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[caption id="attachment_85136" align="aligncenter" width="264"]Link to Nell’8 marzo del Quirinale, Laura Mattarella sceglie parole nette e senza retorica: la parità “sulla carta” non basta, la maternità non può restare un handicap e il successo femminile non deve fare notizia come fosse un’eccezione. Avvocata amministrativista, dal 2015 ha lasciato la professione per affiancare il Presidente Sergio Mattarella nelle occasioni ufficiali. Un ruolo svolto con sobrietà e disciplina istituzionale, che trasforma la sua voce in un segnale culturale: non un manifesto, ma un promemoria civileNell’8 marzo del Quirinale, Laura Mattarella sceglie parole nette e senza retorica: la parità “sulla carta” non basta, la maternità non può restare un handicap e il successo femminile non deve fare notizia come fosse un’eccezione. Avvocata amministrativista, dal 2015 ha lasciato la professione per affiancare il Presidente Sergio Mattarella nelle occasioni ufficiali. Un ruolo svolto con sobrietà e disciplina istituzionale, che trasforma la sua voce in un segnale culturale: non un manifesto, ma un promemoria civile
di Guido Talarico
Ci sono dichiarazioni che colpiscono per l’enfasi e dichiarazioni che colpiscono per l’esatto contrario: il tono basso, pacato, con cui rendono evidente ciò che tutti vedono e molti continuano a normalizzare. Laura Mattarella, nella sua prima intervista televisiva, rilasciata al Tg3, ha scelto la seconda strada. Niente slogan, nessuna concessione alla frase a effetto: “il successo delle donne non deve più essere un’eccezione”, e soprattutto non possiamo ritenere normale che in Italia la maternità continui a pesare come una penalità sul lavoro. Il punto, detto così, senza alzare la voce, diventa più duro da eludere.
La misura del discorso è tutta in quel passaggio: “Tranne pochissime eccezioni non conosco una donna, nessuna amica, che non mi abbia detto di aver pagato la maternità sul piano lavorativo.” Non è un’astrazione statistica: è una frase che suona come una constatazione quotidiana, e proprio per questo è politica nel senso più alto, perché riguarda la vita reale delle persone e la qualità della democrazia.
Nella ricorrenza dell’8 marzo, Laura Mattarella ha agganciato quel tema a un altro snodo: il 2 giugno 1946 e il voto delle donne come parte del ritorno alla democrazia. Il messaggio è lineare: i diritti non sono una parentesi celebrativa, sono un’infrastruttura del Paese. E se oggi ci ritroviamo a festeggiare “la prima donna” in questa o quella carica, è giusto segnare il traguardo, ma è altrettanto rivelatore che lo si percepisca ancora come evento raro.
Il suo ragionamento insiste su una distinzione che l’Italia conosce bene: la parità formale e la parità sostanziale. “Sulla carta” possiamo anche dichiararci arrivati; nei fatti, tra differenze salariali, soffitti di cristallo e divisione rigida dei ruoli familiari, manca ancora un pezzo di strada che non è soltanto normativo: è culturale. E qui arriva uno dei passaggi più utili del suo intervento: l’idea che non esista un “modello maschile” del lavoro e un “modello femminile” della casa. Fino a quando resterà questa architettura implicita, ogni successo femminile sarà vissuto come un’eccezione, e ogni maternità continuerà a essere trattata come un imprevisto.
A dare densità alle parole c’è poi la biografia. Laura Mattarella è avvocata amministrativista; nel 2015, con l’elezione del padre Sergio Mattarella al Quirinale, ha lasciato la professione per affiancarlo negli impegni istituzionali, assumendo di fatto le funzioni di rappresentanza che, per tradizione, spettano alla consorte del Capo dello Stato (il Presidente è vedovo dal 2012). È un passaggio che racconta disciplina e senso del ruolo più di mille dichiarazioni: scegliere la cornice istituzionale senza trasformarla in palcoscenico personale.
Quella sobrietà – che è cifra culturale prima ancora che stilistica – si vede nel modo in cui abita la scena pubblica: presenza costante, ma non invadente; eleganza come forma di rispetto del contesto, non come ricerca di attenzione. Anche quando, in alcune visite, ha svolto momenti autonomi (incontri sociali, iniziative umanitarie), lo ha fatto dentro la grammatica delle istituzioni, con la misura di chi sa che rappresentare non significa “rappresentarsi”. Un riconoscimento formale di questa dimensione è arrivato anche dall’estero: nel 2018 l’Azerbaigian le ha conferito l’Ordine “Şöhrət” per attività legate al rafforzamento dei rapporti umanitari tra i due Paesi.
Il punto, però, non è costruire un ritratto. È capire perché quelle parole pesano. Perché quando una figura così istituzionale dice che “maternità” e “lavoro” in Italia restano spesso in conflitto, la frase smette di essere un’opinione e diventa un indicatore: ci racconta dove siamo, e quanto ci manca. E quando sottolinea che per arrivare alla parità serve un lavoro “lungo e costante” che coinvolga anche gli uomini, sposta il tema dal recinto delle rivendicazioni al terreno dell’interesse collettivo: una società che non libera il talento femminile non è solo ingiusta, è più povera.
In un tempo di parole urlate, Laura Mattarella ha scelto la via più difficile: parlare con precisione. E ricordare, con una calma quasi disarmante, che il progresso non è quando una donna arriva “per prima”, ma quando non fa più notizia.
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