La tensione torna a salire nel Tigrè, nel nord dell’Etiopia, dove mercoledì si sono verificati nuovi scontri tra l’esercito federale e il braccio armato del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè, il TPLF, protagonista della sanguinosa guerra civile combattuta tra il 2020 e il 2022.
Le due parti si accusano a vicenda di aver dato inizio alle nuove ostilità. Getachew Reda, ex dirigente del Fronte oggi vicino al governo federale, ha sostenuto che le milizie del TPLF abbiano attaccato le forze governative in diverse località e abbiano preso il controllo di alcuni aeroporti della regione.
Il Fronte ha invece attribuito la responsabilità degli scontri al governo di Addis Abeba, affermando di essere entrato in una fase di «guerra difensiva».
Il quadro resta ancora difficile da verificare in modo indipendente. Ethiopian Airlines ha comunque confermato la sospensione dei voli verso alcune città del Tigrè, senza fornire ulteriori dettagli.
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Il TPLF è un’organizzazione politica e militare nata nel Tigrè e legata principalmente alla popolazione tigrina. Per quasi trent’anni, dal 1991 al 2018, rappresentò la forza dominante nella politica etiope.
La situazione cambiò con l’arrivo al potere del primo ministro Abiy Ahmed, esponente dell’etnia oromo. Negli anni successivi i rapporti tra il governo federale e il TPLF si deteriorarono progressivamente, fino allo scoppio della guerra civile nel 2020.
Tra le cause della crisi ci furono il rinvio delle elezioni nazionali e la decisione delle autorità del Tigrè di organizzare autonomamente una consultazione regionale. Addis Abeba considerò quel voto illegittimo e, poco dopo, il confronto politico degenerò in conflitto armato.
La guerra durò due anni e provocò conseguenze enormi sulla popolazione. Le stime citate parlano di circa 600 mila morti e di un numero di sfollati compreso tra 3 e 5 milioni.
Le Nazioni Unite denunciarono gravi violazioni del diritto internazionale da parte dei diversi attori coinvolti e indicarono la possibile commissione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
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Nel novembre del 2022 le parti firmarono l’accordo di Pretoria, che pose formalmente fine alla guerra. L’intesa prevedeva, tra le altre cose, la nascita di un’amministrazione provvisoria nel Tigrè e il successivo ritorno alle urne.
L’accordo, però, non risolse tutti i nodi. Uno dei principali riguardava il disarmo delle forze del TPLF, mai completato del tutto.
Dopo una fase di relativa calma, a partire dal 2024 si sono moltiplicati gli episodi di violenza. Gli scontri hanno riguardato sia i rapporti tra le milizie tigrine e il governo federale, sia le divisioni interne allo stesso Fronte, ormai spaccato tra una componente più favorevole al dialogo con Addis Abeba e un’altra più ostile.
Negli ultimi mesi diversi osservatori hanno segnalato il rischio di una nuova escalation. A febbraio il governo etiope aveva trasferito parte delle proprie truppe verso il Tigrè, mentre durante l’estate il TPLF aveva accusato le autorità federali di aver condotto numerosi attacchi con droni nella regione.
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A rendere il quadro ancora più delicato è stata la nascita, domenica, di una nuova alleanza militare formata da sette milizie attive in diverse aree dell’Etiopia.
Tra queste c’è anche il TPLF. La coalizione ha dichiarato apertamente di voler rovesciare il governo guidato da Abiy Ahmed.
Alcune delle formazioni che oggi fanno parte dell’alleanza avevano combattuto al fianco del governo federale durante la guerra del 2020-2022. In seguito, però, si sono allontanate da Addis Abeba, accusando l’esecutivo di voler accentrare il potere e marginalizzare alcune comunità.
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La crisi militare si intreccia con una profonda instabilità politica interna.
A maggio il TPLF ha riattivato il parlamento regionale eletto prima della guerra, la stessa istituzione il cui voto aveva contribuito alla rottura con il governo federale nel 2020.
La decisione ha di fatto ridimensionato l’autorità dell’amministrazione provvisoria prevista dagli accordi di Pretoria.
Oggi nel Tigrè convivono quindi due strutture di potere contrapposte. Da una parte c’è l’amministrazione provvisoria riconosciuta dal governo federale e guidata dal generale Tadesse Werede. Dall’altra c’è quella legata a Debretsion Gebremichael, storico dirigente del TPLF eletto presidente dal parlamento regionale riattivato a maggio.
I nuovi combattimenti rendono ancora più fragile questo equilibrio. Non è ancora chiaro se gli scontri degli ultimi giorni segneranno l’inizio di una nuova guerra su larga scala, ma la combinazione di tensioni militari, divisioni politiche e alleanze armate rende il rischio di una nuova escalation particolarmente concreto.
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