Addio al "senatur". E' morto Umberto Bossi, fondatore dela Lega

di

Redazione
Addio al "senatur". E' morto Umberto Bossi, fondatore dela Lega

Link to Ha incarnato per oltre trent’anni le istanze autonomiste e federaliste, lasciando un’impronta profonda nel dibattito politico e istituzionale del Paese. La sua morte segna la fine di un’epoca, ma anche l’eredità di una visione che ha inciso in modo duraturo sulla storia recente dell’Italia.Ha incarnato per oltre trent’anni le istanze autonomiste e federaliste, lasciando un’impronta profonda nel dibattito politico e istituzionale del Paese. La sua morte segna la fine di un’epoca, ma anche l’eredità di una visione che ha inciso in modo duraturo sulla storia recente dell’Italia.

È morto a 84 anni Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord e figura centrale della politica italiana degli ultimi decenni. La voce roca, il gesto spesso teatrale, il dialetto elevato a linguaggio politico Bossi è stato una delle figure più originali, controverse e incisive della storia repubblicana recente. Per oltre trent’anni, “il Senatùr” — soprannome nato dopo la sua prima elezione al Senato nel 1987 — ha infranto  i codici della politica tradizionale eportato aventi con  costanza la sua idea del federalismo e dell’autonomia del Nord.

Nato nel 1941 a Cassano Magnago, Bossi non seguì un percorso lineare. Studi universitari incompiuti, lavori saltuari, una parentesi giovanile da cantautore con il nome d’arte “Donato”: la sua biografia iniziale è quella di un outsider. Anche politicamente, i primi passi furono lontani da ciò che sarebbe diventato: negli anni Settanta gravitò nell’area della sinistra e dei movimenti, prima che un incontro quasi casuale con l’autonomismo — alla fine del decennio — lo spingesse verso una nuova direzione.

Fu una svolta radicale. Alla fine degli anni Ottanta, Bossi riuscì a trasformare una galassia di movimenti locali in un progetto politico coerente, fondando nel 1989 la Lega Nord. La sua intuizione fu quella di intercettare un sentimento diffuso nel Nord produttivo: insofferenza fiscale, diffidenza verso lo Stato centrale, domanda di maggiore autonomia. A questo diede forma politica attraverso slogan destinati a segnare un’epoca — “Roma ladrona” su tutti — e attraverso una narrazione identitaria potente, che arrivò fino alla costruzione simbolica della “Padania”.

Bossi fu, prima ancora che un leader, un comunicatore istintivo. Il suo linguaggio diretto, spesso volutamente provocatorio, rompeva con il formalismo della Prima Repubblica. In un’Italia ancora abituata al politichese, lui parlava per immagini, per slogan, per contrapposizioni nette. Era una strategia che divideva, ma che funzionava: la Lega passò in pochi anni da movimento marginale a protagonista nazionale.

La sua carriera istituzionale riflette questa ascesa. Senatore, deputato per numerose legislature, europarlamentare per tre volte, Bossi entrò al governo nel 2001 nel secondo esecutivo guidato da Silvio Berlusconi, assumendo il ruolo di ministro per le Riforme istituzionali e la devoluzione. In quella veste cercò di tradurre in riforme concrete il suo progetto: il federalismo, soprattutto nella sua declinazione fiscale, rimase il fulcro della sua azione politica fino alla fine.

Eppure, la sua traiettoria non è comprensibile senza le sue contraddizioni. Bossi fu capace di passare dalla protesta radicale alla gestione del potere, dall’opposizione anti-sistema alla partecipazione stabile nei governi di centrodestra. Emblematico resta il 1994: prima alleato, poi artefice della caduta del primo governo Berlusconi nel cosiddetto “ribaltone”. Ma altrettanto significativo fu il successivo riavvicinamento, che sancì l’ingresso strutturale della Lega nelle dinamiche di governo.

Parallelamente, Bossi costruì un immaginario politico unico nel panorama italiano: i raduni di Pontida, il “Parlamento della Padania”, le manifestazioni lungo il Po. Elementi simbolici che contribuirono a rafforzare il senso di appartenenza dei militanti e a trasformare la Lega in qualcosa di più di un partito: un movimento identitario.

La sua figura resta però indissolubilmente legata anche alle polemiche e alle vicende giudiziarie. Dalle condanne per reati di opinione alle inchieste sul finanziamento illecito, fino allo scandalo del 2012 sui rimborsi elettorali che portò alle sue dimissioni da segretario dopo oltre vent’anni di leadership. Fu quello il momento della fine politica del Bossi dominus.

Negli anni successivi, pur mantenendo il titolo di presidente a vita, il suo ruolo divenne progressivamente marginale. Il tentativo di riconquistare la guida del partito nel 2013 si infranse contro l’ascesa di Matteo Salvini, che trasformò la Lega da movimento territoriale a forza nazionale. Bossi, fedele alla sua impostazione originaria, non smise mai di criticare questa evoluzione, rimanendo il custode — sempre più isolato — della “Lega delle origini”.

Segnato nel fisico dall’ictus del 2004, che ne cambiò voce e presenza pubblica, Bossi è riuscito comunque a mantenere semore un rapporto diretto con la sua base. Anche nella fragilità, è restato  per molti militanti una figura carismatica, quasi simbolica.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

Breaking News

"Stiamo lavorando al nuovo sito web, ci scusiamo per qualche disagio eventuale per le prossime ore"