Intelligenza artificiale, l’effetto nascosto sul lavoro: quando l’AI crea diminuisce il senso di partecipazione

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Redazione

Uno studio economico della Brookings Institution del 4 agosto 2026 mostra che l’uso dell’IA generativa può aumentare l’efficienza, ma anche ridurre motivazione e coinvolgimento nei compiti creativi

Intelligenza artificiale, l’effetto nascosto sul lavoro: quando l’AI crea diminuisce il senso di partecipazione

L’intelligenza artificiale generativa promette di trasformare il mondo del lavoro, aumentando produttività e capacità creative. Ma accanto ai vantaggi emerge un rischio meno evidente: quando le persone percepiscono che una macchina ha già svolto la parte più innovativa di un compito, possono sentirsi meno coinvolte e meno motivate a contribuire.

È il tema analizzato in uno studio economico pubblicato dalla Brookings Institution il 4 agosto 2026, che riprende una delle domande centrali sul futuro del lavoro creativo posta dall’economista Ethan Mollick nel libro Co-Intelligence (2024): «Se l’intelligenza artificiale è già uno scrittore migliore della maggior parte delle persone e più creativa della maggior parte delle persone, cosa significa questo per il futuro del lavoro creativo?».

Secondo Mollick, il futuro non sarà necessariamente dominato dalla sostituzione dell’uomo, ma dalla collaborazione tra persone e algoritmi attraverso il modello definito “human-in-the-loop”: l’IA produce testi, immagini, idee o soluzioni, mentre l’essere umano resta responsabile della supervisione, della valutazione e delle decisioni finali.

Lo studio ha analizzato proprio questo rapporto tra tecnologia e motivazione attraverso un esperimento condotto negli Stati Uniti e nei Paesi Bassi su oltre 3.600 partecipanti. Ai volontari è stato chiesto di valutare alcuni slogan per una campagna di salute pubblica destinata a promuovere una maggiore assunzione di acqua.

I partecipanti hanno visto gli stessi slogan, ma con un’informazione diversa sull’autore: a un gruppo è stato detto che erano stati creati da un professionista del marketing, all’altro che erano stati generati da un software di intelligenza artificiale.

Il risultato è stato significativo: quando il contenuto veniva attribuito all’IA, le persone tendevano a giudicarlo meno creativo e meno convincente, anche se il materiale era identico. Inoltre diminuiva la fiducia nella capacità dell’intelligenza artificiale di produrre idee originali.

L’effetto più rilevante, però, riguarda il rapporto tra lavoratore e attività svolta. Chi credeva che l’IA avesse già realizzato la parte creativa mostrava un minore senso di importanza del compito e una minore disponibilità a offrire un proprio contributo. La probabilità di proporre nuove idee diminuiva di circa 3,4 punti percentuali.

Secondo i ricercatori, questo elemento potrebbe aiutare a spiegare perché i grandi progressi dell’IA non abbiano ancora prodotto un aumento proporzionale della produttività nell’economia reale. Il limite potrebbe non essere soltanto tecnologico, ma anche umano: un lavoratore che percepisce di essere solo un revisore di contenuti prodotti dalle macchine potrebbe ridurre impegno, creatività e senso di responsabilità.

Lo studio non sostiene che l’intelligenza artificiale renda automaticamente il lavoro meno significativo. Al contrario, evidenzia che il modo in cui le organizzazioni introducono l’IA sarà decisivo. Le aziende dovranno costruire modelli in cui la tecnologia aumenti le capacità delle persone senza eliminare il loro ruolo creativo.

La sfida, quindi, non sarà soltanto capire cosa l’intelligenza artificiale è in grado di fare, ma garantire che gli esseri umani continuino a percepire il proprio contributo come necessario e riconosciuto. Perché il futuro del lavoro creativo dipenderà non solo dalla potenza degli algoritmi, ma anche dalla capacità di mantenere centrale il ruolo delle persone.

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