Sul sostegno all’Ucraina Giorgia Meloni non intende cambiare linea, neppure in vista delle prossime elezioni. E il messaggio lanciato dalla presidente del Consiglio sembra rivolgersi soprattutto a quella parte del centrodestra che, a partire dalla Lega di Matteo Salvini, ha assunto negli ultimi anni posizioni sempre più critiche sull'invio di aiuti militari a Kiev.
Intervistata dal direttore del Foglio Claudio Cerasa, Meloni ha chiarito di non essere disponibile a costruire future alleanze politiche con chi vota contro il sostegno all'Ucraina.
La premier non cita direttamente Salvini nella risposta, ma il significato politico delle sue parole è difficile da ignorare: la collocazione internazionale dell'Italia e il sostegno a Kiev diventano una delle condizioni sulle quali Meloni non appare intenzionata a negoziare neppure con i propri alleati.
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Alla domanda se fosse disposta a stabilire per la futura coalizione la regola di non allearsi con chi vota contro il sostegno all'Ucraina, Meloni ha risposto parlando di sé in terza persona.
«Giorgia Meloni non è certamente disposta a fare il contrario di quello che ha fatto finora, o di quello in cui crede, per calcolo politico o elettorale», ha spiegato.
Poi ha rafforzato il concetto: «Io sono una persona seria, e non sono buona per tutte le stagioni».
La premier ha quindi escluso l'ipotesi di modificare la propria posizione semplicemente per allargare il perimetro della coalizione o raccogliere maggiori consensi.
Il punto politico è proprio questo: dopo quasi quattro anni trascorsi a Palazzo Chigi mantenendo l'Italia saldamente all'interno del fronte occidentale che sostiene Kiev, Meloni non vuole arrivare alle prossime elezioni rimettendo in discussione quella scelta.
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Il nome di Matteo Salvini non viene pronunciato in questo specifico passaggio dell'intervista. Presentare la frase come un attacco esplicito al leader della Lega sarebbe quindi eccessivo.
Ma il destinatario politico del messaggio appare inevitabile.
Salvini ha ripetutamente manifestato perplessità sulla prosecuzione degli aiuti militari a Kiev e nel dicembre scorso era arrivato a sostenere di non voler sottrarre risorse alla sanità italiana per finanziare una guerra che considerava ormai persa.
Le differenze sull'Ucraina rappresentano da tempo uno dei principali punti di tensione all'interno della maggioranza.
Da una parte Meloni ha mantenuto una linea nettamente atlantista, confermando il sostegno politico, finanziario e militare all'Ucraina. Dall'altra Salvini ha progressivamente accentuato le proprie critiche alla prosecuzione delle forniture di armi.
Una divergenza che fino ad oggi non ha provocato una rottura della coalizione, ma che diventa molto più significativa quando la premier comincia a parlare del perimetro politico della futura maggioranza.
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Nell'intervista la presidente del Consiglio spiega anche perché considera il sostegno a Kiev una questione direttamente collegata all'interesse nazionale italiano.
«Io non ho sostenuto l'Ucraina per Kyiv, io ho sostenuto l'Ucraina per Roma», afferma Meloni.
La sua tesi è che l'Italia, proprio perché non è una grande potenza militare, abbia un interesse particolare a difendere un ordine internazionale nel quale i confini non possano essere modificati con la forza.
Secondo la premier, Roma avrebbe «tutto da perdere» in un mondo nel quale venissero meno le regole della convivenza tra gli Stati e tornasse a prevalere semplicemente la legge del più forte.
È su questo ragionamento che Meloni costruisce anche la propria idea di patriottismo.
Per la presidente del Consiglio sostenere l'Ucraina non significa mettere gli interessi di Kiev davanti a quelli italiani. Al contrario, significa difendere un principio che considera essenziale proprio per la sicurezza futura dell'Italia.
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Meloni riconosce inoltre un aspetto politicamente significativo: sostenere l'Ucraina non sarebbe stata necessariamente la scelta più conveniente sul piano elettorale.
La premier sostiene che negli ultimi anni avrebbe potuto ottenere maggiori vantaggi politici assumendo una posizione più distante da Kiev.
Ha scelto di non farlo perché, nella sua lettura, la politica estera non può essere modificata in funzione dei sondaggi.
