Invecchiamento della popolazione, denatalità e riduzione della platea dei lavoratori chiamati a sostenere il sistema pensionistico pubblico rendono sempre più urgente interrogarsi sul ruolo della previdenza complementare. È da questa trasformazione strutturale che prende le mosse il lavoro del Tavolo tecnico “Welfare del Futuro”, presentato il 5 ottobre all’Auditorium Deloitte di Roma. L’incontro, coordinato dal direttore di Milano Finanza Roberto Sommella, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, degli enti previdenziali e dell’industria finanziaria in due panel dedicati, rispettivamente, alla solidarietà intergenerazionale e al rapporto tra risparmio previdenziale ed economia reale.
Ad aprire i lavori Fabio Pompei, CEO di Deloitte Central Mediterranean, che ha indicato nella ricerca non un approdo, ma l’avvio di un percorso. «L’auspicio è che questo non sia un momento di chiusura, ma un punto di partenza per una riflessione più ampia sul ruolo della previdenza complementare, per renderne sempre più centrale il ruolo», ha sottolineato. Sullo sfondo c’è un’Europa alle prese con una profonda trasformazione demografica e un sistema nel quale, per le generazioni più giovani e per chi ha carriere discontinue, diventa sempre più rilevante la capacità di costruire per tempo una seconda componente del reddito pensionistico.
I numeri fotografano allo stesso tempo la crescita registrata e lo spazio ancora disponibile. Alla fine del 2025 gli iscritti alle forme di previdenza complementare in Italia erano 10,425 milioni, distribuiti tra 273 forme pensionistiche, in aumento del 4,8% rispetto al 2024. Le risorse destinate alle prestazioni avevano raggiunto circa 262 miliardi di euro, il 7,7% in più in un anno, pari all’11,6% del Pil. Una dimensione significativa, ma ancora lontana da quella raggiunta dai sistemi più maturi: in Svizzera, Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito i patrimoni pensionistici superano il 50% del Pil.
È proprio il confronto internazionale il cuore dello studio realizzato dal Gruppo tecnico “Welfare del Futuro”. L’analisi prende in esame undici sistemi europei – Italia, Francia, Spagna, Svizzera, Norvegia, Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, Germania, Belgio e Svezia – mettendo a confronto diffusione della previdenza complementare, patrimonio gestito, asset allocation, fiscalità, regolamentazione e capacità di convogliare il risparmio verso l’economia reale. Una comparazione dalla quale emerge un’Europa tutt’altro che uniforme: convivono modelli volontari, automatici, obbligatori e sistemi nei quali un ruolo decisivo è affidato alla contrattazione collettiva.
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Sommella ha descritto un’Italia che sul fronte previdenziale è cresciuta, ma nella quale resta forte il divario tra chi può contare su una copertura adeguata e chi rischia di arrivare alla pensione con maggiori difficoltà. Una peculiarità italiana è rappresentata dalla forte componente di ricchezza privata accumulata dalle famiglie, a partire dalla proprietà immobiliare e dal risparmio delle generazioni più anziane. In questo scenario, la previdenza complementare può diventare sempre più una “terza gamba” del welfare, accanto a previdenza pubblica e assistenza, contribuendo a ridisegnare l’equilibrio tra protezione sociale, risparmio e investimento.
Per Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione, il confronto con gli altri Paesi serve soprattutto a mettere a fuoco i divari ancora aperti. Germania, Svizzera e altri sistemi europei stanno ragionando su cambiamenti importanti, mentre in Italia restano nodi come il gender gap previdenziale, la minore partecipazione degli under 35 e le differenze territoriali, con una diffusione della previdenza complementare maggiore al Nord. Questioni che, secondo Maggi, dovrebbero alimentare una riflessione su un modello di welfare sempre più integrato.
Enrico Gazzaniga, Audit & Assurance Leader di Deloitte Central Mediterranean, ha richiamato la progressiva integrazione tra pilastro pubblico e previdenza privata, in uno scenario segnato da declino demografico, necessità di una maggiore educazione finanziaria e trasformazione tecnologica. Il confronto europeo evidenzia per l’Italia tassi di adesione ancora contenuti e la sfida sarà tradurre l’evoluzione normativa in una maggiore partecipazione, soprattutto dei giovani, creando al tempo stesso le condizioni per gestire in modo efficiente patrimoni destinati a crescere.
Lo studio individua nell’educazione finanziaria e previdenziale una delle condizioni necessarie per allargare la partecipazione, soprattutto tra giovani, donne e categorie oggi meno coperte. Ma lo sviluppo del secondo pilastro chiama in causa anche il ruolo dei fondi come investitori istituzionali di lungo periodo e la loro capacità di sostenere l’economia reale.

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A seguire la presentazione dello studio, due panel in cui i protagonisti del dibattito si sono confrontati sui temi emersi. Il rapporto tra generazioni è stato al centro del primo, moderato da Maria Ida Germontani, giurista d’impresa e già senatrice, con il confronto che si è concentrato soprattutto sulle condizioni dei giovani: carriere più discontinue, salari più bassi e pensioni future interamente contributive.
«Io quando ho cominciato a lavorare avevo un buon stipendio e un lavoro stabile. I nostri figli hanno un lavoro instabile e un cattivo stipendio», ha osservato Cesare Damiano, già ministro del Lavoro. Da qui una conclusione: «Una pensione non basta più, ce ne vogliono due», e la proposta di rendere obbligatoria per le nuove generazioni la previdenza complementare contrattuale, mantenendola comunque al fianco, e non in sostituzione, del welfare pubblico.
