Naza e Venezia: se il premio diventa un verdetto

Partendo dall’analisi di Roger Abravanel pubblicata su Il Riformista, una riflessione sul confine tra qualità cinematografica, rigore documentaristico e legittimazione politica. Premiare un film significa riconoscerne il valore artistico oppure certificarne implicitamente le conclusioni?

Naza e Venezia: se il premio diventa un verdetto

di Guido Talarico

Il confronto tra Fauda 5 e NAZA, proposto da Roger Abravanel su Il Riformista, solleva una questione che supera i confini del cinema e investe direttamente la responsabilità delle grandi istituzioni culturali. Quando un festival prestigioso, come è quello di Venezia, assegna un premio a un’opera che formula accuse politiche e morali di eccezionale gravità, che cosa sta realmente giudicando? La qualità del film, la solidità dell’inchiesta o la verità del verdetto che quell’opera consegna al pubblico?

Fauda e NAZA partono entrambi dal trauma del 7 ottobre e dalla guerra che ne è seguita, ma appartengono a categorie profondamente diverse. Fauda è una fiction israeliana che dichiara apertamente il proprio punto di vista. Racconta il lutto, la paura, la rabbia e il desiderio di vendetta di una società colpita da un massacro. Può essere criticata, contestata o ritenuta parziale, ma non pretende di nascondere la prospettiva dalla quale osserva gli eventi. È, ripeto, fiction, cioè una narrazione che cerca spettatori e si espone al loro giudizio.

NAZA, documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor (foto in basso0, avanza invece una pretesa differente, quella dell’inchiesta con la “i” maiuscola. Attraverso le testimonianze anonime di militari e membri dell’intelligence israeliana, affronta i sistemi di selezione degli obiettivi, l’impiego dell’intelligenza artificiale e il calcolo preventivo delle possibili vittime civili. Da questi materiali gli autori ricavano una conclusione devastante: in numerosi casi l’uccisione dei civili non sarebbe stata una conseguenza prevista degli attacchi, ma un risultato intenzionale.

È qui che, come osserva Abravanel, il giudizio cinematografico incontra un problema più ampio. Il documentario ha ricevuto alla Mostra del Cinema di Venezia una lunga ovazione e il Premio Speciale della Giuria. Ma il riconoscimento è stato assegnato alla costruzione del film, alla qualità delle immagini, al montaggio e all’accesso alle fonti? Oppure ha finito per attribuire autorevolezza anche alla conclusione politica, storica e morale formulata dagli autori?

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L’anonimato dei testimoni non costituisce necessariamente una debolezza. In un’inchiesta riguardante esercito e servizi di intelligence può essere indispensabile per proteggere le fonti e consentire loro di parlare. Neppure il fatto che il Guardian, coproduttore del documentario, dichiari di aver verificato le testimonianze risolve però ogni problema. Verificare l’identità e l’attendibilità di una fonte non equivale a dimostrare automaticamente l’interpretazione che un film ricava dalle sue parole.

Il punto decisivo riguarda dunque il metodo con il quale si passa dai fatti al giudizio. Come sono state selezionate le testimonianze? In quale contesto sono state pronunciate le frasi utilizzate? Quali elementi contrari sono stati presi in esame? Quanto materiale è stato escluso durante il montaggio? Chi fa documentari (ma ormai anche il pubblico) sa che un’intervista di diverse ore può essere ridotta a pochi minuti, cambiando inevitabilmente la percezione del racconto. La potenza narrativa del cinema non coincide sempre con la completezza dell’indagine.

Quando l’accusa è estrema, anche il livello di rigore richiesto deve essere estremo. Esiste infatti una differenza sostanziale tra prevedere che un bombardamento provocherà vittime civili e decidere di colpire proprio con l’obiettivo di ucciderle. La previsione del danno collaterale, per quanto moralmente dolorosa e giuridicamente delicata, è parte dei processi attraverso i quali vengono autorizzati, modificati o annullati gli attacchi. Trasformare questa previsione nella prova di un’intenzione deliberata dovrebbe richiedere evidenze ulteriori.

