Link to Gli Stati Uniti svuotano le loro sedi diplomatiche, allarme sulla navigazione e stallo nucleare accendono il Medio Oriente, mentre il prezzo del greggio vola tra minacce di conflitto globaleGli Stati Uniti svuotano le loro sedi diplomatiche, allarme sulla navigazione e stallo nucleare accendono il Medio Oriente, mentre il prezzo del greggio vola tra minacce di conflitto globale
Il Medio Oriente si conferma il barometro della fragilità globale, e il prezzo del petrolio il suo primo, implacabile indicatore. L’impennata del greggio seguita all’evacuazione del personale diplomatico americano da Baghdad e da altre sedi nel Golfo non è solo un fatto economico: è un segnale politico, militare, strategico. Riflette una verità che la comunità internazionale conosce ma continua a ignorare: la crisi tra Stati Uniti e Iran non è congelata, è incandescente.
Il ritiro dei funzionari e dei familiari dei militari americani, autorizzato dal Pentagono e presentato come una precauzione, ha in realtà il sapore di un preallarme. Non si fugge se non si teme. E mentre la Casa Bianca tace sui dettagli delle minacce, le parole dei protagonisti delineano un’escalation pericolosa. Trump parla apertamente del fallimento dei negoziati sul nucleare iraniano, e da Teheran arriva la risposta che tutti temevano: se saremo attaccati, reagiremo “senza esitazione”. Non sono parole da comunicato, sono messaggi in codice destinati a militari, alleati e nemici.
In mezzo, il Regno Unito che mette in guardia le navi mercantili, Israele che osserva con il dito sul grilletto, e un'intera regione in cui il confine tra deterrenza e provocazione è ormai scomparso. Netanyahu, stretto tra l’ossessione per l’atomica iraniana e la crisi politica che minaccia il suo governo, appare oggi più vulnerabile, e forse più tentato dall’opzione militare. Se il fronte interno vacilla, il nemico esterno può diventare l’ultima àncora di consenso.
Intanto, la guerra a Gaza continua a scavare nel dolore, a produrre orrore e disperazione. Cinquantacinquemila morti palestinesi, gli ostaggi ancora da recuperare, le immagini strazianti di uomini e donne che corrono nel fango con sacchetti di plastica per un pugno di riso. È un’umanità prigioniera di una guerra che ormai non distingue più tra civili e militari, tra diritto e vendetta.
Eppure, proprio ora sarebbe il tempo della diplomazia. Non quella degli scambi di accuse via social, né quella delle telefonate tra leader che sembrano più monologhi incrociati. Serve una diplomazia vera, multilaterale, coraggiosa. Che imponga limiti e offra garanzie. Che obblighi alla trasparenza e restituisca una prospettiva di stabilità. Ma per questo serve una volontà politica che oggi, semplicemente, non si vede.
L’Agenzia atomica dell’ONU avverte che l’Iran ha scorte sufficienti per dieci testate, ma non ancora i mezzi per costruirle. È un tempo sospeso, quindi, quello in cui ci troviamo. E come tutti i tempi sospesi, è anche il più pericoloso. Il rischio non è solo quello di una guerra imminente. È quello, più subdolo, di abituarsi a convivere con l’orlo del baratro. Come se fosse normale. Come se non ci fosse alternativa. Il petrolio vola, ma è la pace che continua a precipitare
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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