Mattarella da Amatrice: «La scuola è aperta a tutti, non crei ghetti e non alzi barriere»

di

Emilia Morelli

Da Amatrice Sergio Mattarella mette l’integrazione al centro dell’inaugurazione dell’anno scolastico: «La scuola è aperta a tutti, non deve creare ghetti né alzare barriere». Il messaggio arriva dopo l’annuncio del governo sul tetto agli alunni stranieri

 Mattarella da Amatrice: «La scuola è aperta a tutti, non crei ghetti e non alzi barriere»

Non nomina Giorgia Meloni. Non cita il tetto agli alunni stranieri annunciato dal governo. Non entra direttamente nella polemica politica. Ma da Amatrice, inaugurando l’anno scolastico 2026-2027, Sergio Mattarella sceglie parole che inevitabilmente finiscono dentro il dibattito aperto appena ventiquattr’ore prima.

«La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di immigrati».

Poi il presidente della Repubblica richiama direttamente la Costituzione: «La scuola prepara tutti. È aperta a tutti: così dispone l’articolo 34».

Ad Amatrice parte un applauso forte.

È probabilmente il passaggio politicamente più significativo del suo intervento. Per il momento non c’è alcuna risposta esplicita al progetto annunciato da Meloni, e sarebbe quindi improprio presentarlo come una replica al governo. Ma la coincidenza temporale pesa.

Il giorno precedente la presidente del Consiglio aveva annunciato l’arrivo in Consiglio dei ministri di un provvedimento per fissare per legge un numero massimo di studenti stranieri nelle classi. Il giorno dopo, il capo dello Stato sceglie di ricordare che proprio la scuola deve impedire la nascita dei ghetti.

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Mattarella va oltre.

La scuola, dice, deve «stabilire legami» e conquistare la fiducia delle famiglie. Deve aiutare a «non formare ghetti, a non alzare barriere», rendere più sicure le comunità, «unire e non lacerare».

La conclusione condensa il senso dell’intero ragionamento: «La scuola è chiamata a produrre coesione sociale».

Parole che assumono un peso particolare proprio mentre l’Italia torna a discutere di quanti bambini stranieri possano stare nella stessa classe.

Il punto posto da Mattarella è diverso dalla questione numerica sollevata dal governo e non entra nel merito della futura norma. Il presidente parla della funzione della scuola: un luogo nel quale le differenze devono incontrarsi e nel quale l’integrazione deve essere costruita, non semplicemente dichiarata.

È anche per questo che il passaggio pronunciato ad Amatrice merita di essere letto per quello che è, senza forzarlo in una contrapposizione che Mattarella non ha esplicitato.

Non un attacco politico, dunque. Ma un richiamo costituzionale arrivato nel momento in cui il tema è diventato politico.

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La sequenza delle due giornate rende inevitabile il confronto.

Meloni ha annunciato l’intenzione di introdurre un tetto agli studenti stranieri per classe, sostenendo che la concentrazione di ragazzi che non conoscono adeguatamente l’italiano possa ostacolare l’integrazione. Nel pacchetto dovrebbero entrare anche il divieto di burqa e niqab negli istituti scolastici e misure linguistiche rivolte ad alcuni genitori stranieri.

Il testo definitivo, però, non è ancora stato approvato e non è stata indicata la percentuale che dovrebbe costituire il limite.

Mattarella non affronta nessuno di questi aspetti.

Non parla di percentuali, non discute le modalità con cui comporre le classi e non cita né Meloni né il governo.

Parla invece del principio dal quale, nella sua visione, la scuola deve partire: integrare.

Ed è una differenza importante, perché evita di trasformare il discorso del Quirinale in una risposta politica che, almeno formalmente, non c’è stata.

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Anche il luogo scelto per pronunciare quelle parole conta.

Mattarella è ad Amatrice, all’Istituto omnicomprensivo “Sergio Marchionne”, per la cerimonia nazionale di apertura dell’anno scolastico.

Sono trascorsi dieci anni dal terremoto che il 24 agosto 2016 devastò la città e una vasta area dell’Italia centrale.

La scuola nella quale si svolge la cerimonia è stata costruita dopo il sisma, che aveva distrutto lo storico plesso Romolo Capranica. Per la dirigente Annamaria Renzi quell’istituto rappresenta «veramente il futuro di Amatrice», anche perché fu una delle prime strutture ricostruite.

È difficile trovare un luogo nel quale la parola scuola abbia un significato più concreto.

Qui riaprire le aule ha significato dire alle famiglie che il paese avrebbe continuato ad avere bambini, ragazzi, insegnanti. Che dopo le macerie una comunità poteva ancora immaginare di restare.

E Mattarella parte proprio dai ragazzi.

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«Gli studenti non sono semplici utenti della scuola».

È una frase breve, ma racconta bene l’idea di istruzione che attraversa il discorso del presidente.

