L'America di Trump, intervista all’Amb. Giovanni Castellaneta

di

Annachiara Mottola Di Amato
L'America di Trump, intervista all’Amb. Giovanni Castellaneta

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Donald Trump ha trionfato alle elezioni e sarà di nuovo Presidente degli Usa. Perché ha vinto, cosa intende fare la sua amministrazione, quali sono i dossier caldi che hanno deciso la sorte delle elezioni. L’ex ambasciatore italiano a Washington Giovanni Castellaneta ci accompagna nel cercare di dare una risposta a queste domande, ma non solo. Quali scenari futuri si aprono davanti, tra guerre, politiche commerciali e il rapporto con l'Europa? Il terremoto Trump è tornato e le sfide da affrontare oltreoceano, ma anche qui da noi, saranno parecchie.

Trump sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti. Nessuno l’aveva previsto tranne i bookmakers. Le borse ci avevano scommesso. È stata davvero una sorpresa la vittoria di The Donald?

In America il forte consenso per Trump si percepiva, ad esclusione degli Stati sulla costa, da una parte la California, dall'altra il Massachusetts. Per gli osservatori più smaliziati, la sorpresa sarebbe stata che vincesse Kamala Harris. In Europa, invece, si è un po' giocato sulla questione degli swing States, gli stati ballerini in bilico tra repubblicani e democratici. I dati, però, parlano di un'altra storia: la vittoria di Trump sarà più netta del previsto e si supereranno i 280 grandi elettori.

Kamala Harris nella sua campagna elettorale si è rivolta molto a donne, giovani e immigrati. Ci si aspettava che queste categorie di elettori andassero in massa a votare la candidata dem ma non è andata così. Perché?

Per prima cosa va detto che si tratta della seconda volta che una candidata donna alla Casa Bianca non è riuscita a vincere, la prima era con Hillary Clinton, sempre battuta da Trump nel 2016. Da questo si vede che gli Stati Uniti, nonostante la grande modernità e la grande partecipazione delle donne nella vita sociale, forse non sono ancora pronti ad avere una presidente donna, in questo caso anche indo-africana. Con i giovani e i latinos, poi, ma anche con le classi più povere, Kamala non è riuscita a mettersi in sintonia. Se vedi le manifestazioni a favore di Trump, invece, c'è una partecipazione molto attiva dei giovani che,  quindi, al posto di avere fiducia in una persona come Kamala Harris, come età più vicina a loro, la ripongono in una persona di quasi 80anni ma in piena forma, una persona che vedono come più solida e rassicurante. E poi, c'è il fatto che queste elezioni non sono state vinte su temi generazionali o legati alle minoranze etniche ma su due punti fondamentali: economia e sicurezza, quindi immigrazione. Ed è su questi bisogni dell'elettorato che l'ex presidente è riuscito a mettersi in sintonia e Harris no. Infine, non si può nemmeno sottovalutare la stanchezza generale che  è emersa alle urne per un clima di permissività che permea la società americana, la c.d. woke society, che accetta ed è flessibile su tutto. Su questo, a mio avviso, c'è stato una sorta di pendolo della Storia, molti si sono detti: 'torniamo a quelli che sono i valori tradizionali della società occidentale'.

Cosa ha sbagliato Kamala Harris nella sua campagna elettorale? Sceglierla prima al posto di Joe Biden avrebbe potuto portare oggi a un risultato diverso?

Kamala Harris non è riuscita a definire bene il suo personaggio, il suo messaggio. Questo anche perché è entrata nella gara per le presidenziali tre mesi fa e non ha avuto il tempo di farsi conoscere dall'elettorato di oltre 330 milioni americani. Joe Biden avrebbe dovuto ritirarsi prima o rimanere fino all'ultimo, invece in questo modo il Partito Democratico l'ha gettata nella mischia a poche settimane dalle elezioni. Qualcuno dice, con un po' di dietrologia, che i dem, coscienti che avrebbero perso queste elezioni o che sarebbe stata comunque una dura battaglia, avrebbero preferito sacrificare Kamala per puntare tutto sulle prossime elezioni con candidato più forte e aggressivo.

Oltre al Presidente, negli Stati Uniti si è votato anche per il Congresso: tutta la Camera e un terzo del Senato. Il Senato sarà riconfermato repubblicano, la Camera è ancora in bilico. Se dovesse essere anch’essa a maggioranza repubblicana Trump non avrà limiti nell’attuare le sue politiche?

Anche la Camera è probabile che sarà a maggioranza repubblicana e se a questo aggiungiamo che anche la Corte suprema è già a maggioranza rossa la situazione che si delinea è che Trump ha il totale controllo di tutte le istituzioni più importanti degli Usa. Salta il sistema dei contrappesi ed è quello che ha deciso in sostanza il voto popolare che questa volta The Donald si aggiudicherà, a differenza di quanto successo nel 2016 contro Hillary Clinton. Più in generale si registra una tendenza in tutto il mondo di dare il potere a una persona che possa esercitarlo senza troppi condizionamenti che è il riflesso della volontà di rinchiudersi in se stessi: i votanti vogliono solo stare bene economicamente e non avere paura e il resto lo demandano a una persona di cui hanno fiducia. Trump ha intercettato questo bisogno di sicurezza.

La politica estera sarà un capitolo decisivo di cambiamento nell’amministrazione Trump. Quali scenari si aprono in Ucraina? Quali in Medio Oriente?

