Thélyson Orélien, il caso che interroga il futuro della scrittura

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Fabrizia Carabelli
Fabrizia Carabelli

Dalle accuse sull’uso dell’intelligenza artificiale all’esclusione dal Goncourt: una vicenda che riapre il dibattito su cosa significhi oggi essere autori

Thélyson Orélien, il caso che interroga il futuro della scrittura

In Francia, da giorni, la domanda non riguarda soltanto un libro, ma la possibilità stessa di distinguere una voce umana da una generata artificialmente. Al centro della discussione c’è Thélyson Orélien, scrittore canadese di origini haitiane, 38 anni, autore esordiente di C’était ça ou mourir, pubblicato in Canada a marzo e arrivato nelle librerie francesi ad agosto.

Il romanzo aveva avuto un esordio da caso letterario: ottime recensioni, decine di migliaia di copie vendute, premi e candidature importanti e diritti acquistati in oltre venti paesi. In Francia ha raggiunto 35mila copie in cinque settimane. Poi è arrivata l’accusa: il libro sarebbe stato scritto quasi interamente con l’intelligenza artificiale.

A lanciarla è stato un account anonimo su X, Balance ton Claude, che poche ore dopo l’assegnazione a Orélien del premio letterario Fnac ha sostenuto che il romanzo fosse stato prodotto dall’AI. La storia avrebbe potuto rimanere confinata ai social. Invece il post è stato rilanciato da Samuel Fitoussi, editorialista conservatore di Le Figaro, e da altre figure vicine agli ambienti conservatori e dell’estrema destra francese. Fitoussi ha poi ammesso di essere una delle persone che gestiscono l’account.

È qui che il caso diventa più complesso: tecnologia, reputazione, politica e identità finiscono per sovrapporsi.

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A sostenere l’accusa c’è soprattutto Pangram, un software utilizzato per individuare testi generati dall’intelligenza artificiale. Secondo alcune analisi, ampie parti del romanzo avrebbero ottenuto un risultato del 100% AI. Il dato è stato rilanciato anche da Kevin Bryan, professore dell’Università di Toronto, che ha dichiarato di aver verificato diverse sezioni del libro ottenendo sempre lo stesso risultato.

Ma proprio qui emerge uno dei nodi centrali della vicenda: un rilevatore di AI non è una macchina della verità. Questi strumenti cercano caratteristiche linguistiche e statistiche associate ai testi generati dai modelli linguistici. Possono essere indicatori utili, ma non stabiliscono con certezza chi abbia scritto un testo. E il margine di errore può aumentare quando si lavora su lingue diverse dall’inglese.

Nel caso di Orélien, il problema è ancora più evidente: C’était ça ou mourir è scritto in francese e contiene anche il creolo haitiano. Il risultato di un detector, quindi, non può essere considerato da solo una prova definitiva. A complicare il quadro sono arrivati altri test. Secondo l’AFP, strumenti diversi da Pangram hanno prodotto risultati discordanti: alcune parti indicate come artificiali da Pangram sono state giudicate molto probabilmente umane da un software sviluppato da InVID-WeVerify.

Anche Le Monde ha testato le pagine iniziali di altri romanzi contemporanei, ottenendo risultati opposti rispetto a quelli attribuiti al libro di Orélien. Il problema, dunque, non è soltanto capire se Orélien abbia usato l’AI, ma quanto possiamo fidarci degli strumenti che pretendono di stabilirlo.

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C’était ça ou mourir è un romanzo in parte autobiografico. Racconta la vicenda di un professore di liceo che lascia Haiti a causa della violenza, attraversa il Sudamerica e gli Stati Uniti e infine arriva in Canada. Un percorso che presenta evidenti punti di contatto con la biografia dell’autore, che lasciò Haiti per il Canada dopo il terremoto del 2010.

Orélien ha respinto l’accusa e ha annunciato, insieme ai suoi editori, una memoria difensiva. Il punto centrale sarebbe l’esistenza di bozze e materiali preparatori risalenti a prima della diffusione di ChatGPT e degli attuali chatbot. Se quei documenti dimostrassero che il romanzo era già in lavorazione prima della disponibilità di strumenti simili, potrebbero diventare fondamentali per ricostruire la vicenda.

