Nidal Shoukeir, "La fine di Gaza o di Hamas?"

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Redazione
Nidal Shoukeir, "La fine di Gaza o di Hamas?"

Link to Oggi è tempo di aprire gli occhi, con realismo e responsabilità, sulle opzioni ancora disponibili per fermare questa spirale infernale. Gaza sta morendo e non ha né il lusso del tempo né la capacitàdi attendere. Il suo destino ormai oscilla tra due possibilità — e nessuna terza via all’orizzonte.La prima opzione è quella radicale, sul modello di Donald Trump: sacrificare Gaza e Hamas, deportando la popolazione verso Paesi limitrofi.Oggi è tempo di aprire gli occhi, con realismo e responsabilità, sulle opzioni ancora disponibili per fermare questa spirale infernale. Gaza sta morendo e non ha né il lusso del tempo né la capacitàdi attendere. Il suo destino ormai oscilla tra due possibilità — e nessuna terza via all’orizzonte.La prima opzione è quella radicale, sul modello di Donald Trump: sacrificare Gaza e Hamas, deportando la popolazione verso Paesi limitrofi.

di  Nidal Shoukeir*

hamasDopo quasi venti mesi di guerra ininterrotta, un assedio soffocante e un crollo umanitario semprepiù grave, la Striscia di Gaza si trova esausta sull’orlo dell’abisso. Ciò che accade oggi non è più una crisi temporanea, ma una situazione unica di distruzione totale e sofferenza quotidiana che ha superato i limiti della sopportazione umana, sollevando interrogativi fondamentali sul destinoe il futuro del territorio.Dal 7 ottobre 2023, Gaza sanguina senza sosta: migliaia di morti e feriti, centinaia di migliaia di sfollati e deportati, infrastrutture collassate e città ridotte in macerie. Tutto questo è il risultato di una crisi politico-militare esplosiva, avviata da decisioni prese da Hamas e seguite da una reazione israeliana brutale, che ha trasformato Gaza in un campo aperto per la regolazione diconti regionali e internazionali, con un costo pagato in sangue innocente.

Mediazioni paralizzate e tre ostacoli fondamentali

Nonostante la gravità della catastrofe, gli sforzi internazionali di mediazione non si sono mai fermati, fin dai primi momenti del conflitto, nel tentativo di fermare l’escalation e aprire una finestra di speranza. Tuttavia, questi tentativi si sono scontrati con tre ostacoli principali:

  1. L’intransigenza senza precedenti del governo Netanyahu, determinato a sradicare Hamase guidato da una logica vendicativa piuttosto che da una visione politica.
  1. La regionalizzazione del conflitto, con l’ingresso degli alleati iraniani — da Hezbollah inLibano agli Houthi nello Yemen — che ha ampliato il raggio dello scontro e complicatoogni soluzione.
  1. La debolezza dell’amministrazione Biden, apparsa impotente man mano che si avvicinavano le elezioni presidenziali. Un’incapacità accentuata dall’annuncio di Bidenmdi non candidarsi per un secondo mandato, svuotando ogni iniziativa americana di forza ocredibilità.
In questo clima di stallo, la situazione è rimasta bloccata fino alla vittoria di Donald Trump alle presidenziali statunitensi. Durante la campagna, Trump ha promesso di porre fine sia alla guerra in Gaza sia al conflitto in Ucraina “nel giro di poche settimane”. Il 17 gennaio 2025, un raggio di speranza ha toccato Gaza con l’annuncio di un accordo in tre fasi tra Israele e Hamas, grazie a una pressione diretta dell’amministrazione Trump.

Trump riaccende la speranza… temporaneamente

Ma la speranza è durata poco. L’accordo, fragile sin dall’inizio, è crollato nel giro di poche settimane e i combattimenti sono ripresi nelle strade di Gaza. Tre elementi chiave hanno portato al fallimento:

  1. Il fermo rifiuto di Israele di accettare la presenza di Hamas nella Striscia e la suadeterminazione a cambiare le regole del gioco.
  1. L’intransigenza di Hamas, che ha respinto ogni discussione sul disarmo o sull’abbandono del potere, convinta di poter ancora ottenere una tregua mantenendo il controllo delterritorio.
  1. Una proposta scioccante di Trump, che il 5 febbraio ha annunciato l’intenzione ditrasferire la popolazione di Gaza in Paesi vicini “sicuri”, ponendo la Striscia sottocontrollo americano e trasformandola in una “Riviera del Medio Oriente”. Una dichiarazione che ha scatenato forti reazioni a livello locale e internazionale.
Dopo il collasso dell’accordo, avvenuto il 3 marzo scorso, sono ripartite nuove iniziative diplomatiche, tutte naufragate di fronte agli stessi ostacoli. Nel frattempo, nelle ultime settimane Gaza è stata scossa da proteste popolari senza precedenti contro Hamas, anche in areetradizionalmente fedeli al movimento islamico. Non si tratta più solo di fame o devastazione, ma di un profondo divario tra la leadership e la popolazione: tra chi decide e chi paga il prezzo.

Gaza davanti a scelte impossibili…

Un vecchio proverbio francese dice: “Il peggior cieco è colui che non vuole vedere”. Oggi è tempo di aprire gli occhi, con realismo e responsabilità, sulle opzioni ancora disponibili per fermare questa spirale infernale. Gaza sta morendo e non ha né il lusso del tempo né la capacitàdi attendere. Il suo destino ormai oscilla tra due possibilità — e nessuna terza via all’orizzonte.La prima opzione è quella radicale, sul modello di Donald Trump: sacrificare Gaza e Hamas, deportando la popolazione verso Paesi limitrofi. Un’idea che il mondo arabo ha respinto con decisione, prendendo una posizione storica e dignitosa a difesa del popolo di Gaza comecondizione imprescindibile per una pace duratura nella regione. La seconda opzione, per quanto possa sembrare surreale, è più realistica: salvare Gaza a patto che Hamas esca di scena come forza dominante. Questo potrebbe aprire la strada a un nuovo processo politico, porre fine allo spargimento di sangue e permettere una ricostruzione del territorio, a condizione che si ripensi completamente il sistema di governance, con un modellorappresentativo capace di garantire stabilità e di resistere a nuove derive autoritarie. Oggi l’ora della verità è scoccata. Gaza è a un bivio decisivo, risultato diretto di decisioni avventate prese da Hamas, che controlla il territorio dal 2007. La realtà è brutale e semplice:Gaza in cambio di Hamas. Non è più il tempo di parlare di “vittorie” o “sconfitte”. La veradomanda è: chi si sacrificherà per far sopravvivere l’altro? O assisteremo alla fine di entrambi?

*Professore di Comunicazioni Strategiche e Relazioni Governative

 

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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