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Link to Mentre l'Europa sembra non avvertire i segnali di guerra che arrivano dal Corno d'Africa ed i pericoli connessi, il Parlamento britannico discute della crescente frizione tra Etiopia ed Eritrea. In uno stato di tensione crescente, il Premier Abiy Ahmed chiede minaccioso l’accesso al mare per il suo Paese, ma Londra denuncia il rischio di escalation e riafferma la necessità del negoziatoMentre l'Europa sembra non avvertire i segnali di guerra che arrivano dal Corno d'Africa ed i pericoli connessi, il Parlamento britannico discute della crescente frizione tra Etiopia ed Eritrea. In uno stato di tensione crescente, il Premier Abiy Ahmed chiede minaccioso l’accesso al mare per il suo Paese, ma Londra denuncia il rischio di escalation e riafferma la necessità del negoziato
di Guido Talarico
Il 16 settembre il Parlamento britannico ha aperto un dibattito sulle crescenti tensioni che oppongono Etiopia ed Eritrea, segnali di una crisi latente che rischia di riaccendere vecchie ferite nel Corno d’Africa e di sfociare in guerra. L'ennesima dell'area. Protagonista del confronto, l’ex ministro degli Esteri David Lammy – oggi vice primo ministro – che, già in agosto, aveva messo in guardia il capo della diplomazia etiope Gedion Timotheos contro ogni “errore di calcolo”, invitando Addis Abeba a privilegiare la via del dialogo con Asmara. Una raccomandazione che era stata rivolta anche alle autorità eritree.
Nello stesso giorno, da Addis Abeba, il primo ministro Abiy Ahmed tornava a insistere su quello che definisce un imperativo nazionale: garantire all’Etiopia uno sbocco al mare. Presentando il suo nuovo libro Medemer, Abiy ha parlato di un paese che “non può restare prigioniero geografico”, sottolineando che la ricerca di accesso alle acque internazionali non implica la necessità della guerra, ma è un destino inevitabile. “Da cinque anni chiediamo soluzioni negoziate – ha affermato – ma chi crede che l’Etiopia resterà per sempre intrappolata è già un morto”.
Non proprio un messaggio distensivo lanciato all'ex "grande amico", il presidente dell'Eritrea Isaias Afewerki, che dal canto suo, da più di 30 anni difende il suo paese (di 6milioni di abitanti) dalle "necessità" espansionistiche etiopi (che di abitanti ne fa 100 milioni). Da ricordare, per la cronaca, che l'Eritrea nonostante le sproporzioni in campo - di abitanti, armi e risorse - non ha mai consentito a nessuno di entrare nei proprio confini.
[caption id="attachment_45913" align="alignright" width="300"] Afewerki ed Abiy[/caption]
Le parole del Nobel per la pace Abiy (a proposito: se continua così va a finire che glielo revocano) a Londra hanno suscitato - per così dire - interrogativi. Lord Desmond Browne ha ricordato i drammatici esiti del conflitto nel Tigray (2020–22), con un bilancio stimato tra 160.000 e 600.000 vittime civili, evocando il pericolo di nuove alleanze “innaturali” tra l’Eritrea e il TPLF. Una prospettiva che il governo britannico guarda con estrema cautela, ribadendo che la pace passa dall’attuazione integrale dell’accordo di Pretoria, incluso il ritiro delle forze non regolari dal territorio etiope.
Il tema dell’accesso etiope al Mar Rosso è stato affrontato anche dal conservatore Martin Callanan, che ha chiesto se questo fosse il vero motore delle tensioni. La risposta di Lord Lemos è stata netta: l’accesso commerciale alle acque deve passare solo per vie pacifiche e negoziate, senza minacce alla sovranità altrui.
Il dibattito ha toccato anche altri nodi sensibili: il ridimensionamento dell’influenza britannica in Africa, i tagli alla cooperazione internazionale (scendendo allo 0,3% del PIL) e le accuse di violenze sistematiche durante il conflitto nel Tigray. L’onorevole Arminka Helic ha richiamato un rapporto che documenta stupri di massa, schiavitù sessuale e gravidanze forzate, chiedendo un’indagine internazionale su possibili crimini di genocidio. Lord Lemos, pur non sbilanciandosi, ha ribadito l’impegno del Regno Unito a sostenere le vittime e a rispettare i protocolli internazionali in materia di giustizia.
La conclusione, tuttavia, è rimasta ancorata a un’unica parola chiave: dialogo. “La nostra linea – ha ribadito Lemos – è aiutare le parti a trovare mediatori credibili e a mantenere vivo il cessate il fuoco”. Una posizione che, almeno nelle intenzioni, cerca di tenere insieme prudenza diplomatica e responsabilità internazionale, nella consapevolezza che il Corno d’Africa resta una delle aree più fragili e decisive degli equilibri globali. Vedremo ora se l'Europa si ricorderà che il continente giovane è assai importante per i destini del nostro continente e se l'Italia - che con il Piano Mattei rivendica un ruolo di protagonista in Africa - entrerà nella partita con maggiore decisione, per portare nell'area pace e sviluppo, mettendo da parte quelle mire colonialistiche che ad Addis Abeba sembrano conquistare qualsiasi governo salga al potere.
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