Cinque anni dopo, gli Stati Uniti chiudono uno dei capitoli più difficili nei rapporti con l'Eritrea.
Il Dipartimento del Tesoro americano ha cancellato dalla propria blacklist le Forze di difesa eritree, il People's Front for Democracy and Justice (PFDJ), due importanti strutture economiche legate al sistema di potere di Asmara e due alti funzionari eritrei.
La decisione è stata formalizzata il 18 settembre dall'Office of Foreign Assets Control, l'agenzia del Tesoro che gestisce i programmi di sanzioni statunitensi.
Il provvedimento arriva dopo la scadenza dell'emergenza nazionale proclamata nel settembre 2021 dal presidente Joe Biden per affrontare la crisi umanitaria e dei diritti umani provocata dalla guerra nel nord dell'Etiopia.
Quella cornice giuridica non esiste più.
Di conseguenza, l'OFAC ha eliminato dalla lista degli Specially Designated Nationals and Blocked Persons (SDN) i soggetti che erano stati colpiti proprio sulla base dell'Executive Order 14046. Il Tesoro ha anche archiviato il relativo programma sanzionatorio sull'Etiopia.
Formalmente è la fine di un'emergenza dichiarata cinque anni fa.
Politicamente, però, la decisione arriva in un momento in cui l'Eritrea si trova nuovamente al centro di un'area diventata essenziale per gli interessi americani: il Mar Rosso.
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La portata della decisione si comprende guardando ai nomi cancellati.
Escono dalla lista OFAC innanzitutto le Eritrean Defense Forces, cioè le forze armate eritree.
Viene rimosso anche il People's Front for Democracy and Justice, il PFDJ, guidato dal presidente Isaias Afwerki e unico partito legalmente ammesso nel Paese.
La cancellazione riguarda poi Hidri Trust, che il Tesoro americano aveva indicato come holding delle attività economiche del PFDJ, e Red Sea Trading Corporation, descritta nel 2021 da Washington come una società incaricata di gestire interessi economici e finanziari del partito.
Escono dalla blacklist anche Abraha Kassa Nemariam, indicato dal Tesoro come responsabile dell'ufficio per la sicurezza nazionale eritreo, e Hagos Ghebrehiwet W Kidan, consigliere economico del PFDJ e dirigente della Red Sea Trading Corporation.
Non si tratta quindi della cancellazione di una misura contro un singolo esponente.
Washington ha fatto cadere contemporaneamente le designazioni che avevano colpito apparato militare, partito al potere e una parte della sua rete economica.
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Per capire il significato della decisione bisogna tornare al 2021.
La guerra del Tigray era cominciata nel novembre 2020 e aveva coinvolto le forze federali etiopi, il Tigray People's Liberation Front e numerosi altri attori armati.
L'Eritrea era intervenuta nel conflitto al fianco del governo federale etiope.
Il 17 settembre 2021 Biden firmò l'Executive Order 14046, dichiarando un'emergenza nazionale legata alla crisi in Etiopia e attribuendo al Tesoro il potere di colpire persone ed entità ritenute responsabili di avere alimentato il conflitto, ostacolato un cessate il fuoco o commesso gravi violazioni dei diritti umani.
Due mesi più tardi, il 12 novembre, arrivarono le sanzioni contro gli attori eritrei.
Il Tesoro americano affermò allora che la presenza delle forze di Asmara nel nord dell'Etiopia rappresentava un ostacolo alla fine dei combattimenti e all'accesso degli aiuti umanitari.
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Nel provvedimento originario Washington utilizzò parole molto dure.
Il Tesoro fece riferimento a segnalazioni di uccisioni di civili, saccheggi, violenze sessuali e ostacoli agli aiuti umanitari attribuiti alle forze eritree durante il conflitto.
Le Eritrean Defense Forces vennero quindi designate per il loro ruolo nella crisi del nord dell'Etiopia.
La misura raggiunse direttamente anche il vertice politico.
Secondo il Tesoro, il presidente Isaias Afwerki esercitava un controllo diretto sulla catena di comando militare. Il PFDJ venne pertanto inserito nella blacklist come soggetto politico che, secondo Washington, aveva contribuito alla crisi.
Il governo eritreo ha contestato negli anni accuse e sanzioni, sostenendo che le misure americane fossero ingiustificate.
La loro cancellazione oggi, però, non equivale a una smentita delle contestazioni formulate allora.
L'OFAC non ha dichiarato che quelle accuse fossero infondate. Ha certificato un fatto diverso: l'emergenza nazionale che costituiva la base giuridica di quello specifico programma è scaduta e le designazioni adottate sulla base di quell'ordine sono state eliminate.