Sono temi che sono stati messi in disparte durante le elezioni ma ci sono e sono forti, anzi, direi che Trump dovrà affrontarli già nei primi mesi del suo mandato. Questo perché tra due anni negli Usa si vota di nuovo, solo per il Congresso, e sarà una sorta di esame per Trump rispetto alle promesse fatte agli elettori. E l'ex inquilino della Casa Bianca di promesse ne ha fatte tante: che concluderà la guerra in Ucraina, che troverà una soluzione in Medio Oriente e che si confronterà con la Cina ma senza arrivare a un confronto militare, quindi, ha fatto immaginare che su Taiwan potrebbe essere meno duro dei democratici.

È anche vero che da ora fino a gennaio il presidente è sempre Biden che, in questo arco di tempo, ha tutti poteri, anche di dichiarare guerra. I primi due mesi, poi, dal 20 gennaio- con il passaggio dei poteri da Biden a Trump- fino a che il Congresso non entra nel pieno delle sue funzioni e le commissioni non vengono formate, ci sarà un periodo di fatto di mancanza di una guida politica forte. In totale, quindi, facendo la somma, si tratta di avere davanti un periodo di 4 mesi circa prima che subentri in pieno l'amministrazione Trump e in cui diversi Paesi potrebbero approfittare di questa situazione.

Quali saranno le sfide per l’Europa con Trump alla Casa Bianca? Potrebbe essere il momento di diventare una potenza autonoma e competitiva?

Per noi europei porta la futura amministrazione Trump porta conseguenze molto importanti: le discussioni nell'ambito della difesa, la Nato, la presenza in Ucraina e quello che può succedere nel vicino Medio Oriente da un giorno all'altro.

Da punto di vista politico, sicuramente perché la tendenza degli americani (anche dei democratici con Obama) è da tempo quella di ritirarsi da molti scenari internazionali e di lasciare agli europei la responsabilità della gestione delle crisi. Questo significa grandi responsabilità per l'Europa: avere una politica di difesa comune, una politica industriale dei materiali di difesa e, ancora, una maggiore concertazione in politica estera. Tutte cose ottime, è chiaro, ma che si scontreranno nella pratica da una parte con l'individualismo e il nazionalismo dei Paesi europei, dall'altra con i limiti economici, ovvero non superare il tetto del debito, già molto alto. Quindi, per rispondere a questa sfida va bene stanziare più spese per la difesa ma occorre trovare un accordo tra i 27 per avere i finanziamenti che sono necessari.

A partire dall'annuncio della volontà del tycoon di imporre dei dazi sulle merci Ue, cosa potrebbe succedere all'Italia a livello economico con la vittoria di Trump?

È un terreno tutto da esplorare. La base è che con gli Stati Uniti c'è un'amicizia che non si discute, è il nostro più grande alleato. Sugli aspetti concreti, però, sempre in un clima di amicizia, andranno discusse una serie di misure come l'imposizione di tariffe, ostacoli commerciali etc. Tutte politiche che potrebbero limitare il commercio internazionale libero di cui noi, come paese esportatore, abbiamo bisogno. Il governo italiano può fare molto in questo momento perché parte sicuramente da una base ideologica comune con Trump, poi, però, l’Italia dovrebbe guidare una trattativa con gli americani sui singoli punti con più incontri in particolare sul tema del commercio internazionale.

Trump ha promesso dazi al 60% sulle importazioni cinesi. Ma potrebbe avere una posizione più morbida su Taiwan. Quali sono i termini del rapporto tra la futura amministrazione statunitense e la Cina?

Bisogna partire dal fatto che Donald Trump è un uomo d'affari, un uomo concreto, non ideologico, quindi i problemi li affronterà in moda da ottenere il maggiore risultato possibile per gli Stati Uniti. La sua guida polare è il motto Make America Great Again, quindi un nazionalismo molto forte che si applica, ad esempio, nella volontà di difendere l’industria americana che, in effetti, negli ultimi anni ha perduto molta molta capacità produttiva. Questo perché si è puntato molto sugli altri settori: la tecnologia, il terziario, il bancario. E in questo modo l’industria americana soffre, quindi l'intento di Trump nell'apporre i dazi è sicuramente quello di rafforzare il tessuto industriale americano. Mettere i dazi, però, significa che anche gli altri Paesi poi mettono i dazi contro di te. Quindi sarà necessario negoziare caso per caso e anche tener conto che gran parte della produzione americana si basa su dei componenti di base che sono cinesi. Ce lo dimostra il caso delle auto Tesla: la fabbrica in Cina è una delle più produttive al mondo.

Giovanni Castellaneta

Nato a Gravina in Puglia (BA) il 11/09/1942, si è laureato in Giurisprudenza presso l’Università La Sapienza di Roma. È stato ambasciatore italiano in Australia (e in alcuni Stati dell’Oceano Pacifico), in Iran, Rappresentante del Governo in Albania e ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti (2005-2009), presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e le Bahamas. È stato consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio e suo rappresentante personale per i Vertici del G7/G8 dal 2001 al 2005. Inoltre, dal 2002 al 2012 ha ricoperto la carica di Consigliere d’Amministrazione di Leonardo/Finmeccanica e Vicepresidente dell’omonimo Gruppo. Dal 2010 al 2016 è stato Presidente del Consiglio di Amministrazione di SACE, e dal 2012 al 2017 ha ricoperto la carica di Presidente di Italfondiario S.p.A.. È stato Senior Advisor per l’Italia di Fortress Investment Group. A far tempo dal 2013, e sino a giugno 2018, è stato Presidente di Torre SGR S.p.A., carica che ha inoltre ricoperto in Milanosesto S.p.A. dal marzo 2014 al luglio 2018. Attualmente ricopre la carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione di doValue S.p.A.

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