The Art Film Fest alla GNAMC, pubblico e privato insieme per creare ponti

di

Ennio Bassi

Alla GNAMC di Roma la terza edizione del festival ideato da Inside Art, dedicato al dialogo tra cinema e arti visive. Premiato "Two Chairs" di Natasha Klimchuk per la sezione lungometraggi, mentre "Yazbek: A Portrait" di Lucy Andia e Frederick Shelbourne vince tra i corti

The Art Film Fest alla GNAMC, pubblico e privato insieme per creare ponti

Il cinema ha incontrato ancora una volta le arti visive negli spazi della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, dove lunedì 21 settembre si è svolta la terza edizione di The Art Film Fest. La rassegna, ideata da Inside Art e promossa da Fondazione Patrimonio Italia e FAD – Film Art Digital in collaborazione con la GNAMC, ha riunito registi, produttori e protagonisti del mondo della cultura e dell’audiovisivo.

La serata si è aperta con un talk dedicato al rapporto tra cinema, arti visive e cultura contemporanea. Al confronto hanno partecipato Renata Cristina Mazzantini, direttrice della GNAMC, Guido Talarico, editore e direttore di Inside Art, Giorgio Carlo Brugnoni, direttore generale Cinema e audiovisivo e vice capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, Piera Detassis, Editor at large Cinema & Entertainment di Hearst Italia, Andrea Cancellato, presidente di Federculture e direttore di ADI Design Museum – Compasso d’Oro; e Fabio Mancini, produttore di Rai Documentari. A moderare l’incontro è stata la giornalista Laura Squillaci.

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Ad aprire il confronto è stata una riflessione sulla capacità del museo di estendere il proprio raggio d’azione e confrontarsi con linguaggi differenti. «Tra gli aggettivi più significativi per il museo c’è “vitale”», ha spiegato Renata Cristina Mazzantini. «Il museo è un luogo dove si produce, ed è fondamentale per la GNAMC, nata come museo del presente. È una piattaforma che produce contenuti culturali». Per Mazzantini, proprio la collaborazione con realtà esterne permette alla Galleria di ampliare questa funzione: «Grazie al partner Inside Art riusciamo a esplorare altri linguaggi e, attraverso il TAFF e il Talent Prize, a espandere la funzione del museo in senso multidisciplinare. L’idea è tradurre messaggi importanti». Un approccio che la direttrice ha ritrovato anche nei lavori premiati: «Sono documentari sottili quelli che abbiamo premiato, in particolare quello sul design, anche nell’ottica delle attività del museo. Nella creatività contemporanea c’è molta contaminazione rispetto al passato, quindi ben vengano queste iniziative».

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Dal ruolo dei musei il discorso si è allargato a quello delle istituzioni e agli strumenti a loro disposizione per sostenere la diffusione della cultura. «In senso lato, bisogna utilizzare linguaggi diversi per diffondere la cultura», ha affermato Giorgio Carlo Brugnoni. «È un piacere essere qui al TAFF, che è l’esempio di come l’audiovisivo sia entrato nei musei. Il documentario è uno strumento potentissimo perché consente a chiunque di avvicinarsi all’arte con un occhio diverso rispetto a quello dell’artista».

Brugnoni si è soffermato in particolare sul cortometraggio e sulla sua natura sperimentale: «Un aspetto importante che mi ha colpito è il corto a cui ha aperto il TAFF, perché è un canale visivo attraverso cui si sperimenta. Sono i primi tentativi dei registi, è lì che si sperimenta». Da qui il legame con le nuove generazioni: «È un sistema per avvicinare i giovani al cinema, ed è una chiave essenziale. Bisogna saper dialogare con le giovani generazioni. Il futuro non può prescindere dai giovani. Il futuro del cinema passa attraverso i giovani come protagonisti, in modo che possano essere protagonisti del cambiamento».

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A riprendere il valore del cortometraggio e del documentario è stata Piera Detassis, invitata a ragionare sulla contaminazione tra cinema e arte e sulla presenza, all’interno dello stesso festival, di formati e modalità narrative differenti. «L’importanza dei corti e del documentario è fondamentale, perché il corto è un giacimento importante per il futuro. In questi anni si sono create molte occasioni», ha spiegato. «Ne approfitto per dire che lo sviluppo è tanto importante nel documentario. Il documentario non è solo l’intervista, è importante che abbia una visione». Detassis ha poi richiamato una caratteristica del settore italiano: «In Italia abbiamo una quota femminile molto alta nei corti e nei documentari. C’è un problema di accesso: laddove il budget è minore, lì arrivano le autrici».

Il rapporto tra cinema e arti visive, del resto, appartiene alla storia stessa del mezzo cinematografico. «Il cinema ha sempre usato gli strumenti dell’espressione artistica. Pensiamo alla Nouvelle Vague: lo sguardo sull’arte si è trasformato in sguardo sul cinematografico. È questo ciò che rende interessante il cinema contemporaneo», ha proseguito Detassis.

Un altro terreno di ricerca riguarda l’utilizzo del materiale d’archivio. «Il cinema del reale sta informando la ricerca d’archivio, che si sta trasformando in una tendenza. A Venezia abbiamo visto La ragazza con la Leica. È una tendenza forte». Per Detassis si tratta di un fenomeno legato anche al modo in cui oggi viene costruita la memoria: «Tutto si vede attraverso il video, ma questo è il nostro modo di fare memoria. È una delle tendenze che secondo me prevarrà».

