Ue-Cina, cresce lo scontro sul commercio: Bruxelles cerca un’intesa per evitare la guerra dei dazi

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Carlo Longo

Il deficit commerciale europeo con Pechino viaggia intorno ai 360 miliardi di euro l’anno. Il commissario Ue Maroš Šefčovič vola in Cina per chiedere un riequilibrio degli scambi, mentre Francia e Germania fanno fronte comune contro quelle che definiscono distorsioni del mercato. Sullo sfondo il rischio di nuove misure protezionistiche e ritorsioni

Ue-Cina, cresce lo scontro sul commercio: Bruxelles cerca un’intesa per evitare la guerra dei dazi

Un miliardo di euro al giorno. È questa, secondo i dati riportati, la dimensione del deficit commerciale dell'Unione europea nei confronti della Cina: circa 360 miliardi su base annua. Una cifra che alimenta una crescente preoccupazione a Bruxelles, soprattutto per le conseguenze della concorrenza cinese su alcuni comparti strategici dell'industria europea.

È in questo clima che il commissario europeo per il Commercio Maroš Šefčovič arriva a Pechino per una serie di incontri in programma l'8 e il 9 ottobre. Una missione delicata, con due obiettivi difficili da conciliare: ottenere un riequilibrio dei rapporti commerciali con la Cina e, contemporaneamente, evitare un'escalation protezionistica.

La politica commerciale è competenza dell'Unione e Šefčovič si presenta quindi al tavolo negoziale a nome dei 27 Stati membri.

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Alla vigilia dei colloqui, da Parigi e Berlino è arrivato un segnale politico significativo. Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno firmato il 6 ottobre una lettera comune che evidenzia una maggiore convergenza tra Francia e Germania sulla necessità di proteggere l'industria europea.

Per mesi le due maggiori economie dell'Ue avevano mostrato sensibilità differenti nei rapporti con Pechino. La Germania, fortemente esposta al mercato cinese, aveva mantenuto una posizione più prudente rispetto alla Francia sull'ipotesi di irrigidire la politica commerciale.

La crescente pressione esercitata dalla produzione cinese sui settori industriali tedeschi avrebbe però contribuito a modificare questo equilibrio.

Nella lettera franco-tedesca vengono denunciati l'«uso del commercio come arma» e una «distorsione sistematica del mercato». La Cina non viene indicata esplicitamente, ma il riferimento appare rivolto soprattutto alle pratiche commerciali di Pechino.

Macron e Merz chiedono alla Commissione europea di mettere a disposizione nuovi strumenti per difendere il mercato interno e affrontare la crescente presenza dei prodotti cinesi.

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La tempistica della lettera assume un particolare significato perché precede di pochi giorni la missione di Šefčovič. Il messaggio politico è che l'atteggiamento delle principali capitali europee nei confronti della Cina sta diventando più severo.

Tra le questioni che il commissario dovrebbe sollevare con Pechino figura la richiesta di interventi sulle esportazioni di alcuni prodotti, compresi i veicoli ibridi. Un terreno sul quale, tuttavia, appare difficile raggiungere rapidamente un compromesso.

Il problema per l'Europa non riguarda soltanto il volume delle importazioni. Bruxelles teme che la capacità produttiva cinese, sostenuta da una struttura industriale estremamente competitiva, possa mettere ulteriormente sotto pressione aziende e filiere europee.

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Il cambiamento di clima emerge anche dalle parole di Pascal Lamy, già commissario europeo per il Commercio e successivamente direttore generale dell'Organizzazione mondiale del commercio.

Lamy partecipò ai negoziati che portarono all'ingresso della Cina nel Wto nel 2001. Oggi ha rivisto pubblicamente alcune delle valutazioni di allora, arrivando a parlare, in un'intervista a Le Monde, di un «errore storico» nella lettura dell'evoluzione economica cinese.

Anche l'ex commissario sostiene ora la necessità di dotare l'Europa di strumenti commerciali più efficaci.

La questione di fondo è quanto sia possibile correggere gli squilibri senza provocare una spirale di dazi, contromisure e restrizioni.

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Pechino dispone infatti di importanti leve negoziali. La Cina non è soltanto uno dei maggiori produttori mondiali di beni industriali, ma occupa posizioni decisive in numerose catene di approvvigionamento.

Le restrizioni cinesi sulle terre rare hanno già mostrato quanto il controllo di materie prime e tecnologie strategiche possa diventare uno strumento di pressione nelle dispute commerciali.

L'Europa si trova quindi davanti a un paradosso. Il mercato comunitario, con circa 450 milioni di consumatori, rappresenta uno sbocco troppo importante perché la Cina possa ignorarlo. Allo stesso tempo, in diversi settori l'Ue continua a dipendere dalle forniture e dalla capacità produttiva cinese.

Una guerra commerciale aperta comporterebbe per questo rischi considerevoli per entrambe le parti, ma potrebbe risultare particolarmente problematica per le industrie europee più dipendenti dalle filiere asiatiche.

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La disputa commerciale si inserisce inoltre in un quadro geopolitico già complesso. L'Unione deve contemporaneamente gestire i rapporti transatlantici, la guerra della Russia contro l'Ucraina e una competizione economica sempre più marcata con Pechino.

Per Bruxelles la questione cinese non riguarda dunque soltanto il deficit commerciale. In gioco ci sono la competitività dell'industria europea, l'autonomia nelle tecnologie strategiche e la capacità dei 27 di adottare una posizione comune nei confronti delle grandi potenze economiche.

La ritrovata convergenza tra Francia e Germania rappresenta in questo senso un segnale importante. La missione di Šefčovič a Pechino servirà ora a capire se la maggiore pressione europea potrà aprire uno spazio negoziale oppure se il confronto tra Ue e Cina è destinato a trasformarsi in una nuova stagione di tensioni commerciali.

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