Mattarella e la rivoluzione del silenzio. Quando le parole ai tempi dei social contano di più

di

Guido Talarico
Guido Talarico

Nel tempo della politica urlata sul web e dei populismi contrapposti che alimentano lo scontro permanente, la figura del Presidente della Repubblica assume un valore sempre più centrale. Il richiamo di Sergio Mattarella al rispetto delle istituzioni, della Costituzione e del confronto democratico non è un intervento nella contesa politica, ma l'esercizio rigoroso del ruolo di garante dell'unità nazionale disegnato dai Padri costituenti

Mattarella e la rivoluzione del silenzio. Quando le parole ai tempi dei social contano di più

di Guido Talarico

C'è un'immagine che racconta meglio di tante altre la differenza tra la politica di oggi e quella immaginata dalla Costituzione. Da una parte il rumore incessante dei social network, dove ogni vicenda diventa terreno di scontro, ogni tragedia occasione di propaganda e ogni opinione una verità assoluta. Dall'altra Sergio Mattarella, che osserva, ascolta, tace e poi interviene soltanto quando ritiene che siano in gioco i principi fondamentali della Repubblica.

È accaduto ancora una volta durante la tradizionale cerimonia del Ventaglio al Quirinale, prima della pausa estiva. Il Presidente della Repubblica ha lanciato un appello alle forze politiche affinché abbassino i toni, recuperino il rispetto reciproco e smettano di trasformare ogni confronto in una guerra permanente. Ha richiamato il Governo a non inseguire l'emotività del momento adattando le leggi ai singoli casi di cronaca. Ha condannato senza esitazioni le violenze dei No Tav in Val di Susa e ha ricordato che ogni forma di aggressione politica rappresenta un attacco alla convivenza democratica.

Parole nette. Ma soprattutto parole pronunciate senza mai entrare nella polemica quotidiana. È questa la cifra di Mattarella. Un presidente che non rincorre il consenso, non partecipa al dibattito politico e non utilizza il Quirinale come una tribuna. Interviene soltanto quando ritiene che il confronto rischi di travolgere le regole sulle quali si fonda la Repubblica.

In un'epoca dominata dalla comunicazione istantanea, questa scelta appare quasi rivoluzionaria. Viviamo infatti nel tempo del commento compulsivo. I social network hanno ridotto la complessità a slogan di poche righe, trasformando il dibattito pubblico in una successione infinita di indignazioni. La velocità ha preso il posto della riflessione. La reazione ha sostituito il ragionamento. Il numero dei "mi piace" sembra valere più della solidità di un'argomentazione.

Mattarella sul caso Roggero, «Non si adatti la legge al singolo»È quella che qualcuno ha definito la "pochezza cosmica" del dibattito digitale: uno spazio dove tutto viene semplificato fino a perdere significato e dove il confine tra opinione, propaganda e realtà diventa sempre più sottile. Non è un fenomeno soltanto italiano. È una caratteristica delle democrazie occidentali, attraversate da populismi di segno opposto che, pur dichiarandosi alternativi, finiscono spesso per alimentarsi reciprocamente. Da una parte chi interpreta ogni decisione delle istituzioni come un complotto delle élite; dall'altra chi liquida ogni dissenso come un pericolo per la democrazia. In mezzo resta sempre meno spazio per il confronto.

È proprio in questo vuoto che acquista valore la figura del Capo dello Stato. La Costituzione italiana non attribuisce al Presidente della Repubblica il ruolo di protagonista della politica. Al contrario, gli affida una funzione più delicata e forse ancora più importante: essere il garante dell'equilibrio costituzionale.

L'articolo 87 stabilisce che il Presidente rappresenta l'unità nazionale. Non il governo, non la maggioranza, non l'opposizione. La nazione nel suo insieme. È una distinzione fondamentale. Mentre i partiti sono chiamati fisiologicamente a dividersi, il Capo dello Stato deve unire. Mentre la politica cerca il consenso, il Presidente deve custodire le regole che consentono alla competizione democratica di svolgersi entro i limiti della Costituzione.

Per questo Mattarella ha ricordato di essere "estraneo alla dialettica tra le forze politiche". Non è una presa di distanza dalla politica. È l'esatta definizione del suo ruolo costituzionale. Anche quando richiama il governo o l'opposizione, non entra nel merito delle scelte politiche. Richiama principi. Difende procedure. Ricorda limiti.

È accaduto sul caso della grazia invocata per il gioielliere Mario Roggero. Il Presidente ha ribadito che non si possono costruire leggi o decisioni sull'onda dell'emotività o della pressione dell'opinione pubblica. La grazia non è un quarto grado di giudizio e lo Stato non può piegare le proprie regole ai casi del momento. Dietro questa posizione non c'è freddezza burocratica. C'è la convinzione che lo Stato perda autorevolezza proprio quando rinuncia alla propria imparzialità.

Lo stesso vale per il richiamo alla violenza politica. Mattarella ha definito la violenza "un virus letale per la democrazia". Una frase che va ben oltre gli episodi della Val di Susa. È un monito rivolto a un clima culturale in cui l'avversario viene sempre più spesso trasformato in un nemico da delegittimare.

Prima ancora delle aggressioni fisiche esiste infatti una violenza verbale che logora lentamente la democrazia. È quella che rifiuta perfino di ascoltare chi la pensa diversamente. È quella che considera il confronto una debolezza e il compromesso una resa.

La Costituzione, invece, nasce esattamente dal contrario. Nasce dall'incontro tra culture politiche profondamente diverse che, dopo la tragedia della guerra e della dittatura, decisero di scrivere insieme le regole comuni della convivenza civile. Per questo il Presidente della Repubblica non è soltanto un notaio delle istituzioni. È il custode di quello spirito costituzionale. In un sistema attraversato da campagne elettorali permanenti, il Quirinale rappresenta uno dei pochi luoghi dove il tempo della politica torna ad avere il ritmo delle istituzioni e non quello dei social.

Forse è anche per questo che la figura di Sergio Mattarella gode di un consenso trasversale raro nella storia repubblicana. Non perché sia immune dalle critiche, ma perché molti cittadini riconoscono in lui qualcosa che oggi appare quasi controcorrente: l'idea che le istituzioni debbano parlare poco, ma quando parlano debbano farlo per difendere tutti.

In tempi di leader che cercano ogni giorno un titolo, un post o una dichiarazione destinata a diventare virale, il Presidente della Repubblica continua a ricordare che l'autorevolezza non nasce dal volume della voce, ma dalla forza delle regole che si rappresentano. Ed è forse proprio questa la lezione più attuale di Sergio Mattarella. In un Paese dove tutti sembrano voler arbitrare la partita, lui continua semplicemente e veramente  a fare l'arbitro. Ed è proprio questa apparente normalità a renderlo, oggi più che mai, una figura centrale nella vita e nella storia della nostra Repubblica.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

Breaking News