Guerra Usa-Iran. La scelta di Mohammed bin Salman ridisegna gli equilibri del Golfo

di

Velia Iacovino

L'ingresso ufficiale dell'Arabia Saudita nelle operazioni militari congiunte con gli Stati Uniti contro le milizie filo-iraniane non modifica, almeno nell'immediato, gli equilibri sul campo di battaglia. Il suo significato è soprattutto politico e strategico. La decisione di Mohammed bin Salman segna infatti un cambio di paradigma nella postura internazionale del Regno e riporta al centro il ruolo degli Stati Uniti come architrave della sicurezza mediorientale.

Guerra Usa-Iran. La scelta di Mohammed bin Salman ridisegna gli equilibri del Golfo

L'ingresso ufficiale dell'Arabia Saudita nelle operazioni militari congiunte con gli Stati Uniti contro le milizie filo-iraniane non modifica, almeno nell'immediato, gli equilibri sul campo di battaglia. Il suo significato è soprattutto politico e strategico. La decisione di Mohammed bin Salman segna infatti un cambio di paradigma nella postura internazionale del Regno e riporta al centro il ruolo degli Stati Uniti come architrave della sicurezza mediorientale.

Negli ultimi anni Riad aveva cercato di muoversi lungo un crinale sottile. Il riavvicinamento diplomatico con Teheran, favorito dalla mediazione cinese nel 2023, aveva aperto una fase di distensione che sembrava prefigurare un Medio Oriente meno dipendente dalle tradizionali contrapposizioni regionali. Parallelamente, l'Arabia Saudita aveva intensificato i rapporti economici con la Cina, mantenuto un dialogo pragmatico con la Russia e perseguito una politica estera più autonoma.

I raid condotti insieme all'aviazione americana indicano però che quella strategia di equilibrio ha raggiunto il suo limite. Quando la minaccia colpisce direttamente gli interessi strategici del Regno – dalle infrastrutture energetiche alla sicurezza nazionale – Mohammed bin Salman torna a fare affidamento sull'alleanza con Washington. È una scelta che riafferma una realtà spesso data per superata: nessun attore, né Pechino né Mosca, è oggi in grado di sostituire gli Stati Uniti come garante della sicurezza del Golfo.

Sul piano militare il coinvolgimento saudita va comunque ridimensionato. Il Regno dispone di uno dei maggiori bilanci della difesa al mondo e di armamenti tra i più avanzati, ma la lunga guerra nello Yemen ha evidenziato i limiti di uno strumento militare ancora fortemente dipendente dalla tecnologia e dal supporto occidentale. La superiorità degli arsenali non si traduce automaticamente in capacità di determinare l'esito di un conflitto, soprattutto contro avversari che fanno della guerra asimmetrica il proprio punto di forza.

L'effetto più rilevante della scelta saudita riguarda quindi il sistema delle alleanze. Teheran sembrava puntare su un progressivo allontanamento delle monarchie arabe dagli Stati Uniti, confidando che la crescente influenza cinese e il nuovo dialogo regionale potessero indebolire la presenza americana. È accaduto l'opposto. La pressione esercitata dalle milizie filo-iraniane ha ricompattato il fronte arabo attorno a Washington, rafforzando proprio quell'architettura di sicurezza che l'Iran puntava a mettere in discussione.

Da questa svolta potrebbero derivare conseguenze destinate ad andare oltre il conflitto in corso. La cooperazione militare tra Stati Uniti e Arabia Saudita potrebbe evolvere verso un sistema di difesa regionale più integrato, mentre il negoziato sulla cooperazione nucleare civile tra Washington e Riad apre interrogativi destinati a incidere sugli equilibri strategici dell'intero Medio Oriente. Se l'Arabia Saudita acquisisse capacità nucleari avanzate, sia pure a fini civili, altri attori regionali potrebbero rivendicare analoghi programmi, con il rischio di una nuova stagione di proliferazione.

La decisione di Mohammed bin Salman va letta anche in chiave economica. Il progetto Vision 2030 punta a trasformare il Regno in un hub globale degli investimenti, del turismo e dell'innovazione. Un obiettivo incompatibile con una regione permanentemente instabile. Proprio per questo la scelta di esporsi direttamente sul piano militare assume un senso preciso: significa che, nella valutazione della leadership saudita, la minaccia rappresentata dalla rete di alleanze costruita dall'Iran è ormai considerata superiore ai costi economici e politici di un coinvolgimento diretto.

 È un messaggio destinato non solo all'Iran, ma anche alle altre potenze globali: il Medio Oriente resta un terreno in cui la leadership militare degli Stati Uniti continua a essere il principale fattore di stabilità e deterrenza.

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