Israele, Netanyahu avanti nello scrutinio ma senza maggioranza: i partiti arabi decisivi per il nuovo governo

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Redazione

Con quasi il 77% delle schede conteggiate, il blocco del premier uscente conquista 54 seggi contro i 47 dell'opposizione guidata da Gadi Eisenkot. Le formazioni arabo-israeliane salgono a 19 parlamentari e potrebbero determinare il futuro esecutivo

Israele, Netanyahu avanti nello scrutinio ma senza maggioranza: i partiti arabi decisivi per il nuovo governo

Le elezioni parlamentari israeliane consegnano un Paese profondamente diviso e uno scenario politico ancora incerto. Benjamin Netanyahu riesce a mantenere il proprio schieramento davanti all'opposizione, ma i risultati parziali non gli garantiscono i numeri necessari per formare autonomamente un nuovo governo. Secondo i dati diffusi dalla Commissione elettorale centrale, con il 76,8% delle schede scrutinate, il blocco del primo ministro uscente raggiunge 54 seggi, mentre la coalizione guidata dall'ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot si ferma a 47. Le due principali formazioni arabo-israeliane conquistano complessivamente 19 seggi.

La maggioranza assoluta nella Knesset, il Parlamento israeliano composto da 120 membri, richiede almeno 61 deputati. Nessuno dei due schieramenti principali raggiunge quindi la soglia indispensabile per governare senza accordi con altre forze politiche.

Il quadro potrebbe ancora cambiare con il completamento dello scrutinio, soprattutto considerando i voti speciali che saranno conteggiati successivamente.

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Il risultato più significativo della consultazione riguarda il peso parlamentare raggiunto dalle formazioni che rappresentano una parte importante della popolazione araba israeliana. La Lista Comune e Ra'am, il partito guidato da Mansour Abbas, arrivano insieme a 19 seggi nelle rilevazioni più recenti. Un risultato che potrebbe trasformarle in interlocutori indispensabili per la costruzione di una maggioranza alternativa a Netanyahu. Sommando i 47 parlamentari attribuiti all'opposizione ai 19 delle liste arabe, si arriverebbe teoricamente a 66 seggi, cinque oltre la maggioranza assoluta.

La possibilità di tradurre questa somma in un'alleanza politica concreta resta però tutta da verificare. Durante la campagna elettorale Eisenkot aveva mostrato contrarietà a un accordo con i partiti arabi, mentre alcune forze dell'opposizione ritengono ormai inevitabile aprire un confronto.

Il leader dei Democratici, Yair Golan, ha invitato gli avversari di Netanyahu a superare le divisioni e a costruire una coalizione capace di rappresentare anche i cittadini arabi. Secondo Golan, escludere queste formazioni significherebbe rinunciare alla possibilità di un cambiamento politico e lasciare al premier uscente un vantaggio determinante. Anche Mansour Abbas ha rivendicato il nuovo peso della propria formazione, assicurando che Ra'am intende partecipare attivamente alle decisioni sul futuro del Paese.

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Nonostante l'assenza di una maggioranza già definita, Benjamin Netanyahu ha scelto di presentare il risultato come una conferma della centralità del suo partito. Intervenendo davanti ai sostenitori del Likud a Gerusalemme, il primo ministro ha sottolineato che la sua formazione rimane la principale forza politica israeliana, ribadendo l'obiettivo di costruire un esecutivo nazionale sostenuto dai partiti conservatori e religiosi. Il premier ha inoltre espresso una netta opposizione alla nascita di un governo che dipenda dal sostegno delle formazioni arabo-israeliane.

All'interno del suo schieramento figurano i partiti ultraortodossi Shas e United Torah Judaism, oltre alle formazioni della destra nazionalista Otzma Yehudit e Sionismo Religioso. Proprio la composizione di questa alleanza rappresenta uno degli elementi centrali della futura trattativa politica, considerando le differenti priorità dei partiti religiosi e della destra più radicale. Netanyahu ha inoltre richiamato le questioni di sicurezza nazionale, indicando nella collaborazione con gli Stati Uniti un elemento strategico per affrontare le minacce regionali, a partire dall'Iran.

