Le deportazioni dagli Stati Uniti verso paesi con i quali i migranti non hanno necessariamente alcun legame rischiano di innescare una «cascata di violazioni dei diritti umani». È l’allarme lanciato da oltre venti esperti indipendenti delle Nazioni Unite, che hanno chiesto all’amministrazione del presidente Donald Trump e ai governi coinvolti di interrompere gli accordi per il trasferimento di migranti e richiedenti asilo verso paesi terzi.
Secondo gli esperti, nominati dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ma che non parlano a nome dell’ONU, questa politica aumenta il rischio di tortura, maltrattamenti, detenzione arbitraria, sparizioni forzate, schiavitù e tratta di esseri umani. Particolarmente esposte sarebbero le persone che si trovano già in condizioni di vulnerabilità.
«A correre i rischi maggiori sono i bambini, le donne, le persone con disabilità, le vittime della tratta, le persone LGBT, i difensori dei diritti umani, gli apolidi e altre persone in situazioni di estrema vulnerabilità», hanno affermato gli esperti, avvertendo che, nei casi più gravi, «le conseguenze possono essere fatali».
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Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, Washington ha concluso accordi con diversi governi per trasferire migranti che non possono essere rimpatriati direttamente nei rispettivi paesi di origine.
Il meccanismo consente agli Stati Uniti di inviare le persone espulse in uno Stato terzo, anche quando non esiste un precedente legame con quel territorio.
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Nel contesto di queste deportazioni, per paese terzo si intende uno Stato diverso sia dagli Stati Uniti, da cui la persona viene espulsa, sia dal suo paese di origine. In pratica, un migrante che Washington non può rimpatriare direttamente può essere trasferito in un altro paese disposto ad accoglierlo sulla base di un accordo con il governo statunitense. Il nodo sollevato dagli esperti delle Nazioni Unite è che alcune persone vengono così inviate in Stati con i quali non hanno legami personali o familiari e che, in alcuni casi, potrebbero non disporre di sistemi e strutture adeguati per garantire protezione, assistenza e l’esame delle eventuali richieste di asilo.
Gli esperti ONU sostengono che accordi di questo tipo siano stati raggiunti con oltre 35 paesi e hanno citato, tra gli altri, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Libia e Sud Sudan.
Secondo i dati indicati dagli esperti, almeno 23 mila cittadini di paesi terzi sarebbero già stati espulsi attraverso questo sistema. Un'inchiesta pubblicata nei giorni scorsi da Forbidden Stories insieme a un consorzio internazionale di giornalisti ha invece stimato che, alla fine di agosto, le persone coinvolte avessero già superato quota 25 mila. Le cifre riportate dalle diverse fonti non coincidono pienamente, ma descrivono entrambe un sistema ormai applicato su larga scala.
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Uno dei punti centrali dell'allarme riguarda il principio di non-refoulement, o non respingimento, che vieta di trasferire una persona verso un luogo nel quale rischia persecuzioni, torture o altre gravi violazioni. Secondo gli esperti, l'invio in paesi terzi può aprire una nuova catena di rischi, soprattutto quando riguarda persone che avevano già ottenuto negli Stati Uniti una forma di protezione proprio perché un ritorno diretto nel paese di origine le avrebbe esposte a possibili abusi.
I deportati, hanno sottolineato, possono essere inviati «in paesi o territori con cui non hanno alcun legame». Altri rischierebbero ulteriori violenze o discriminazioni per ragioni legate al genere, all'orientamento sessuale, all'identità di genere o alla loro attività in difesa dei diritti umani.
A preoccupare è anche la situazione interna di alcuni Stati destinatari. Secondo gli esperti, diversi paesi coinvolti non dispongono di adeguati sistemi per esaminare le domande di asilo, di strutture di detenzione idonee, di sufficienti servizi sanitari o di programmi sostenibili di reintegrazione.
«In molti casi, questi paesi terzi sono essi stessi dilaniati da conflitti, con le proprie popolazioni che affrontano sfollamenti, fame e povertà debilitante», hanno affermato. Da qui la richiesta: «Tutti gli Stati e i territori coinvolti devono interrompere immediatamente questi accordi».
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L'avvertimento degli esperti non è rivolto esclusivamente agli Stati Uniti. Le comunicazioni sono state indirizzate anche ai governi che hanno accettato di ricevere le persone deportate.
Il principio richiamato è che la cooperazione tra Stati non cancelli le rispettive responsabilità in materia di diritti umani. «Uno Stato che consapevolmente aiuta o assiste un altro Stato in una condotta che viola il principio di non respingimento o altri obblighi in materia di diritti umani può incorrere a sua volta in responsabilità internazionale», hanno avvertito gli esperti.
Un richiamo è stato rivolto anche alle agenzie internazionali impegnate nell'assistenza ai migranti e ai rifugiati, tra cui l'Organizzazione internazionale per le migrazioni. Secondo gli esperti, il loro coinvolgimento non dovrebbe contribuire a legittimare sistemi che possano esporre le persone al respingimento o ad altre gravi violazioni. «Partecipare a misure che portano a violazioni dei diritti può, in alcune situazioni, equivalere a complicità», hanno affermato.

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La controversia sulle deportazioni verso paesi terzi non si limita al confronto internazionale. Negli Stati Uniti il tema è entrato anche nelle aule giudiziarie. Secondo le informazioni riportate nelle fonti, un tribunale federale d'appello ha stabilito che i migranti devono ricevere informazioni sufficienti sul paese nel quale saranno trasferiti e avere un'effettiva possibilità di sostenere che in quel luogo rischierebbero persecuzioni o torture.
L'amministrazione Trump ha contestato le restrizioni giudiziarie, sostenendo che le procedure richieste dai tribunali ostacolino le operazioni di espulsione e provochino difficoltà sia logistiche sia diplomatiche. Il governo si è quindi rivolto alla Corte Suprema nel tentativo di mantenere la possibilità di effettuare i trasferimenti mentre prosegue il contenzioso.
La disputa si è intensificata anche dopo la sospensione temporanea di un'operazione che, secondo quanto riportato, avrebbe dovuto trasferire 70 persone in tre diversi paesi. L'amministrazione ha sostenuto che l'intervento giudiziario abbia costretto le autorità a cancellare il volo e a rinegoziare gli accordi necessari per procedere.
Link to Il nodo delle garanzieIl nodo delle garanzie
La posizione dell'amministrazione Trump resta quella di considerare le deportazioni verso paesi terzi uno degli strumenti della propria politica migratoria, da utilizzare nei casi in cui non sia possibile procedere al rimpatrio diretto nel paese di origine.
Gli esperti ONU pongono invece al centro le garanzie individuali che devono precedere qualsiasi trasferimento. Il punto, sostengono, non riguarda soltanto la destinazione formale di una persona espulsa, ma ciò che può accaderle una volta arrivata nel paese ricevente e l'eventualità che venga successivamente trasferita ancora altrove.
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