Addio a Peter Max, l’artista che trasformò la psichedelia in un linguaggio pop

di

Aisha Harrison

Fiori, farfalle, arcobaleni, stelle e pianeti sono diventati, attraverso il suo stile inconfondibile, i simboli della libertà e dell’ottimismo della controcultura degli anni Sessanta.

Addio a Peter Max, l’artista che trasformò la psichedelia in un linguaggio pop


Peter Max, l’artista americano di origine tedesca celebre per i suoi manifesti dai colori fluorescenti, è morto a Manhattan all’età di 88 anni. La notizia della scomparsa è stata confermata dal figlio Adam. Max soffriva da tempo di demenza. Fiori, farfalle, arcobaleni, stelle e pianeti sono diventati, attraverso il suo stile inconfondibile, i simboli della libertà e dell’ottimismo della controcultura degli anni Sessanta. Le sue immagini, semplici e immediatamente riconoscibili, furono riprodotte in milioni di copie e applicate a un’ampia varietà di prodotti: dalla biancheria per la casa alla cristalleria, dalle tende da doccia agli aerei, fino a un francobollo emesso dal servizio postale statunitense.

Influenzato dall’Art Nouveau, dall’Op Art e dall’immaginario psichedelico, Max costruì un universo visivo caratterizzato da colori accesi, forme ripetute e composizioni caleidoscopiche. Le sue opere esprimevano una visione gioiosa e fiduciosa, fondata sui temi dell’amore, della pace e della coscienza universale.

Tra le sue immagini più celebri figura il “cosmic jumper”, il giovane con i pantaloni a zampa d’elefante che attraversa il globo con passi giganteschi. L’immagine divenne un’icona della gioventù moderna, proiettata verso la scoperta dello spazio interiore ed esteriore, e fu riprodotta anche sul francobollo da dieci centesimi realizzato per l’Expo ’74 di Seattle.

Dalla Germania a New York

Peter Max Finkelstein era nato il 19 ottobre 1937 a Berlino. Con l’ascesa del nazismo, la sua famiglia si trasferì a Shanghai, dove il padre avviò un’attività nel commercio delle perle. Il giovane Peter frequentò una scuola di lingua inglese e trascorse molto tempo in un vicino monastero buddista, conversando con i monaci. In seguito la famiglia si trasferì ad Haifa, in Israele. Qui Max imparò l’ebraico e seguì corsi di astronomia al Technion, affascinato dalle stelle e dai pianeti. Nel 1953 emigrò con la famiglia negli Stati Uniti, stabilendosi a Brooklyn. Dopo il liceo frequentò l’Art Students League di Manhattan. Abbandonata l’idea di dedicarsi all’astronomia, si orientò verso l’arte. Iniziňialmente realista, sperimentò poi l’astrazione e approdò infine alla grafica commerciale.Nel 1962 realizzò la copertina dell’album The Blues Piano Artistry of Meade Lux Lewis, ottenendo una medaglia d’oro dalla Society of Illustrators. Poco dopo fondò con Tom Daly uno studio di grafica che raccolse numerosi premi per copertine di libri, dischi e altri lavori editoriali.

Il successo dei manifesti


Nel 1965 Max lasciò lo studio per dedicarsi alla ricerca personale. Dopo due anni di isolamento creativo, iniziò a elaborare lo stile che lo avrebbe reso famoso.I suoi manifesti pubblicitari, commissionati inizialmente da piccoli negozi, conquistarono rapidamente il pubblico giovane. La collaborazione con il tipografo Denton Stein portò alla nascita di Peter Max Posters, una società che distribuì milioni di copie delle sue opere in librerie, grandi magazzini e negozi specializzati.

Nel 1967 Max realizzò migliaia di manifesti e volantini per un raduno a Central Park. Le parole “Be In”, stampate a caratteri cubitali, finirono per dare il nome all’evento, trasformando un’espressione verbale nel titolo di una manifestazione.Negli anni successivi lavorò per l’American Cancer Society, i Peace Corps e le Nazioni Unite. Disegnò inoltre prodotti per aziende come General Electric, J.P. Stevens e Van Heusen. Attraverso diverse società a lui collegate, concluse accordi di licenza con oltre settanta imprese.Nel 1969 la rivista Life gli dedicò una copertina con il titolo: “Peter Max: ritratto dell’artista come uomo molto ricco”.

Un artista nell’immaginario americano

Contrariamente a quanto spesso si è creduto, Max non partecipò alla realizzazione del film dei Beatles “Yellow Submarine”, anche se il suo stile venne frequentemente associato alla pellicola. L’art director del film fu Heinz Edelmann, talvolta definito “il Peter Max tedesco”. Negli anni Settanta, dopo un periodo di grande esposizione pubblica, l’artista attraversò una fase di crisi. Chiuse il suo studio e si ritirò nuovamente dalla scena, dichiarando di sentirsi prigioniero della ripetizione del proprio stile.Tornò gradualmente al lavoro in occasione del bicentenario degli Stati Uniti, realizzando il volume Peter Max Paints America, una raccolta di dipinti e disegni dedicati ai cinquanta Stati americani. Disegnò inoltre i cartelli bilingui “Welcome to the United States”, installati lungo i confini con il Canada e il Messico.Nel corso della sua carriera firmò il logo di MTV, realizzò il manifesto ufficiale dei Mondiali di calcio del 1994, decorò un Boeing 777 della Continental Airlines per le celebrazioni del nuovo millennio a New York e lavorò per la Rock & Roll Hall of Fame.

Gli ultimi anni

Negli ultimi anni, mentre Max era già alle prese con la demenza, il marchio che portava il suo nome continuò a generare importanti profitti, anche grazie alla collaborazione con Park West Galleries, società specializzata nella vendita di opere d’arte durante le crociere. In alcuni casi, le vendite raggiunsero i due milioni di dollari per singolo viaggio.Le modalità di produzione delle opere divennero tuttavia oggetto di discussione. Alcuni amici sostenevano che l’artista non fosse più in grado di dipingere e si limitasse a firmare lavori realizzati da numerosi assistenti. Nel 2019 il figlio Adam fu estromesso dalla gestione dell’attività dalla figlia di Max, Libra, e dal tutore nominato dal tribunale, preoccupati che l’artista potesse essere sfruttato. Libra assunse quindi il controllo dello studio, allontanò diversi collaboratori e avviò un percorso volto a rivalutare l’opera originaria del padre attraverso mostre in gallerie e musei.

Vegetariano e astemio, Peter Max raccontava di aver ampliato la propria coscienza attraverso lo yoga e non attraverso le droghe. La sua arte, però, seppe interpretare come poche altre l’immaginario psichedelico di un’epoca, trasformandolo in un linguaggio accessibile, gioioso e universale.

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