Ma rimane una domanda: che cosa significa davvero “scritto dall’AI”? Usare un chatbot per correggere una frase è la stessa cosa che utilizzarlo per costruire un paragrafo, una struttura narrativa o una traduzione? Il confine tra assistenza, collaborazione e sostituzione dell’autore è ancora tutt’altro che definito.

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Nel frattempo, la vicenda ha fatto emergere un altro elemento, questa volta documentato. Alcuni giornali canadesi con cui Orélien aveva collaborato più di dieci anni fa hanno riletto i suoi vecchi testi. La Presse ha individuato ampie parti di alcuni articoli e di un racconto che risultavano traduzioni letterali di testi di altri autori, senza citazioni.

È un elemento che pesa sulla reputazione dello scrittore, ma non dimostra l’accusa relativa al suo romanzo. Un possibile caso di plagio passato e l’eventuale utilizzo dell’AI per scrivere un libro sono questioni distinte.

Online, però, questa distinzione rischia di scomparire. Informazioni diverse finiscono rapidamente dentro un’unica narrazione: se un autore ha copiato, allora potrebbe aver usato l’AI; se un algoritmo rileva l’AI, allora il libro è artificiale; se il libro è artificiale, allora i premi ricevuti diventano un inganno. Ma nessuno di questi passaggi, preso singolarmente, costituisce una prova.

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Il caso ha già avuto una conseguenza concreta: venerdì C’était ça ou mourir è stato escluso dai candidati al premio Goncourt, uno dei più importanti riconoscimenti della letteratura francese. La decisione arriva mentre il romanzo resta finalista per altri premi e mentre il suo editore francese, Grasset, difende pubblicamente l’autore. L’editore canadese Boréal ha invece dichiarato di aver preso atto delle accuse.

La domanda diventa allora inevitabile: quanto deve pesare un’accusa non ancora dimostrata nelle decisioni di un’istituzione culturale? È un interrogativo destinato a diventare sempre più frequente. L’intelligenza artificiale ha introdotto nella letteratura una nuova forma di sospetto: non basta più chiedersi se un testo sia bello, originale o ben scritto. Si può dubitare della sua stessa origine.

E, paradossalmente, si rischia di affidare questo giudizio proprio a un’altra intelligenza artificiale.

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C’è infine un elemento che rende la storia particolarmente delicata. Orélien ha raccontato di aver ricevuto, dopo il suo arrivo in Francia, anche attacchi razzisti. L’accusa è partita da un account quasi sconosciuto, con meno di cento follower, ed è diventata virale dopo essere stata rilanciata da figure con una precisa collocazione politica.

Ma, al di là di questo caso, la vicenda apre una questione destinata a diventare sempre più centrale per l’editoria. Cosa succederà ai libri quando l’intelligenza artificiale entrerà stabilmente nel processo creativo? Il problema non sarà soltanto stabilire se un romanzo sia stato scritto interamente da una macchina. L’AI può già essere utilizzata per tradurre, correggere, riscrivere, sviluppare un’idea o costruire una struttura narrativa. Tra questi utilizzi esistono infinite zone intermedie, difficili da definire.

La vera domanda sarà quindi non soltanto se l’AI sia stata utilizzata, ma come e quanto. E soprattutto chi stabilirà il confine tra uno strumento di supporto e una sostituzione dell’autore. Questo apre anche un tema di libertà. Se l’editoria inizierà a chiedere agli scrittori di dichiarare l’uso dell’intelligenza artificiale, fino a dove dovrà arrivare questa dichiarazione? Una traduzione assistita dall’AI sarà meno autentica? E una semplice correzione stilistica? Il rischio è trasformare il rapporto con la tecnologia in una nuova forma di sospetto, prima ancora di averne definito le regole.

Il caso Orélien mostra quanto sia fragile, oggi, questa distinzione. Un algoritmo può analizzare un testo, ma non può ricostruirne la storia, le intenzioni e il percorso creativo. E un risultato automatico non dovrebbe diventare, da solo, un giudizio sull’autore.

Forse il futuro dell’editoria non sarà una letteratura senza AI, ma una letteratura capace di stabilire nuove regole di trasparenza e responsabilità, lasciando allo stesso tempo spazio alla libertà creativa. Perché la questione non è soltanto capire chi ha scritto un libro, ma decidere quanto spazio vogliamo dare alle macchine nella scrittura e quanto vogliamo conservarne per gli esseri umani.

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