Gaza, tregua sotto pressione: la diplomazia cammina sulle uova per non irritare Trump

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Carlo Longo
Gaza, tregua sotto pressione: la diplomazia cammina sulle uova per non irritare Trump

Link to A Sharm el-Sheikh si dietro ogni mossa c'è un convitato di pietra: Donald Trump.A Sharm el-Sheikh si dietro ogni mossa c'è un convitato di pietra: Donald Trump.

trump onuIl  contesto del delicatissimo negoziato in corso in Egitto per la pace a Gaza, sotto l’egida di mediatori internazionali, è quello  consueto della diplomazia di guerra. Ma questa volta c’è un elemento in più a rendere il tutto ancora più teso: nessuno dei protagonisti vuole prendersi la responsabilità di un fallimento, e soprattutto nessuno intende inimicarsi Donald Trump.

Il presidente americano si è intestato il ruolo di mediatore e garante di un piano  che punta a un cessate il fuoco immediato e allo scambio di ostaggi israeliani (vivi e morti) con prigionieri palestinesi detenuti in Israele. È solo la prima fase di un progetto ben più ampio, ma il clima è tale che anche un accordo limitato rappresenterebbe un successo. O almeno così spera Trump, deciso a ricostruirsi un’immagine da "uomo della pace".

L’atmosfera resta comunque incandescente, anche per un errore di calcolo compiuto da Israele. Il mese scorso, il governo Netanyahu ha ordinato un raid mirato contro esponenti di Hamas rifugiati a Doha, in Qatar. Una mossa che ha destabilizzato gli equilibri regionali: il Qatar, infatti, ospita la più grande base militare americana in Medio Oriente ed è stato finora un interlocutore chiave nelle trattative con Hamas.

La reazione degli alleati arabi, dagli Emirati Arabi Uniti alla Turchia, è stata immediata e irritata. Così Trump è stato costretto a intervenire direttamente, imponendo a Netanyahu una telefonata di scuse all’emiro del Qatar e offrendo a Doha garanzie di sicurezza senza precedenti. Un segnale chiaro: la pazienza americana ha dei limiti, e la priorità ora è preservare il fragile meccanismo negoziale.

Anche Hamas sente la pressione. Il Qatar e la Turchia – due dei suoi principali sponsor – lo hanno spinto a non rifiutare il piano USA. Inoltre, le parole minacciose di Trump, che ha promesso pieno sostegno militare a Israele nel caso il suo piano venga respinto, hanno posto il movimento palestinese davanti a un bivio.

Ma il cammino resta in salita. Se la fase preliminare potrebbe portare a risultati concreti, come la liberazione degli ostaggi e una tregua temporanea, lo stesso non si può dire per la seconda parte del piano Trump, che prevede una soluzione politica duratura. Qui le distanze restano abissali: Hamas non accetterà mai di disarmarsi né di uscire di scena, mentre Netanyahu, stretto dall’estrema destra del suo governo, non può permettersi un accordo che non preveda la distruzione totale dell’apparato dell'organanizzazione.

Per ora le due parti avanzano con estrema cautela, facendo il minimo indispensabile per non essere accusate di sabotaggio, sperando che l’altro commetta un passo falso. Se questo gioco d’equilibri dovesse portare almeno a un cessate il fuoco e ad alleviare le sofferenze di due milioni di civili a Gaza, sarà comunque un progresso. Ma nessuno si illude: la pace è ancora lontana, e nessuna tregua potrà sostituirla.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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