Voglio essere chiaro: ricordare tale distinzione non significa assolvere ogni operazione militare israeliana. E’ assai probabile che possano esservi stati errori, violazioni, attacchi sproporzionati o decisioni che devono essere indagate. Ciò tuttavia non deve impedire di rifiutare la scorciatoia che conduce automaticamente dalla conoscenza delle conseguenze alla volontà di produrle. Anche nelle operazioni occidentali contro l’ISIS a Mosul e Raqqa si prevedevano migliaia di vittime civili. Quelle previsioni non furono considerate, da sole, la prova che l’uccisione dei civili costituisse lo scopo della campagna. Ed esempi di questa natura riempiono le pagine della storia occidentale.

Il problema alla fine riguarda quindi anche Venezia. Un grande festival non è un tribunale internazionale, ma non è neppure uno spazio neutrale. I premi producono reputazione, legittimano interpretazioni e contribuiscono a costruire una memoria pubblica. In un ambiente culturale già fortemente politicizzato sul conflitto israelo-palestinese, una giuria dovrebbe spiegare con particolare precisione le ragioni di un riconoscimento assegnato a un’opera tanto controversa.

Nel 2025 migliaia di professionisti avevano aderito all’iniziativa Venice4Palestine, mentre era stata perfino contestata l’eventuale presenza di interpreti come Gal Gadot e Gerard Butler a causa del loro sostegno a Israele. Non occorre immaginare complotti per riconoscere che il clima culturale della Mostra possiede un orientamento e che questo contesto può influire sulla ricezione delle opere. Proprio per questo, una motivazione generica lascia irrisolta la domanda fondamentale: è stato premiato il linguaggio cinematografico di NAZA o la sua tesi?

Fauda dichiara apertamente la propria identità israeliana e sionista, offrendo poi il racconto al giudizio degli spettatori. NAZA formula invece una conclusione che pretende di oltrepassare il punto di vista e di assumere il valore di una verità dimostrata. Venezia, premiandolo senza chiarire adeguatamente le ragioni della scelta, rischia di sovrapporre l’eccellenza artistica alla certificazione politica.

L’auspicio formulato da Roger Abravanel su Il Riformista diventa allora una prova di coerenza per l’intero sistema culturale: attendere un regista palestinese disposto a raccogliere le testimonianze dei membri di Hamas e a ricostruire la preparazione del 7 ottobre, il massacro nei kibbutz e al Nova Festival e il trattamento riservato agli ostaggi. Se quel film sarà realizzato con rigore, avrà diritto alla medesima attenzione, alla stessa libertà espressiva e, se meritevole, agli stessi applausi? Ci sarebbe da auspicarlo, anche se il rischio è che la narrazione mainstream che riguarda la questione palestinese possa rendere una eventualità del genere alquanto improbabile.

Il pluralismo non consiste nell’imporre una simmetria artificiale tra ogni dolore, ma nel garantire che il rigore applicato a una narrazione venga richiesto anche alle altre. Il cinema ha una forza straordinaria nella formazione della coscienza collettiva e proprio per questo può e deve interrogare il potere. Ma quando pretende di trasformare una testimonianza in una sentenza, anche il cinema dovrebbe chiedersi se lo ha fatto senza cadere in scelte aprioristiche. E’ in sostanza un tema di responsabilità dove le scelte di parte possono essere anche fatte ma vanno dichiarate. Sono tempi di populismi contrapposti che gridano sui social le proprie verità di parte sapendo così di poter ruspare consensi. E’ una delle piaghe politiche del momento che ha proprio nella cultura uno dei pochi argini. Ed è proprio per questo che almeno in questo ambito occorre almeno dirsi le cose con franchezza.

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