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L'inserimento nella lista SDN aveva conseguenze economiche rilevanti.
I beni e gli interessi patrimoniali dei soggetti designati che si trovavano negli Stati Uniti o sotto il controllo di soggetti americani venivano bloccati.
Le transazioni con i soggetti sanzionati erano sottoposte alle restrizioni previste dall'OFAC.
L'impatto di una designazione americana, inoltre, può estendersi ben oltre il territorio degli Stati Uniti, perché banche e operatori internazionali tendono a valutare con estrema cautela rapporti commerciali e finanziari con soggetti presenti nelle blacklist del Tesoro.
Già nel 2021 Washington aveva comunque precisato che il programma non era rivolto contro le popolazioni dell'Eritrea o dell'Etiopia.
Erano state previste autorizzazioni per consentire attività umanitarie, operazioni delle organizzazioni internazionali e transazioni relative a cibo, medicinali e prodotti agricoli.
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Il contesto che aveva prodotto quelle sanzioni è poi profondamente cambiato.
Nel novembre 2022 il governo federale etiope e il TPLF hanno firmato a Pretoria un accordo che ha posto fine alla fase principale della guerra.
Ma la conclusione del conflitto non ha portato a una stabilizzazione definitiva del Corno d'Africa.
Negli anni successivi sono invece aumentate nuovamente le tensioni tra Etiopia ed Eritrea, due Paesi che durante la guerra del Tigray avevano combattuto dalla stessa parte.
Al centro delle nuove frizioni c'è anche una questione che attraversa la storia della regione: l'accesso dell'Etiopia al mare.
Addis Abeba ne è priva dall'indipendenza dell'Eritrea nel 1993. Il tema è tornato progressivamente al centro della politica regionale, aumentando le preoccupazioni di Asmara.
Ed è proprio mentre questo equilibrio diventa nuovamente fragile che Washington modifica la propria posizione nei confronti dell'Eritrea.
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C'è però un elemento che rende la tempistica della decisione americana particolarmente significativa.
È la geografia.
L'Eritrea possiede una lunga costa sul Mar Rosso. A sud si trova Assab, porto situato in prossimità di uno dei passaggi marittimi più delicati del pianeta: lo stretto di Bab el-Mandeb.
Da lì passa la rotta che collega l'Oceano Indiano al Mar Rosso e, attraverso il Canale di Suez, al Mediterraneo.
La sua importanza non è nuova. È nuovo, invece, il livello di instabilità che oggi circonda quello stretto.
Le recenti avanzate degli Houthi nello Yemen hanno aumentato ulteriormente le preoccupazioni per la sicurezza della navigazione. Reuters ha riferito che le forze Houthi hanno conquistato territori strategici sulla costa yemenita e posizioni vicine a Bab el-Mandeb, accrescendo il peso della crisi sulla sicurezza regionale.
Nelle stesse ore anche l'Italia ha chiesto un rafforzamento della presenza navale nel Mar Rosso. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha sottolineato il peso dello stretto per le rotte commerciali e per la sicurezza della navigazione.
E sull'altra sponda di quel mare c'è proprio l'Eritrea.
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È questo che rende la cancellazione delle sanzioni qualcosa di più di un adempimento burocratico.
L'Associated Press, riferendo della decisione americana, sottolinea che la rimozione delle misure arriva proprio mentre crescono le preoccupazioni per la sicurezza del Mar Rosso e per l'avanzata degli Houthi nello Yemen, a ridosso della costa meridionale eritrea e di Bab el-Mandeb.
La coincidenza temporale non dimostra, da sola, che Washington abbia fatto decadere il regime sanzionatorio per ottenere qualcosa dall'Eritrea.
La base formale del provvedimento resta chiara: l'emergenza nazionale del 2021 è scaduta.
Ma il nuovo contesto strategico rende la decisione molto più rilevante di quanto sarebbe stata in un'altra fase.
Per gli Stati Uniti, mantenere aperti canali politici nel Corno d'Africa significa oggi guardare contemporaneamente a Yemen, Mar Rosso, sicurezza della navigazione, Etiopia e rapporti di forza regionali.
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L'Eritrea ha accolto favorevolmente la decisione.
Il ministro dell'Informazione Yemane Gebremeskel ha dichiarato all'Associated Press che il governo eritreo considerava le sanzioni originarie ingiustificate e dannose per il Paese.
Asmara ha quindi salutato positivamente la loro cancellazione.
Per il governo di Isaias Afwerki si tratta di un risultato politicamente significativo.
A essere cancellate sono infatti alcune delle designazioni che avevano colpito direttamente il cuore del sistema eritreo: il partito di governo, l'esercito e importanti strutture economiche collegate al PFDJ.
