La guerra che doveva finire subito non finirà presto: cosa succede adesso dopo l’attacco USA-Israele all’Iran

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Guido Talarico
Guido Talarico
La guerra che doveva finire subito non finirà presto: cosa succede adesso dopo l’attacco USA-Israele all’Iran

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Link to Washington e Tel Aviv hanno scommesso su un colpo “decisivo”: decapitare il vertice, paralizzare il regime, forzare una resa rapida e riaprire negoziati da posizione di forza. Teheran, invece, punta a un’altra partita: incassare l’urto, allargare il fronte nel Golfo e nelle rotte energetiche, rendere la crisi troppo costosa per tutti e costringere gli attori regionali a imporre un cessate il fuoco. Da qui in avanti conteranno tre variabili: durata (non sarà lampo), tenuta interna dell’Iran (anche senza Khamenei) e capacità dell’Europa—con l’Italia in prima linea—di trasformare contatti e crisi consolare in una vera iniziativa diplomaticaWashington e Tel Aviv hanno scommesso su un colpo “decisivo”: decapitare il vertice, paralizzare il regime, forzare una resa rapida e riaprire negoziati da posizione di forza. Teheran, invece, punta a un’altra partita: incassare l’urto, allargare il fronte nel Golfo e nelle rotte energetiche, rendere la crisi troppo costosa per tutti e costringere gli attori regionali a imporre un cessate il fuoco. Da qui in avanti conteranno tre variabili: durata (non sarà lampo), tenuta interna dell’Iran (anche senza Khamenei) e capacità dell’Europa—con l’Italia in prima linea—di trasformare contatti e crisi consolare in una vera iniziativa diplomatica

di Guido Talarico

Ci sono due illusioni gemelle che aprono molte guerre: l’illusione della vittoria rapida e quella del controllo dell’escalation. L’attacco coordinato di Stati Uniti e Israele contro l’Iran nasce esattamente da questa doppia scommessa: colpire duro, spezzare la catena di comando, spingere il regime a cedere ciò che non ha concesso al tavolo e—se possibile—innescare una transizione interna. Ma, come sottolineano molti osservagtori, proprio perché l’azione militare è stata pensata come “soluzione”, ora rischia di diventare “cornice”: un fatto iniziale destinato a generare conseguenze più lunghe del suo boato.

Da qui in avanti, l’Iran non cercherà necessariamente la vittoria sul campo—non ne ha i mezzi contro la superiorità tecnologica di Washington e l’intelligence israeliana—ma cercherà di cambiare il metro con cui si giudica la guerra. L’obiettivo è rendere il conflitto non breve, non pulito, non circoscrivibile. Se non può fermare l’attacco, può però aumentare il costo politico ed economico della prosecuzione: colpire basi, minacciare le rotte, alzare la temperatura nel Golfo, far tremare i mercati dell’energia e costringere i Paesi arabi preoccupati—Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Oman—ad attivarsi come mediatori. È un calcolo cinico ma razionale: trasformare la guerra in una leva per arrivare a un cessate il fuoco, e poi a negoziati “diversi” da quelli precedenti. Ragionamenti non troppo dissimili a quelli che si fanno in Ucraina.

Il primo capitolo sarà militare, ma non nel modo che molti immaginano. Sono in molti a prevedere che non vedremo una “resa” immediata, anche se il vertice è stato colpito duramente. La decapitazione, da sola, non spegne un apparato che si è preparato per decenni a sopravvivere. Se davvero la Guida suprema non fosse più in scena, la transizione non produrrà un volto nuovo capace di firmare la pace “la mattina dopo”. Più probabile è una fase di potere opaco: un’alleanza tra centri di forza, un deep state che conserva la linea dura perché su quella linea ha costruito identità, ricchezza e controllo—dall’economia delle sanzioni fino alle reti regionali. In altre parole: la persona può cambiare, la struttura no, almeno non subito. Ed è proprio questo che rende fragile la fantasia del “Venezuela mediorientale”: uccidi il leader e il sistema crolla. Qui, se crolla qualcosa, può farlo in modo disordinato, e il disordine è il carburante dell’instabilità.

