un errore. Non un rinnegare se stessi ma in riconoscimento della realtà. E la realtà di oggi è che Abiy Ahmed non merita di poter esibire il Nobel per la Pace. L'Etiopia al contrario merita una leadership che sceglie la pace. Il Corno d'Africa merita stabilità. E il mondo merita di sapere che quando assegniamo i nostri premi più prestigiosi, stiamo riconoscendo valori reali, non promesse false. E che se del caso siamo anche in grado di cambiare opionione.
Il Nobel di Abiy Ahmed è diventato la cronaca di un fallimento. È ora di ammetterlo e di provvedere. E questo e' un discorso che parte dal Nobel e arriva anche in Italia. Il Piano Mattei punta molto - e giustamente - sull'Etiopia, che però non può più essere quella di Abiy. Senza contare che i nuovi scenari di guerra che coinvolgono lo stretto di Bab el-Mandeb e l'intera area del Mar Rosso danno all'Eritrea - finalmente libera dalle sanzioni americane - un ruolo nuovo e da tutelare.
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