Tornare a parlare della Terra Santa, sostenere le comunità locali e cominciare a riprendere anche i pellegrinaggi. È l’appello del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, che in un’intervista a Città Nuova riflette sulla situazione a Gaza e in Cisgiordania e sulle possibilità di contribuire alla costruzione della pace anche da lontano.
Per Pizzaballa è ancora difficile parlare apertamente di speranza. Il quadro resta «molto confuso» e controverso, mentre una soluzione al conflitto appare ancora distante. Allo stesso tempo, però, il patriarca osserva una crescente attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni internazionali verso ciò che sta accadendo nella regione.
Di fronte al senso di impotenza di chi assiste alla guerra dall’esterno, Pizzaballa indica alcune azioni concrete. Per chi crede, innanzitutto, la preghiera. Ma anche continuare a parlare della crisi, mantenere alta l’attenzione internazionale e sostenere i progetti attivi sul territorio. A questo aggiunge un messaggio significativo: potrebbe essere arrivato il momento di tornare a pensare ai pellegrinaggi in Terra Santa.
Il patriarca insiste soprattutto sul valore dell’incontro. È anche questo l’obiettivo di “Within Your Gates: The Forum for the universal vocation of Jerusalem”, iniziativa dedicata alla vocazione universale di Gerusalemme. Il progetto punta a mettere in comunicazione mondi che spesso procedono separatamente: università e ricerca, società civile e comunità religiose.
L’intenzione non è ottenere risultati immediati, ma creare uno spazio nel quale persone con esperienze e posizioni differenti possano confrontarsi liberamente, superando almeno in parte la forte polarizzazione prodotta dal conflitto. Gerusalemme diventa così, nelle parole di Pizzaballa, il simbolo di una convivenza complessa e spesso difficile, ma proprio per questo capace di offrire un punto di partenza.
Un ruolo importante, secondo il cardinale, può essere svolto dalle comunità locali e da realtà come il Movimento dei Focolari. «Questo è il momento della comunità», sostiene Pizzaballa, osservando come le istituzioni abbiano mostrato fragilità e difficoltà nel rispondere alla crisi. Le comunità possono invece favorire incontri e occasioni di ascolto tra persone che oggi non vogliono o non riescono più a parlarsi.
Il patriarca è tornato su questi temi anche durante un incontro all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, a Roma, in occasione della presentazione del libro Questa è l’ora dell’amore. Il cuore alla parola, il volto al Prossimo di don Valerio Chiovaro.
Pizzaballa ha ricordato le necessità delle comunità della Terra Santa: sostenere le famiglie, accompagnare chi porta le ferite della guerra e aiutare i giovani a immaginare un futuro. Ma ha anche richiamato l’attenzione su un problema più profondo: la tendenza a giudicare una persona prima ancora di incontrarla.
«In Terra Santa il conflitto tende a precedere l’incontro», ha spiegato. Un nome, una lingua o un luogo di nascita rischiano di diventare sufficienti per assegnare immediatamente qualcuno a uno schieramento. In questo modo, ha osservato, la persona scompare dietro una categoria e diventa più semplice ignorarne la sofferenza.
Per il patriarca, invece, la dignità deve essere riconosciuta indipendentemente dall’appartenenza: vale per palestinesi e israeliani e non significa cancellare responsabilità o rinunciare alla ricerca della giustizia. Pizzaballa richiama tanto il dolore delle famiglie israeliane colpite dalla violenza quanto la distruzione di Gaza e le ferite della Cisgiordania, sottolineando la necessità di ascoltare ogni storia nella sua concretezza.
Anche il perdono, in questa prospettiva, non può essere imposto alle vittime né utilizzato per chiudere rapidamente i conti con il passato. «Il perdono ha i suoi tempi e appartiene alla libertà di chi ha sofferto», afferma il cardinale. La ricerca della giustizia, aggiunge, rimane indispensabile: significa proteggere la vita, impedire nuove violenze e riconoscere le responsabilità.
Pizzaballa affronta infine uno degli interrogativi più difficili per chi vive la guerra: il silenzio di Dio davanti alla sofferenza innocente. La fede, sostiene, non dovrebbe offrire spiegazioni troppo semplici, ma lasciare spazio anche al dubbio, alla protesta e al dolore. La prima forma di consolazione può essere semplicemente la presenza accanto a chi soffre.
Da qui il suo invito a non considerare inutile ogni piccolo tentativo di costruire relazioni. I risultati potrebbero non essere immediati, ma, conclude il patriarca, anche nelle condizioni più difficili rimane la responsabilità individuale e collettiva di «operare per la pace», mantenendo aperti gli spazi dell’incontro e del dialogo.
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