Link to Lo show del presidente americano, tra standing ovation, strette di mano e foto opportunity lontano dalle macerie e dai morti di Gaza. Ma tra dolore e amarezza la tregua è un primo passo verso un futuro possibileLo show del presidente americano, tra standing ovation, strette di mano e foto opportunity lontano dalle macerie e dai morti di Gaza. Ma tra dolore e amarezza la tregua è un primo passo verso un futuro possibile
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Oggi, 13 ottobre 2025, Donald Trump ha proclamato la fine della guerra a Gaza. Standing ovation alla Knesset, strette di mano diplomatiche e foto ufficiali con venti leader mondiali, tra cui Giorgia Meloni, a Sharm El-Sheikh: una regia impeccabile. Ma sul terreno, la realtà è un’altra. Gaza è un cumulo di macerie e di quartieri rasi al suolo e continua a contare i suoi morti, oltre 70.000 morti, i suoi sfollati che sono centinaia di migliaia. Il “nuovo Medio Oriente” celebrato dai riflettori internazionali appare solo un miraggio lontano, lontanissimo dalla devastazione che il popolo palestinese ha subito.
Si potrebbe applaudire, sorridere, gioire: se non fosse che il vero spettacolo si svolge altrove. Trump celebra, Israele e Hamas osservano. Gli ostaggi liberati e i prigionieri restituiti diventano tappezzerie umane di un accordo la cui sostanza rimane sfuggente. Chi ricostruirà Gaza? Chi garantirà sicurezza, diritti e dignità alla sua popolazione? Questa “pace” è reale o è solo un’illusione mediatica?
Certo è che mentre Trump parlava di “alba storica”, bambini camminavano tra le macerie delle loro case, madri piangevano i propri figli, famiglie cercavano riparo sotto tende improvvisate. Una tragedia che la scenografia della Knesset trasformava in applausi, in un “successo diplomatico”, in uno show quasi perfetto se non fosse per due deputati, esponenti del partito arabo-ebraico Hadash, Ayman Odeh e Ofer Cassif, che hanno osato esporre un cartello con la scritta “Riconoscere la Palestina”, e per questo sono stati espulsi, mentre il nuovo “Ciro il Grande”, così il presidente americano è stato salutato dallo stato ebraico, proclamava la fine dell’“era del terrore” e l’inizio di “una nuova età dell’oro per Israele e per la regione”. E il leader dell’opposizione Yair Lapid gli dava man forte avvertendo i manifestanti di tutto il mondo, da Londra a Roma, a Parigi a Washington, alla Columbia University, di essere stati “ingannati” e “manipolati” da “esperti di propaganda, finanziati con denaro del terrorismo” e invitandoli, ora che la guerra è finita, a informarsi, a scoprire i fatti. “ La verità – ha detto con sicumera- è che non c’è stato alcun genocidio”. Parole atroci che negano il lutto del mondo per la morte di 20 mila bambini palestinesi morti in 23 mesi.
Eppure, tra dolore e amarezza, la tregua inaugurata in queste ore deve essere un’occasione per aprire uno spazio in cui la comunità internazionale può finalmente intervenire. Come ha ricordato il segretario generale Onu António Guterres: “Le agenzie delle Nazioni Unite stanno raggiungendo le comunità isolate da mesi, fornendo assistenza salvavita” . Non è la soluzione definitiva, ma è un primo passo verso un futuro possibile. Il Medio Oriente resta appeso a un filo sottile, ma vogliamo essere ottimisti.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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