Mattarella invita ragazze e ragazzi a non vivere la scuola passivamente: «La società ha bisogno della loro voce». Chiede loro di diventare protagonisti della vita scolastica, attraverso consapevolezza e impegno.

Poi il tono cambia.

Si fa meno istituzionale, quasi intimo.

Mattarella parla di studio, di memoria, del tempo che serve per imparare davvero. E in un mondo nel quale tutto sembra dover essere consumato immediatamente, difende persino il diritto di andare più piano.

Cita Milan Kundera e il legame tra lentezza e memoria, velocità e oblio.

Non è un elogio della lentezza fine a se stessa. È piuttosto un invito a sottrarre la scuola alla frenesia che ormai accompagna quasi tutto il resto.

«La rapidità sembra diventata una condizione esistenziale», osserva.

La scuola, invece, deve rimanere uno spazio nel quale ciò che si impara abbia il tempo di diventare qualcosa che resta.

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Ed è forse quando smette per qualche minuto di essere soltanto il presidente della Repubblica che il suo intervento diventa più vicino ai ragazzi che ha davanti.

Racconta che a scuola la sua materia preferita era storia.

Confessa di avere avuto una pessima grafia. E scherza con Alberto Angela, presente alla cerimonia, dicendo che oltre all’amore per la storia li accomuna proprio quello: scrivere male.

Poi ricorda una di quelle cose che generazioni di studenti hanno detestato: imparare le poesie a memoria.

Da ragazzo, racconta, si chiedeva perché dovesse fare quello sforzo. Decenni dopo quelle poesie continua a ricordarle e a ripetersele.

Da qui arriva una delle frasi più semplici e riuscite della giornata: «Tutto quello che si acquisisce è libertà, la cultura rende liberi».

Non c’è retorica nel racconto. C’è piuttosto l’idea che alcune cose studiate senza capirne immediatamente l’utilità possano tornare molti anni dopo e diventare parte di noi.

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Poi arriva inevitabilmente l’intelligenza artificiale.

E anche qui Mattarella sceglie un’immagine concreta anziché una discussione teorica sulla tecnologia.

Una macchina può essere intelligentissima, spiega, ma non potrà prendere il posto di un insegnante.

Perché quando un ragazzo alza la mano, il professore sa riconoscere se lo fa perché non ha capito, perché vuole approfondire oppure semplicemente per perdere tempo. Quando interroga uno studente, riesce a capire se non ha studiato oppure se sta faticando a esprimere qualcosa che invece conosce.

Una macchina, osserva il presidente, difficilmente può cogliere tutto questo.

È probabilmente una delle definizioni più umane del lavoro dell’insegnante: non qualcuno che trasferisce informazioni, ma qualcuno che sa leggere la persona che ha davanti.

Ed è esattamente ciò che un algoritmo, per quanto potente, non restituisce nello stesso modo.

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Mattarella affronta anche uno dei temi più delicati della scuola di oggi: le aggressioni e le violenze contro i docenti.

Il presidente non gira intorno al problema e chiama in causa anche le famiglie.

Quando un genitore aggredisce un insegnante, osserva, viene meno proprio a quel compito educativo che dovrebbe condividere con la scuola. ANSA riassume il suo richiamo sottolineando come, secondo Mattarella, in questi casi siano talvolta proprio i genitori a «tradire il compito educativo».

È un passaggio importante perché riporta il rapporto scuola-famiglia fuori dalla logica della contrapposizione.

L’insegnante non è la controparte del genitore.

Entrambi dovrebbero stare dalla stessa parte: quella del ragazzo.

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Il filo che tiene insieme tutto arriva verso la conclusione.

Conoscenza e studio, dice Mattarella, sono importanti, ma non possono ridursi a un sapere astratto.

Devono stare insieme all’amicizia, alla cura di chi ci vive accanto, alla responsabilità verso gli altri.

Poi una frase che va oltre la scuola:

«La nostra libertà è autentica se la libertà esiste per tutti».

E forse è proprio qui che il discorso pronunciato ad Amatrice trova il suo senso.

Mattarella non descrive una scuola ideale e neppure ignora i problemi reali che attraversano le classi italiane. Parla piuttosto di ciò che la scuola dovrebbe impedire che accada: che le differenze diventino muri, che le difficoltà diventino esclusione, che una comunità si divida proprio nel luogo nel quale i suoi figli imparano a stare insieme.

Per questo, nel giorno in cui l’integrazione entra con forza nell’agenda politica, il presidente non sceglie una percentuale.

Sceglie una frase della Costituzione.

«La scuola è aperta a tutti».

E poi lascia ai ragazzi l’ultima parola.

«Vi viene detto spesso che siete voi il futuro. Lo siete già oggi».

Non devono aspettare di diventare adulti per cominciare a costruirlo.

Devono, dice Mattarella, «costruirlo e abitarlo».

Ad Amatrice, in una scuola nata dopo che un terremoto aveva distrutto quella precedente, sono parole che hanno un significato difficile da rendere più concreto di così.

 

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