Link to Gli insulti pronunciati da John Davidson ai BAFTA hanno scatenato un acceso dibattito su disabilità neurologiche, responsabilità e razzismo.Gli insulti pronunciati da John Davidson ai BAFTA hanno scatenato un acceso dibattito su disabilità neurologiche, responsabilità e razzismo.
Alla Royal Festival Hall i flash scandagliano i volti, catturando l’attesa di chi sta per ricevere la consacrazione di un’intera vita spesa nella rivendicazione dei propri diritti. È il caso di John Davidson, attore e attivista al centro di I Swear, il biopic che racconta la sua lunga battaglia per dare visibilità alla sindrome di Tourette.
Ma ai BAFTA, quest’anno, vince il sensazionalismo.
Davidson, infatti, ha urlato insulti razzisti proprio mentre sul palco si trovavano gli attori neri Michael B. Jordan e Delroy Lindo, dando vita a un caso globale.
Una parte consistente del dibattito pubblico ha risolto la questione con una semplificazione estrema: se l’insulto è stato pronunciato, allora è stato pensato, rivelando automaticamente un’identità razzista.
Il richiamo alla disabilità per molti sarebbe una scusa per sottrarsi alla responsabilità di un simile comportamento, eclissando i diritti delle persone nere.
È curioso vedere come in tanti non riescano a concepire che questa intransigenza rivela proprio le fondamenta più solide dell’abilismo.
Nel caso della sindrome di Tourette, quando si manifesta la coprolalia, il soggetto è attraversato da enunciati che egli stesso riconosce come incresciosi, osceni o socialmente destabilizzanti e che non esprimono né le sue convinzioni né le sue intenzioni.
Accusare di razzismo l’attivista, inoltre, significa negare che l’offesa implichi un’intenzione, un destinatario e una posizione di enunciazione.
La vicenda dei BAFTA è tanto più paradossale se si considera che Davidson era presente proprio in quanto testimone di questo abisso tra soggetto e parola; e tuttavia abbiamo permesso che la sua stessa condizione lo perseguitasse proprio nel momento in cui meritava un riconoscimento.
A rendere il quadro ancora più complesso, però, interviene la gerarchia tra discriminazioni.
Il razzismo, infatti, è la forma di oppressione più studiata e rappresentata dalla cultura contemporanea; mentre l’abilismo, soprattutto quello legato alle disabilità invisibili e neurologiche, resta escluso dalle grandi mobilitazioni mediatiche e politiche.
Così l’insulto razzista di Davidson è risultato troppo sensazionalistico affinché si imponesse un’adeguata analisi della complessità di certe condizioni neurologiche.
Perché, al di là dei premi e degli applausi, l’attenzione per le disabilità riguarda ancora troppo pochi.
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