I sondaggi suggeriscono - scrive- che, nel referendum del prossimo mese, gli elettori approveranno il disegno di legge di riforma del governo. Non dovrebbero però aspettarsi che esso porti una giustizia più rapida, più economica o necessariamente migliore.
La riforma della giustizia proposta dal governo di Giorgia Meloni difficilmente renderà più rapidi i processi italiani e rischia di lasciare irrisolto il principale limite del sistema giudiziario: la sua lentezza. È la valutazione contenuta in un’analisi pubblicata da The Economist, che dedica un ampio approfondimento allo scontro in corso tra esecutivo e magistratura alla vigilia del rederendum 22 e 23 marzo.Secondo il settimanale britannico, i rapporti tra politica e toghe hanno raggiunto un livello di tensione raramente così alto negli ultimi anni, forse mai così marcato dai tempi in cui Silvio Berlusconi sosteneva di essere vittima di una cospirazione di giudici comunisti. Accuse considerate allora prive di fondamento, ma che contribuirono a segnare profondamente il clima istituzionale italiano e che oggi tornano come riferimento storico nel confronto tra governo e magistratura.
L’articolo individua l’origine più recente delle frizioni nelle sentenze che hanno riguardato le politiche migratorie dell’attuale esecutivo. In particolare viene ricordata la decisione di un giudice di Palermo che il 18 febbraio ha condannato lo Stato a risarcire con 76 mila euro la ong Sea Watch per il sequestro temporaneo di una nave nel 2019, durante la stagione dei porti chiusi. La presidente del Consiglio ha dichiarato di essere rimasta «senza parole». All’epoca ministro dell’Interno era Matteo Salvini, oggi vicepresidente del Consiglio, che aveva impedito l’attracco dell’imbarcazione a Lampedusa. Nei successivi procedimenti giudiziari la comandante fu prosciolta, mentre Salvini venne rinviato a giudizio per presunta diffamazione; il processo fu successivamente fermato dal Parlamento.
Per le opposizioni il referendum rappresenterebbe un tentativo di reagire a decisioni giudiziarie considerate ostili al governo. La maggioranza sostiene invece che la riforma serva a rafforzare l’imparzialità del sistema giudiziario. The Economist osserva che il cuore dell’intervento riguarda la natura peculiare della magistratura italiana, dove pubblici ministeri e giudici appartengono allo stesso corpo professionale, accedono tramite il medesimo concorso e possono, almeno in teoria, passare da una funzione all’altra nel corso della carriera.
La separazione delle carriere è una richiesta storica della destra fin dalla riforma processuale del 1988. Il referendum prevede organi di autogoverno distinti e il divieto di cambio di funzione. Tuttavia, ricorda il settimanale, una legge del 2022 ha già ridotto drasticamente questi passaggi, oggi limitati a circa l’1 per cento dei magistrati ogni anno. L’intervento avrebbe quindi soprattutto un valore simbolico, volto a eliminare il sospetto di una vicinanza culturale tra giudici e pubblici ministeri.Più controversa appare la proposta di selezionare tramite sorteggio una parte dei componenti degli organi di governo della magistratura. Due terzi verrebbero scelti casualmente tra i magistrati, mentre il restante terzo deriverebbe da elenchi predisposti dal Parlamento. Secondo i critici ciò potrebbe aumentare il peso della politica; per i sostenitori servirebbe invece a ridurre l’influenza delle correnti interne, finite sotto accusa dopo lo scandalo sulle nomine del 2019.
Ma il punto centrale dell’analisi riguarda l’efficienza del sistema. Citando i dati della Commissione europea, The Economist ricorda che nel 2023 in Italia servivano in media 511 giorni per una sentenza civile di primo grado, oltre 700 giorni per il secondo grado e più di mille giorni per arrivare a una decisione definitiva in Cassazione, tra i tempi complessivi più lunghi dell’Unione europea. Solo Grecia e Ungheria registrano attese superiori nel primo grado, mentre per la durata totale dei procedimenti l’Italia resta tra i Paesi più lenti. La lentezza dei tribunali, osserva il magazine, rappresenta anche un fattore economico rilevante perché scoraggia gli investimenti stranieri e rende incerti il recupero dei crediti e la risoluzione delle controversie commerciali. Il sistema presenta inoltre uno squilibrio strutturale, con un numero elevato di avvocati rispetto alla popolazione ma relativamente pochi giudici e costi processuali spesso alti per le cause di valore ridotto.
Nonostante le risorse del PNRR destinate alla digitalizzazione e al rafforzamento degli organici, conclude l’analisi, la riforma sottoposta a referendum appare destinata a incidere più sugli equilibri tra politica e magistratura che sulla velocità della giustizia. Ed è proprio la capacità di garantire decisioni rapide che resta, secondo The Economist, la vera questione aperta del sistema italiano.I sondaggi suggeriscono - scrive il magazine- che, nel referendum del prossimo mese, gli elettori approveranno il disegno di legge di riforma del governo. Non dovrebbero però aspettarsi che esso porti una giustizia più rapida, più economica o necessariamente migliore.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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