Link to Nel caos della Striscia, milizie paramilitari e famiglie criminali contendono il controllo del territorio a Hamas, approfittando del vuoto di potere, dei traffici illeciti e di un ambiguo sostegno da parte dell’IDF. Un conflitto interno esplosivo, pronto a deflagrareNel caos della Striscia, milizie paramilitari e famiglie criminali contendono il controllo del territorio a Hamas, approfittando del vuoto di potere, dei traffici illeciti e di un ambiguo sostegno da parte dell’IDF. Un conflitto interno esplosivo, pronto a deflagrare
Mentre la tregua tra Hamas e Israele tiene a fatica, una seconda guerra, più silenziosa ma non meno letale, infuria all’interno della Striscia di Gaza. A Khan Younis, come in altre aree del sud e del centro, clan armati e gruppi criminali locali stanno sfidando apertamente Hamas, trasformando la crisi umanitaria in un’occasione di potere, arricchimento e conquista del territorio.
La mattina di venerdì scorso, una battaglia armata tra la famiglia Majayda e le forze di Hamas, sostenute dalle Brigate al-Qassam, ha sconvolto la costa di Khan Younis. Missili israeliani hanno colpito nel mezzo dello scontro, causando decine di vittime. Uno scenario surreale: le gang locali combattono Hamas, e l’IDF colpisce le forze palestinesi, facilitando indirettamente l’espansione del crimine organizzato.
Non si tratta più di semplici bande dedite al contrabbando o ai saccheggi: si organizzano come milizie, armate, finanziate e con propri territori. Alcune famiglie – in passato alleate del potere – oggi assaltano strutture pubbliche e ospedali, rivendicando vendette o rivoltandosi contro le autorità.
Dall’accordo al tradimento
In passato, questi gruppi venivano tollerati da Hamas in cambio di "tasse" per la protezione dei convogli privati. Ma il potere e i profitti hanno fatto saltare gli accordi. Oggi rifiutano ogni controllo e si impongono con la forza nei mercati, nei quartieri, persino sulle rotte degli aiuti umanitari.
Secondo un rapporto riservato delle Nazioni Unite, già dallo scorso autunno vi sarebbero connivenze tra queste bande e l’esercito israeliano (IDF): i droni colpiscono le scorte umanitarie solo quando sono in mano alla polizia di Hamas, mentre le bande agiscono impunite, derubano convogli, sparano sui rifugiati, e fanno sparire i camion nelle cosiddette “no-go zone”, per poi rimettere in circolazione gli aiuti nei mercati a prezzi esorbitanti.
Chi comanda davvero?
Tra i nuovi protagonisti c’è Hossam Al Astal, membro del potente clan di Khan Younis, che ha avviato una milizia indipendente offrendo acqua, elettricità e beni d’importazione nella “zona rossa” orientale. Promette sicurezza, ma minaccia un coprifuoco e l’occupazione dell’ospedale Nasser, accusato di essere “organo del governo Hamas”.
Ancora più potente è Yasser Abu Shabab, a capo delle Forze Popolari (Alqwat Shaibiya), storico contrabbandiere legato ai clan beduini dei Tarabin. Protetto da Israele, controlla i traffici nel sud della Striscia. Le sue truppe saccheggiano sistematicamente i convogli umanitari, spesso sotto gli occhi – o il silenzio – delle forze israeliane. Gli aiuti, provenienti anche dalla Gaza Humanitarian Foundation statunitense, vengono razziati e rivenduti sul mercato nero.
Un’indagine di Sky News ha documentato legami tra queste milizie e alcuni reparti dell’IDF, che permetterebbero loro di operare indisturbati, ostentando armi occidentali e cibo “Made in Israel” per reclutare nuovi adepti.
Ma non tutti i clan si sono piegati. Le famiglie Al Baker e Dommush, da sempre autonomiste nei quartieri ovest di Gaza City, hanno rifiutato il patto con Tel Aviv. Risultato? Le loro abitazioni sono state rase al suolo da missili israeliani. Una vendetta “esemplare” che ancora oggi fa discutere nei mercati della Striscia.
Tregua o preludio al caos?
Le bande oggi sono una decina. Le loro attività criminali si intrecciano con obiettivi politici: minare il controllo del territorio e il monopolio della forza da parte di Hamas. Un progetto funzionale anche agli interessi di Israele, come ammesso dallo stesso Netanyahu: “Li sosterremo finché saranno utili”.
Ma Hamas reagisce. Con la tregua in vigore e lo scambio di prigionieri in corso, le cosiddette Agenzie di Sicurezza di Hamas hanno pubblicato un comunicato che promette una repressione “immediata e decisa” contro chi ha compiuto saccheggi o collaborato con il nemico. Alcuni presunti criminali sono stati gambizzati dalla polizia nel centro di Gaza City, ricevendo consensi sui social.
Posti di blocco, arresti e una lista di ricercati in continuo aggiornamento fanno parte di una campagna che punta a riconquistare l’ordine e la legittimità delle istituzioni.
L’incognita del “dopo tregua”
Il rischio, ora, è che il cessate il fuoco apra un vuoto politico che le gang cercheranno di riempire con violenza e terrore. Se davvero – come ventilato – Trump tornerà a promuovere un piano per il dopoguerra, questi gruppi si candidano a sostituire Hamas come nuovi “signori della guerra”.
Come ha detto Mohammed, tassista di Khan Younis, mentre guardava le colonne di fumo alzarsi oltre il confine:
“Alla fine della guerra, comincerà la guerra”.
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