Link to Filantropa e sostenitrice storica del mondo ebraico, la miliardaria americana ha avuto un ruolo chiave nel convincere il presidente USA a favorire la liberazione degli ostaggi. A 80 anni, Miriam “Miri” Adelson si conferma una delle figure più influenti tra Washington e Tel AvivFilantropa e sostenitrice storica del mondo ebraico, la miliardaria americana ha avuto un ruolo chiave nel convincere il presidente USA a favorire la liberazione degli ostaggi. A 80 anni, Miriam “Miri” Adelson si conferma una delle figure più influenti tra Washington e Tel Aviv
Con i capelli bianchi raccolti, gli occhialini tondi e la compostezza di chi sa di avere un peso reale dietro le quinte, Miriam Adelson è rimasta in silenzio ad applaudire il discorso di Donald Trump alla Knesset, fino a quando lo stesso presidente non l’ha chiamata pubblicamente:
“Miriam, alzati. Fatti vedere”,
ha detto Trump dal podio, accendendo su di lei le telecamere di tutto il mondo.
La miliardaria nell’ombra di Trump
Nota come Miri, Miriam Adelson, 80 anni, è la miliardaria americana di origini israeliane che più di chiunque altro ha spinto il presidente Trump a raggiungere un accordo per la liberazione degli ostaggi e a promuovere il nuovo piano di pace in Medio Oriente.
Medico, filantropa e una delle donne più ricche degli Stati Uniti, gestisce un patrimonio stimato in oltre 35 miliardi di dollari. Nata a Tel Aviv e cresciuta a Haifa, è oggi una figura chiave nella politica filo-israeliana americana e l’editrice del quotidiano Israel Hayom, il giornale più diffuso del Paese.
Durante l’ultima campagna presidenziale, Adelson ha donato almeno 100 milioni di dollari a sostegno di Trump, come già accaduto nelle precedenti elezioni, contribuendo in modo decisivo al suo ritorno sulla scena politica.
L’alleanza (e la rottura) con Netanyahu
Per anni, Miriam e il marito Sheldon Adelson – scomparso nel 2021 – sono stati considerati i principali sostenitori di Benjamin Netanyahu, tanto che in Israele il loro nome era diventato sinonimo della sopravvivenza politica del premier.
Ma il rapporto si è incrinato bruscamente quando Netanyahu fu accusato di corruzione e di aver trattato segretamente con l’editore del quotidiano rivale Yedioth Ahronoth per ridurre l’influenza di Israel Hayom.
Durante il processo, Miriam ha raccontato un episodio emblematico:
“Sara Netanyahu mi disse che se l’Iran avesse ottenuto armi nucleari e Israele fosse stato annientato, la colpa sarebbe stata mia, perché non difendevo abbastanza Bibi.”
Un’accusa che l’ha ferita profondamente, segnando la fine di un’alleanza politica e personale durata anni.
La nuova immagine: da sponsor a mediatrice
Oggi, Miriam Adelson non è più vista come la “cassaforte di Netanyahu”, ma come una donna di potere discreta e determinata, capace di influenzare la politica internazionale senza clamore.
Negli ultimi mesi si è spesa in prima persona per la liberazione degli ostaggi e la stabilità di Israele, incontrando familiari dei rapiti e sostenendo attivamente i negoziati.
Per molti israeliani, la sua figura è ormai quella di una mediatrice silenziosa, animata da un profondo senso di responsabilità verso il suo Paese d’origine.
La sua comparsa alla Knesset, accanto a Trump, non è solo un gesto simbolico: è la conferma del suo ruolo dietro le quinte nel processo di pace e del peso crescente delle donne nella diplomazia e nella politica internazionale.
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