Trump e l'arma che vale più del nucleare: come la guerra all'Iran ha aperto l'era del ricatto degli stretti

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Guido Talarico
Guido Talarico

L'intervento militare americano contro l'Iran rischia di aver prodotto un effetto opposto rispetto a quello dichiarato. Se l'obiettivo era indebolire Teheran e rafforzare la sicurezza internazionale, il risultato potrebbe essere quello di aver consacrato il controllo degli stretti marittimi come la nuova arma geopolitica del XXI secolo. Da Hormuz a Bab el-Mandeb, dall'Artico a Malacca fino allo Stretto di Taiwan, il precedente creato dalla crisi iraniana potrebbe spingere altri Paesi a trasformare le principali rotte commerciali del mondo in strumenti di pressione politica ed economica

Trump e l'arma che vale più del nucleare: come la guerra all'Iran ha aperto l'era del ricatto degli stretti

 di Guido Talarico

Per decenni il mondo ha temuto il ricatto nucleare. Oggi rischia di dover fare i conti con qualcosa di ancora più insidioso: il ricatto delle vie marittime. È questa la vera eredità strategica che Donald Trump potrebbe aver lasciato con l'attacco all'Iran. Un'eredità destinata a pesare molto oltre il destino del programma nucleare di Teheran e che rischia di ridisegnare gli equilibri del commercio mondiale.

Le bombe americane hanno certamente colpito infrastrutture militari, radar costieri, batterie antinave e installazioni dei Pasdaran nello Stretto di Hormuz. Ma, paradossalmente, hanno anche certificato davanti al mondo un principio che fino a pochi mesi fa era soltanto una minaccia teorica: controllare uno stretto strategico può diventare un'arma di deterrenza più efficace persino del possesso della bomba atomica.

Non è un caso che, ancora oggi, il nodo centrale delle trattative tra Washington e Teheran non sia tanto il nucleare quanto Hormuz. Come osserva Danny Citrinowicz, già ufficiale dell'intelligence israeliana e oggi analista dell'Atlantic Council, per la leadership iraniana "le regole sono cambiate". Secondo Teheran, dopo la guerra non è più possibile tornare allo scenario precedente. Lo Stretto di Hormuz è ormai considerato un elemento della nuova deterrenza strategica iraniana, un interesse sul quale difficilmente il regime accetterà compromessi.

È una svolta che va ben oltre il Golfo Persico. Hormuz rappresenta infatti uno dei punti più delicati dell'economia mondiale. Da questo stretto transita una quota enorme delle esportazioni globali di petrolio e gas. Basta evocare la possibilità di limitarne la navigazione perché il prezzo dell'energia salga, i mercati si innervosiscano e l'intero sistema logistico internazionale entri in tensione.

In altre parole, non serve più chiudere davvero uno stretto. Basta convincere il mondo di poterlo fare. È un'arma infinitamente meno costosa di un arsenale nucleare, ma potenzialmente capace di provocare effetti economici immediati su scala globale. L'Iran lo ha compreso perfettamente. Anche quando non rivendica direttamente gli attacchi contro le navi commerciali, continua a reclamare il diritto di controllare Hormuz, indica rotte obbligatorie alle imbarcazioni e lascia costantemente filtrare la possibilità di restringere il traffico navale. Ogni dichiarazione, ogni esercitazione militare, ogni incidente diventa così uno strumento di pressione diplomatica.

Ed è proprio questo il precedente che preoccupa. Perché se Teheran riuscisse a trasformare il controllo di Hormuz in una leva permanente nei confronti della comunità internazionale, molti altri potrebbero essere tentati di seguire lo stesso modello. Il primo osservatore interessato è probabilmente la Russia.

Mosca già oggi esercita un controllo crescente sulle rotte artiche, rese sempre più navigabili dal cambiamento climatico. Le navi che attraversano il Passaggio a Nord-Est devono ottenere autorizzazioni, pagare diritti di transito che possono arrivare a centinaia di migliaia di dollari e accettare la supervisione russa. Se il principio di un controllo politico di Hormuz dovesse consolidarsi, il Cremlino potrebbe sentirsi ulteriormente legittimato ad ampliare le proprie pretese sull'Artico e, domani, persino sullo Stretto di Bering.

Ma il problema non riguarda soltanto Mosca. La Malesia potrebbe rafforzare il proprio peso sullo Stretto di Malacca, attraverso il quale passa una parte decisiva del commercio tra Asia ed Europa. La Cina potrebbe irrigidire ulteriormente la propria posizione nello Stretto di Taiwan, trasformando una disputa territoriale in uno strumento di pressione commerciale globale. Altri attori regionali potrebbero rivendicare nuovi diritti di controllo sulle principali rotte marittime.

Il rischio è evidente: ogni collo di bottiglia della navigazione internazionale potrebbe diventare una leva geopolitica. Un esempio concreto arriva già dal Bab el-Mandeb, il canale che separa la penisola arabica dal Corno d'Africa e collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, consentendo il passaggio delle navi tra Oceano Indiano e Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Il suo stesso nome, "Porta del lamento funebre", racconta quanto sia sempre stato un passaggio difficile. Negli ultimi anni è diventato teatro di attacchi, sabotaggi e tensioni regionali che hanno costretto numerose compagnie a modificare le rotte, aumentando tempi e costi del commercio mondiale.

Ciò che fino a ieri appariva un episodio regionale rischia ora di trasformarsi in un modello esportabile. Il punto, infatti, non è più soltanto militare. La forza di questa nuova strategia risiede nella sua capacità di condizionare l'economia globale senza bisogno di dichiarare una guerra totale. È sufficiente minacciare la libertà di navigazione per influenzare mercati finanziari, prezzi energetici, assicurazioni marittime, catene di approvvigionamento e investimenti.

È una forma di deterrenza economica permanente. Per oltre settant'anni la libertà dei mari è stata uno dei pilastri dell'ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Le grandi rotte commerciali erano considerate beni comuni da proteggere, indipendentemente dalle tensioni politiche. Oggi quella certezza vacilla. Le bombe cadute sull'Iran non hanno soltanto aperto un nuovo capitolo della crisi mediorientale. Hanno forse inaugurato un'epoca nella quale il vero equilibrio del potere non sarà determinato soltanto da chi possiede missili nucleari, ma da chi controllerà i passaggi obbligati del commercio mondiale.

Ed è un'arma che potrebbe rivelarsi, nel lungo periodo, molto più efficace della bomba atomica. Perché mentre il nucleare continua a rappresentare soprattutto una deterrenza estrema, il controllo degli stretti può essere esercitato ogni giorno, modulato, negoziato, monetizzato e trasformato in uno strumento di pressione continua sull'intera economia globale. È questa, probabilmente, la vittoria strategica più importante che il regime iraniano porta a casa dalla guerra. E potrebbe essere anche la più difficile da cancellare.

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