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C'è però una distinzione fondamentale.
Dire che gli Stati Uniti hanno semplicemente «cancellato tutte le sanzioni contro l'Eritrea» sarebbe inesatto.
La decisione del 18 settembre riguarda il programma sanzionatorio fondato sull'Executive Order 14046, quello nato in risposta alla crisi in Etiopia.
Esistono misure adottate contro soggetti eritrei attraverso strumenti giuridici differenti.
Un esempio è quello del generale Filipos Woldeyohannes, capo di Stato maggiore delle forze armate eritree, sanzionato nell'agosto 2021 nell'ambito del programma Global Magnitsky per gravi violazioni dei diritti umani attribuite alle forze sotto il suo comando durante il conflitto in Tigray. Quella designazione aveva come base l'Executive Order 13818, non l'ordine 14046 appena scaduto.
La formulazione più corretta è quindi questa: Washington ha fatto cessare il regime sanzionatorio del 2021 legato all'emergenza etiope e ha cancellato le relative designazioni contro importanti soggetti eritrei.
Una differenza tecnica, ma essenziale.
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La stessa cautela vale sul piano politico.
La fine di quelle sanzioni non equivale a una riabilitazione del governo eritreo né cancella automaticamente le controversie che hanno caratterizzato per anni i rapporti tra Washington e Asmara.
Gli Stati Uniti non hanno ritirato le accuse formulate nel 2021 sulla condotta delle forze eritree.
Il provvedimento dell'OFAC non contiene neppure una nuova valutazione sul sistema politico eritreo o sulla situazione dei diritti umani.
Certifica semplicemente la fine della specifica emergenza e delle misure che ne dipendevano.
Ma la politica estera raramente si esaurisce nelle formule giuridiche.
E il luogo in cui si trova l'Eritrea rende difficile considerare la decisione americana separatamente da ciò che sta accadendo intorno al Mar Rosso.
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Qui sta probabilmente il passaggio più interessante della vicenda.
Nel 2021 la priorità americana era esercitare pressione sugli attori che Washington riteneva responsabili di alimentare la guerra nel Tigray.
L'Eritrea era parte di quel problema.
Cinque anni dopo, quella guerra non è più il centro dell'agenda internazionale, mentre intorno ad Asmara sono cambiate quasi tutte le variabili strategiche.
Bab el-Mandeb è nuovamente sotto pressione. Gli Houthi hanno ampliato la propria presenza lungo la costa yemenita. La sicurezza delle rotte commerciali è tornata al centro delle preoccupazioni occidentali. Le relazioni tra Etiopia ed Eritrea sono nuovamente delicate.
E una costa che per anni poteva apparire periferica torna improvvisamente centrale.
Non significa che gli Stati Uniti abbiano scelto l'Eritrea come nuovo alleato. Non esistono, sulla base degli atti pubblici esaminati, elementi sufficienti per arrivare a una conclusione simile.
Significa però che Asmara è diventata un interlocutore che Washington ha meno interesse a lasciare completamente ai margini.
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È forse questa la fotografia più efficace della svolta.
Nel novembre 2021 il Tesoro americano inseriva esercito eritreo, PFDJ, Hidri Trust e Red Sea Trading Corporation nella propria lista nera sostenendo che gli attori eritrei stessero contribuendo alla crisi nel nord dell'Etiopia.
Il 18 settembre 2026 gli stessi nomi sono stati cancellati dalla lista SDN collegata a quell'emergenza.
Tra quelle due date c'è molto più di un cambio di amministrazione a Washington.
C'è la fine della guerra del Tigray. C'è il deterioramento dei rapporti tra Etiopia ed Eritrea. C'è soprattutto un Mar Rosso diventato ancora più instabile, con Bab el-Mandeb nuovamente al centro della sicurezza commerciale e militare internazionale.
Per questo la cancellazione delle sanzioni racconta anche qualcosa del modo in cui cambiano le priorità della politica estera.
Washington non ha cancellato il passato dell'Eritrea e non ha ritirato le contestazioni che accompagnarono le misure del 2021.
Ha però chiuso lo strumento costruito per una crisi di cinque anni fa proprio mentre davanti alle coste eritree se ne sta imponendo un'altra.
Nel 2021 gli Stati Uniti guardavano ad Asmara soprattutto attraverso la guerra del Tigray. Nel 2026 devono guardarla dalla prospettiva del Mar Rosso.
Ed è questa, più della cancellazione di alcuni nomi da una lista del Tesoro, la vera misura del cambiamento.
Perché le sanzioni possono scadere con un atto amministrativo. La geografia, invece, resta. E quella dell'Eritrea oggi vale molto più di cinque anni fa.
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