Il secondo capitolo sarà regionale. L’escalation non vive solo tra Teheran e Tel Aviv: vive nelle basi, nei porti, nei cieli del Golfo, nei corridoi del Mar Rosso, nelle filiere logistiche che passano da Suez, nelle assicurazioni marittime e nei costi di trasporto. Il punto non è soltanto “quanti missili” ma “quanta paura”: basta una minaccia credibile alle rotte perché il prezzo dell’energia salga, e perché l’economia globale—già nervosa—si metta in modalità difensiva. Se questo accade, gli attori del Golfo diventeranno arbitri involontari: non possono permettersi una guerra lunga a casa loro, ma non possono neppure apparire succubi. La loro mediazione sarà interessata, non idealista: fermare l’incendio prima che bruci i conti pubblici, gli investimenti, la sicurezza interna.

Il terzo capitolo è politico, e riguarda soprattutto gli Stati Uniti. L’attacco, per Washington, non è solo un’azione estera: è una scelta domestica. Se non arriva una vittoria rapida e “vendibile”, la guerra diventa un costo: nelle elezioni, nell’opinione pubblica, nei rapporti con alleati che chiedono una strategia e non solo una dimostrazione di forza. Joe Biden l'ha detto senza mezzi termini: "Trump attacca pensando alle prossimi elezioni di midterm". È qui che la scommessa iraniana trova spazio: resistere, allungare i tempi, convincere Trump che l’uscita è preferibile alla spirale. E se gli obiettivi americani restano ambigui, l’ambiguità si trasforma in vulnerabilità: perché le guerre senza un “perché” chiaro finiscono per essere giudicate solo dal loro prezzo.

Infine c’è l’Europa, e c’è l’Italia. Roma si è già mossa come nodo diplomatico—telefonate, contatti, unità di crisi, coordinamento con il G7 e con Bruxelles—ma il dopo richiede qualcosa di più: un’iniziativa. La prima urgenza è consolare e militare: proteggere connazionali, garantire sicurezza ai contingenti, tenere aperte le rotte commerciali nel Mar Rosso con missioni come Aspides. La seconda urgenza è politica: costruire una posizione europea credibile che parli con gli Stati del Golfo e, attraverso di loro, riapra un canale per abbassare la temperatura. Perché se la guerra non sarà lampo, allora la diplomazia non può essere episodica.

Che cosa accadrà, quindi, da qui in avanti? Probabilmente una fase a onde: colpi e contro-colpi, pressione sulle basi e sulle rotte, tentativi di dimostrare forza senza superare la soglia della guerra totale. Nel mezzo, un Iran traumatizzato—colpito fuori e represso dentro—che difficilmente si trasformerà in rivoluzione organizzata solo perché qualcuno lo invoca. E qui un pensiero va rivolto da subito alla popolazione iraniana che certamente andrà a pagare un prezzo altissimo anche in termini di repressione interna. Poi ancora c'è il tema dell'Occidente nel suo complesso che, con ogni probabilità, sarà suo malgrado costretto a scoprire che “controllare” una guerra è l’arte più difficile quando l’avversario non cerca di vincere, ma di far durare.

La domanda decisiva a questo punto non è se la guerra si allargherà: è quanto a lungo resterà abbastanza grande da cambiare l’economia e abbastanza confusa da impedire una soluzione. Se la risposta è “molto”, allora il futuro prossimo sarà un negoziato mascherato: trattative indirette, mediatori regionali, scambi di garanzie e minacce, e una corsa a evitare l’ultimo gradino - quello nucleare - che tutti evocano e che nessuno può permettersi di vedere. Insomma, è evidente quanta incertezza vi sia nell'analisi del "dopo". E l'incertezza - questo si che si sa - è nemica del mercati.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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