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Link to La storia di questi quarantasette anni insegna una cosa sola: ogni volta che si è scelto il confronto duro al posto di una diplomazia seria, il problema è diventato più grande. Resta aperta una finestra, stretta e difficile da attraversare: negoziati costruiti su competenza tecnica reale e volontà politica autentica. Non impossibile. Ma incompatibile con l'approccio che ha guidato questa crisi dall'inizioLa storia di questi quarantasette anni insegna una cosa sola: ogni volta che si è scelto il confronto duro al posto di una diplomazia seria, il problema è diventato più grande. Resta aperta una finestra, stretta e difficile da attraversare: negoziati costruiti su competenza tecnica reale e volontà politica autentica. Non impossibile. Ma incompatibile con l'approccio che ha guidato questa crisi dall'inizio
di Matteo Colombo Abu Dhabi - C'è una domanda che torna ossessivamente quando si cerca di leggere il conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran, e non è quella che ci si aspetterebbe. Non è "chi vincerà", e nemmeno "quanto durerà". È una più scomoda e più antica: come si è arrivati fin qui? Perché la risposta, a guardarla onestamente, rivela qualcosa che le narrative ufficiali di entrambe le parti si guardano bene dal dire.
La storia comincia nel 1953, quando Stati Uniti e Regno Unito orchestrarono il rovesciamento del governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadegh, reo di aver nazionalizzato il petrolio iraniano. Ogni bambino iraniano conosce quella data. La maggior parte degli americani no. Questo squilibrio di memoria è già, da solo, una spiegazione parziale di quello che è successo dopo. La rivoluzione del 1979 non fu un fenomeno monolitico: era un mosaico di laici, nazionalisti, marxisti e religiosi uniti dalla volontà di liberarsi dello Shah, percepito come fantoccio americano. Khomeini monopolizzò quel consenso con rapidità brutale, e la crisi degli ostaggi diventò insieme vendetta verso Washington e strumento di politica interna per liquidare i moderati.
Da quel momento si è instaurato un meccanismo perverso che non ha smesso di riprodursi: le linee dure su entrambi i fronti si nutrono a vicenda. Ogni riformista iraniano — Khatami negli anni Novanta, Rouhani con l'accordo del 2015 — è stato delegittimato da mosse americane o israeliane che hanno puntualmente rafforzato i falchi di Teheran. La guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta ha poi forgiato definitivamente l'identità strategica del paese: solo contro il mondo, eppure in piedi. Da quella guerra nacquero i Pasdaran e la dottrina delle milizie proxy, l'idea che proiettare forza fuori dai propri confini fosse l'unico modo per non essere aggrediti sul proprio territorio.
L'accordo nucleare del 2015 rappresentò il momento in cui quella spirale avrebbe potuto invertirsi. L'Iran accettò restrizioni che nessun altro paese al mondo aveva mai accettato, e l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica confermò in quindici rapporti consecutivi il rispetto di ogni impegno. Quell'accordo portava con sé anche qualcosa di molto concreto: la prospettiva di riaprire un mercato di ottanta milioni di persone, con una classe media istruita e storicamente orientata all'Occidente. Contratti energetici, infrastrutture, manifattura, logistica, servizi tecnici specializzati: l'Iran post-accordo era un'opportunità reale e misurabile, non una promessa vaga. Poi Trump stracciò l'accordo, non perché l'Iran lo avesse violato, ma perché non piaceva. Nel 2017 il tempo necessario ad arricchire uranio sufficiente per un'arma superava i dodici mesi. Al ritorno di Trump alla Casa Bianca nel 2025, era sceso a sei giorni. La massima pressione non ha piegato Teheran: ha rafforzato i Pasdaran, decimato il ceto medio e chiuso una finestra commerciale che avrebbe potuto cambiare la traiettoria della regione.
Le negoziazioni precedenti al conflitto attuale erano condannate in partenza: condotte senza competenza tecnica, con la pretesa implicita della resa. Eppure l'Iran era disposto a concedere a Trump molto più di quanto avesse mai concesso a Obama. Il problema non era la volontà di trattare. Era che dall'altra parte non si voleva un accordo. Il 7 ottobre 2023 ha poi innescato la catena finale: Israele ha applicato la dottrina del polpo, colpendo non le braccia ma la testa, e l'Iran ha risposto con una sequenza di errori di valutazione che ha spalancato la porta alla confrontazione diretta con una potenza militare incomparabilmente superiore.
Oggi siamo dentro quella confrontazione, e la domanda che non trova risposta è la più elementare: qual è il piano americano per il giorno dopo? L'opposizione iraniana non ha struttura organizzativa né radicamento territoriale. Distruggere uno stato senza un'alternativa credibile produce risultati già visti: la Libia dopo Gheddafi, l'Iraq dopo Saddam. Eppure è esattamente in questo scenario che si aprono spazi concreti per chi sa leggere il territorio con anticipo: le crisi ridisegnano le mappe commerciali e logistiche in modo spesso definitivo, e chi presidia relazioni e competenze nei mercati del Golfo in questa fase non sta solo gestendo un rischio, sta costruendo un vantaggio competitivo che varrà molto di più quando le acque si calmeranno. E si calmeranno.
La storia di questi quarantasette anni insegna una cosa sola: ogni volta che si è scelto il confronto duro al posto di una diplomazia seria, il problema è diventato più grande. Resta aperta una finestra, stretta e difficile da attraversare: negoziati costruiti su competenza tecnica reale e volontà politica autentica. Non impossibile. Ma incompatibile con l'approccio che ha guidato questa crisi dall'inizio. Cambiare rotta richiede qualcosa di più raro della forza militare: la capacità di ammettere di aver sbagliato.
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