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Il dibattito ha affrontato anche le difficoltà specifiche della costruzione di un documentario, dove il progetto deve inevitabilmente misurarsi con le persone e con i tempi della realtà. Sul tema è intervenuto Fabio Mancini, produttore di Rai Documentari: «Sono d’accordo con Detassis: è un mondo molto diverso dal cinema. Non si può dire “questa è la scaletta, queste sono le scene”. I tempi sono i tempi degli uomini, ci sono le ritrosie». Mancini ha poi insistito sulla necessità di rendere il documentario accessibile senza appiattirne il linguaggio: «Bisogna trovare elementi popolari in termini di accesso: che a nessuno sia negato. C’è poi l’idea che non conosciamo il nostro pubblico. La sensibilità delle autrici sta entrando prepotentemente nel documentario». Il dialogo tra discipline ha trovato un ulteriore punto di incontro nel design, al centro anche del lungometraggio che avrebbe poi conquistato il primo premio. Andrea Cancellato ha infatti sottolineato come il cinema possa contribuire ad ampliare lo sguardo sugli oggetti e sui mondi che li circondano, per poi commentare i film premiati, elogiandone la visione.

Sul ruolo della divulgazione come strumento capace di mettere in comunicazione ambiti differenti è intervenuto Guido Talarico. «La strada è colmare l’arte e i corti. C’è domanda, ma, come dicono gli economisti, è latente», ha spiegato. «Quello che abbiamo fatto in questi anni alla GNAMC è un modo di lavorare in cui pubblico e privato si mettono insieme. La divulgazione serve per avvicinare mondi diversi. È un mestiere che ci consente di unire e creare ponti». Il confronto ha preceduto la proclamazione delle opere vincitrici, momento centrale di un’edizione che ha confermato la dimensione internazionale della manifestazione. Nei primi tre anni di attività, il festival ha raccolto oltre 200 iscrizioni internazionali, con opere candidate da registi e produzioni provenienti da diversi Paesi.

Link to Two Chairs vince tra i lungometraggiTwo Chairs vince tra i lungometraggi

Il primo premio della sezione lungometraggi è andato a Two Chairs, produzione italiana diretta da Natasha Klimchuk. Partendo da un oggetto quotidiano come la sedia, il documentario ha costruito una riflessione sul rapporto tra forma e funzione, bellezza e utilità, idea e materia, attraverso il confronto con designer, artigiani e filosofi. Sul vincitore si è soffermata Detassis: «Ho visto Two Chairs e faccio i complimenti perché è un film emozionante. Ci porta in un mondo, in un ambiente, e ci fa scoprire questo oggetto attraverso grandi voci. Lo trasforma non in un oggetto d’arte, ma in un pensiero, nel motivo per cui ci sediamo. Non ci rendiamo mai conto di cosa sia una sedia perché ci siamo seduti sopra».

Una lettura condivisa anche da Andrea Cancellato, chiamato a raccontare l’impressione lasciata dal lungometraggio: «È un bellissimo documentario. Ogni volta che ci sediamo, che acquistiamo una sedia, guardiamo altro: non solo la funzione, ma la visione. Si va oltre la relazione forma-funzione, in una logica di dialogo e di sguardo verso altri mondi».

Al secondo posto si è classificato Can Beauty Heal Us? di Alexandre Humbert e Yunni Cho, dedicato al rapporto tra architettura e benessere e all’influenza che la qualità degli spazi può esercitare sulla vita delle persone. Terzo posto per The New Museum di Birgitte Sigmundstad. Realizzato attraverso oltre sei anni di riprese, il film ha seguito la nascita del nuovo Museo Nazionale di Oslo, documentando il percorso che ha accompagnato la costruzione e l’apertura dell’istituzione.

Link to Yazbek: A Portrait è il primo dei cortometraggiYazbek: A Portrait è il primo dei cortometraggi

Tra le novità dell’edizione 2026 c’è stata l’introduzione di una sezione autonoma dedicata ai cortometraggi. Il vincitore è stato scelto direttamente dal pubblico grazie alla partnership tra The Art Film Fest e il Cinema Troisi di Roma. Gli spettatori avevano votato il 15 settembre, dopo aver assistito alla proiezione delle cinque opere selezionate dalla giuria.

Il primo posto è andato a Yazbek: A Portrait di Lucy Andia e Frederick Shelbourne. Nato dal ritrovamento di un archivio fotografico, il cortometraggio ha ricostruito attraverso le immagini una storia familiare, affrontando i temi della memoria, dell’identità e del rapporto con il passato. È proprio sul rapporto tra archivio, storia e memoria che Detassis ha individuato uno degli elementi più interessanti del corto: «Dà l’idea della riscoperta dell’archivio e dà l’idea del nostro modo di fare storia. Tutto si vede attraverso il video, ma questo è il nostro modo di fare memoria». Secondo classificato La notte della luna fertile di Agostino Gambino, viaggio nelle dinamiche e nelle contraddizioni del sistema dell’arte contemporanea. Sul terzo gradino del podio Gilbert & George Daytripping Forever! di Iain B. MacDonald, ritratto intimo e ironico di Gilbert & George.

A chiudere la terza edizione sono state le proiezioni integrali delle due opere vincitrici, Two Chairs e Yazbek: A Portrait. Una conclusione affidata dunque direttamente alle immagini, al termine di una serata che ha riunito alla GNAMC cinema, arte e protagonisti della scena culturale contemporanea.

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