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Sul fronte opposto, i principali leader dell'opposizione hanno interpretato il voto come un segnale di sfiducia nei confronti del governo uscente. Gadi Eisenkot ha definito Netanyahu un premier ormai destinato a una fase di transizione, invitandolo a non utilizzare le questioni di sicurezza per rafforzare la propria posizione politica. L'ex capo di Stato maggiore ha inoltre assicurato di voler lavorare alla formazione di una maggioranza alternativa, evitando un ulteriore ritorno alle urne.

Dello stesso orientamento Naftali Bennett, che ha sostenuto la necessità di superare le rivalità personali tra i partiti contrari a Netanyahu per costruire un governo stabile. Anche Yair Lapid ha parlato di una sconfitta politica dell'esecutivo uscente, sostenendo che il risultato elettorale dimostrerebbe la volontà di una parte consistente dell'elettorato di aprire una nuova fase. Le dichiarazioni dell'opposizione, tuttavia, devono confrontarsi con una realtà parlamentare complessa: senza un'intesa con almeno una parte dei rappresentanti arabi, la strada verso una maggioranza appare particolarmente difficile.

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Le elezioni israeliane hanno attirato grande attenzione anche a Washington. Il presidente americano Donald Trump, parlando con i giornalisti alla Joint Base Andrews, nel Maryland, ha espresso soddisfazione per i risultati iniziali del suo alleato israeliano. Trump ha suggerito che il proprio sostegno pubblico a Netanyahu possa aver contribuito alla rimonta registrata durante lo scrutinio e nelle ultime proiezioni elettorali.

Il presidente statunitense ha comunque riconosciuto che sarebbe prematuro trarre conclusioni definitive, precisando di non aver ancora discusso direttamente con Netanyahu dell'esito del voto. Il rapporto tra i due leader resta uno degli elementi più rilevanti della politica estera israeliana, soprattutto in relazione all'Iran, alla sicurezza regionale e al futuro della Striscia di Gaza.

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La consultazione è stata caratterizzata da una partecipazione particolarmente elevata. Secondo la Commissione elettorale centrale, il 77,7% degli aventi diritto si è recato alle urne, per un totale di 5.695.682 elettori. Si tratta del dato più alto registrato dal 2001, con un incremento di circa 7,1 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni.

Particolarmente significativa è stata la mobilitazione degli elettori arabo-israeliani, che hanno contribuito a rafforzare il peso delle proprie rappresentanze parlamentari. Anche tra i militari la partecipazione è stata elevata: le Forze di Difesa Israeliane hanno comunicato un'affluenza del 79,9%, superiore di 6,2 punti percentuali rispetto alla precedente consultazione.

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Uno degli elementi che impedisce di considerare definitivo il quadro parlamentare riguarda le schede espresse attraverso il sistema della doppia busta. Questa procedura viene utilizzata, tra gli altri, dai militari, dai diplomatici all'estero e da alcune categorie di elettori impossibilitati a votare nei seggi ordinari. Le schede richiedono controlli supplementari per evitare duplicazioni e vengono quindi conteggiate separatamente.

Secondo le informazioni diffuse dalle autorità elettorali, il numero dei voti speciali potrebbe superare il mezzo milione. Il loro scrutinio proseguirà fino a giovedì sera, mentre ulteriori verifiche saranno necessarie prima della certificazione definitiva dei risultati. In un Parlamento caratterizzato da margini così ridotti, anche variazioni limitate nella distribuzione dei seggi potrebbero influenzare le trattative tra i partiti.

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Il risultato elettorale arriva in un momento particolarmente delicato per Israele, ancora segnato dalle conseguenze dell'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dai successivi sviluppi del conflitto a Gaza. Le famiglie delle vittime hanno chiesto che il nuovo Parlamento istituisca una commissione statale d'inchiesta per accertare le responsabilità politiche e istituzionali legate a quella giornata. Secondo i rappresentanti dei familiari, nella nuova Knesset potrebbe esistere un'ampia maggioranza favorevole all'apertura dell'indagine.

Nel frattempo, esponenti della destra radicale continuano a difendere una linea particolarmente dura sui territori palestinesi. Il ministro Bezalel Smotrich ha ribadito il proprio sostegno all'espansione degli insediamenti e alla prospettiva di nuovi insediamenti israeliani nella Striscia di Gaza, evidenziando quanto le questioni territoriali e di sicurezza continueranno a pesare sugli equilibri del prossimo governo.

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