Il passaggio serve anche a marcare la distanza dalle forze che hanno trasformato l'opposizione agli aiuti militari in una componente importante della propria proposta politica.
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Il problema non riguarda soltanto Salvini.
Alla destra di Meloni c'è anche Roberto Vannacci, che ha costruito una parte significativa della propria identità politica proprio sulla critica alla linea seguita dall'Italia nei confronti della guerra.
Nei mesi scorsi i parlamentari vicini a Vannacci hanno sostenuto la fiducia al governo sul decreto Ucraina, ma hanno poi votato contro il provvedimento che autorizzava gli aiuti.
La posizione della premier traccia quindi un confine che potrebbe avere conseguenze molto più ampie nella costruzione del centrodestra del futuro.
Non è soltanto la domanda su quanto ancora l'Italia debba sostenere Kiev. È anche una questione di collocazione internazionale della coalizione.
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Fin dall'inizio dell'invasione russa, Fratelli d'Italia ha sostenuto l'Ucraina. Meloni mantenne quella posizione anche quando si trovava all'opposizione del governo Draghi e l'ha confermata dopo l'arrivo a Palazzo Chigi.
Durante il suo governo l'Italia ha continuato a partecipare al sostegno occidentale a Kiev, pur mantenendo riservati molti dettagli delle forniture militari. L'Istituto Affari Internazionali ha evidenziato come la continuità dell'impegno italiano sia stata accompagnata da una crescente frammentazione del consenso politico interno.
Ancora a luglio, durante il vertice Nato di Ankara, Meloni aveva incontrato Volodymyr Zelensky confermando il sostegno italiano all'Ucraina e ribadendo contemporaneamente la necessità che l'Europa diventi maggiormente responsabile della propria sicurezza.
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È soprattutto sulle forniture militari che le posizioni di Meloni e Salvini si sono progressivamente allontanate.
La premier considera il sostegno alla resistenza ucraina uno strumento necessario per impedire che la Russia possa imporre con la forza le proprie condizioni.
Salvini ha invece insistito sulla necessità di privilegiare la trattativa e ha contestato l'idea di continuare indefinitamente a finanziare e armare Kiev.
La tensione è emersa anche all'interno della maggioranza parlamentare. A gennaio, durante il dibattito sull'Ucraina, alcuni esponenti leghisti votarono contro la risoluzione della maggioranza, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto rivendicava apertamente il sostegno a Kiev.
Il governo ha finora evitato che queste differenze producessero una crisi politica. Ma con l'avvicinarsi della nuova stagione elettorale la questione diventa inevitabilmente più difficile da rinviare.
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È proprio questo l'elemento nuovo delle dichiarazioni di Meloni.
La presidente del Consiglio non si limita a difendere ciò che il governo ha fatto finora. La domanda del Foglio riguarda esplicitamente la futura coalizione.
E la risposta della premier suggerisce che il sostegno all'Ucraina potrebbe diventare una discriminante nella costruzione delle prossime alleanze.
Meloni non pronuncia un ultimatum formale alla Lega e non dice che Salvini sarà escluso dalla coalizione. Sarebbe sbagliato attribuirle parole che non ha pronunciato.
Ma stabilisce un principio: non intende rinnegare la linea seguita sull'Ucraina per convenienza politica o elettorale.
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Il messaggio arriva così anche al leader della Lega.
La coalizione di centrodestra è riuscita finora a convivere con posizioni diverse su Russia e Ucraina perché, nei passaggi decisivi, la maggioranza parlamentare ha continuato a garantire al governo i numeri necessari.
Con le prossime elezioni, però, il problema cambia natura.
Non si tratterà soltanto di trovare un compromesso su un singolo decreto, ma di definire la politica estera di una coalizione che chiederà nuovamente agli italiani di governare il Paese.
Ed è su questo terreno che Meloni sembra voler fissare il limite.
Il sostegno all'Ucraina, nella visione della premier, non è una concessione a Zelensky né una scelta da rivedere in base alla convenienza del momento: è parte della collocazione occidentale e atlantica dell'Italia.
Per questo la frase pronunciata nell'intervista al Foglio assume un peso che va ben oltre Kiev.
È un avvertimento a chi, dentro e fuori il centrodestra, immagina che dopo le elezioni la politica estera italiana possa cambiare radicalmente: Meloni non intende costruire la propria prossima maggioranza rinnegando la scelta compiuta sull'Ucraina.
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