Un ragionamento che parte inevitabilmente dal lavoro. «Non c’è pensione senza lavoro», ha sottolineato il presidente dell’Inps Gabriele Fava, indicando nell’educazione previdenziale uno strumento per preparare i giovani a pensioni che rischiano di essere meno generose. Ma il mercato del lavoro sta cambiando anche per effetto dell’intelligenza artificiale: l’Inps ha avviato 70 progetti di AI, 30 già operativi, con l’obiettivo, ha spiegato Fava, di alleggerire le attività ripetitive e costruire un welfare più proattivo. «Se la tecnologia la subisci, divide; se la governi, moltiplica».
La consapevolezza diventa così parte della stessa sfida previdenziale. Mariacristina Rossi, commissaria Covip, ha ricordato che «l’educazione previdenziale agisce come amplificatore delle adesioni», ma influenza anche il modo in cui il risparmio viene investito. Il nuovo meccanismo di default life-cycle, che riduce progressivamente la componente azionaria con l’avvicinarsi della pensione, può aiutare a compensare almeno in parte una conoscenza finanziaria ancora insufficiente. E il problema non riguarda soltanto i giovani: resta da raggiungere anche quella fascia di lavoratori adulti che non è stata intercettata dai più recenti automatismi di adesione.
Allargare la previdenza complementare significa però anche interrogarsi sulla destinazione delle risorse accumulate. Mauro Nori, capo di Gabinetto del ministero del Lavoro, ha indicato nel Tfr e nel risparmio delle famiglie due possibili leve per rafforzare il secondo pilastro, collegandole alla possibilità di convogliare maggiori capitali verso l’economia reale. Non attraverso vincoli agli investimenti domestici, ma rendendo infrastrutture e progetti italiani competitivi per rischio e rendimento, così da trasformare il risparmio previdenziale in quel «capitale paziente» capace di sostenere contemporaneamente gli aderenti e la crescita del Paese.
E proprio il confronto internazionale suggerisce che non esista una sola leva. Giovanni Spalletta, direttore generale del Dipartimento delle Finanze del Mef, ha osservato che i sistemi con una maggiore adesione non hanno necessariamente incentivi fiscali più generosi di quelli italiani. A fare la differenza è piuttosto l’equilibrio tra fiscalità, regole semplici, educazione e fiducia. Una prospettiva nella quale le agevolazioni alla previdenza complementare non rappresentano soltanto un incentivo al risparmio individuale, ma uno strumento per contribuire alla sostenibilità complessiva del sistema pensionistico.
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Se il primo panel ha guardato soprattutto alla costruzione del risparmio previdenziale, il secondo, moderato da Stefano Alfonso, Growth Leader di Deloitte Central Mediterranean, ha affrontato l’altro lato della questione: come impiegare quelle risorse nel lungo periodo e quale contributo possano dare all’economia reale, senza perdere di vista l’interesse degli aderenti.
La possibilità di aumentare l’esposizione verso infrastrutture, imprese e strumenti alternativi passa innanzitutto da dimensioni adeguate dei fondi, competenze e regole più semplici. Alessandra Bechi, vice direttore generale di Aifi, ha richiamato le esperienze internazionali e il ruolo del capitale paziente, sottolineando come gli incentivi già esistenti debbano diventare più facilmente utilizzabili.
Ma la spinta verso l’economia reale non può trasformarsi in un obbligo a investire in Italia. «Certo che vorrei che investissero di più in Italia, ma senza nessun vincolo», ha avvertito Mauro Marè, presidente Mefop: per attrarre il risparmio previdenziale occorre prima creare opportunità competitive per rendimento e rischio.
È proprio il rischio, del resto, a rendere più complesso il passaggio dalla teoria alla gestione concreta. Ilaria Mortillaro, direttore generale del Fondo pensione Banco Popolare, ha richiamato la necessità di diversificare gli investimenti e modularli lungo il ciclo di vita dell’aderente. Anche quando si guarda agli asset domestici la selezione resta decisiva: «Va benissimo anche il mercato illiquido, nessuno dice che non bisogna investire in economia reale, ma dobbiamo stare attenti a quale economia reale».
Sul fondo resta una questione di consapevolezza. Fausto Parente, già direttore esecutivo di Eiopa, ha indicato come prioritaria la possibilità per ogni lavoratore di conoscere, fin dall’inizio della carriera, la proiezione della propria pensione mettendo insieme i diversi pilastri. Prima ancora di trasformare tutti in esperti di finanza, serve rendere comprensibile quale reddito ci si possa attendere dopo l’ultimo stipendio: un’informazione capace di dare concretezza alle scelte previdenziali e di far percepire per tempo l’utilità del secondo pilastro.
Il confronto ha così riportato il dibattito al punto da cui era partito: far crescere la previdenza complementare significa lavorare insieme su adesioni, educazione, investimenti e fiducia, trovando un equilibrio tra tutela dell’iscritto e capacità del risparmio di sostenere lo sviluppo.
Nelle conclusioni, il Tavolo “Welfare del Futuro” ha indicato la presentazione romana come il primo passo di un percorso destinato a proseguire. Il prossimo appuntamento annunciato è per il 29 ottobre al Senato, nella Sala Zuccari, dove il rapporto sarà nuovamente presentato, allargando il confronto dalla dimensione tecnica a quella delle scelte politiche sulla previdenza complementare.
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