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Link to Mentre Trump riapre la stagione dei dazi portando al 25% le tariffe sulle auto europee, la Cina sceglie la mossa opposta: accesso a dazio zero per quasi tutta l’Africa. Non è filantropia, ma geopolitica commerciale. E l’Europa rischia di restare ignara spettatriceMentre Trump riapre la stagione dei dazi portando al 25% le tariffe sulle auto europee, la Cina sceglie la mossa opposta: accesso a dazio zero per quasi tutta l’Africa. Non è filantropia, ma geopolitica commerciale. E l’Europa rischia di restare ignara spettatrice
di Guido Talarico
C’è un’immagine che racconta meglio di molte analisi la nuova geografia del potere: mentre Washington rialza muri tariffari e riaccende la guerra commerciale con l’Europa, Pechino apre le porte del proprio mercato all’Africa. La Cina ha infatti esteso l’accesso a dazio zero alle venti maggiori economie africane, aggiungendole ai 33 Paesi più poveri del continente che già godevano di questo trattamento. Risultato: 53 Stati africani su 54 possono ora esportare verso la Cina senza tariffe; resta fuori solo l’Eswatini, perché mantiene rapporti diplomatici con Taiwan.
La coincidenza temporale è troppo forte per essere letta come un semplice dettaglio commerciale. Da una parte Trump annuncia l’aumento al 25% dei dazi su auto e camion importati dall’Unione Europea, accusando Bruxelles di non rispettare un accordo commerciale. Dall’altra, Xi Jinping si presenta come il volto opposto: meno barriere, più accesso, più Sud globale.
Naturalmente, sarebbe ingenuo scambiare la strategia cinese per generosità. Pechino non regala nulla. Investe in influenza, consolida dipendenze, presidia materie prime, mercati agricoli, infrastrutture, debito e consenso politico. Ma proprio qui sta il punto: la Cina sa usare il commercio come linguaggio geopolitico. Gli Stati Uniti, in questa fase, sembrano usarlo soprattutto come arma punitiva. L’Europa, invece, troppo spesso lo subisce. I leader europei pur in larga parte consci di quello che sta accadendo sullo scacchiere globali appaiono paralizzati dalle rispettive debolezze.
La misura cinese è al contrario calibrata con precisione. Secondo quanto riportato da varie fonti internazionali e da vari partner di Associated Medias, i prodotti che potrebbero beneficiarne includono cacao da Costa d’Avorio e Ghana, caffè e avocado dal Kenya, agrumi e vino dal Sudafrica: beni che prima potevano affrontare tariffe tra l’8% e il 30%. È una promessa semplice da comunicare: voi producete, noi compriamo. È anche una promessa politicamente potentissima in un continente giovane, in crescita demografica e sempre più insofferente verso le vecchie asimmetrie e lentezze occidentali.
Eppure il rovescio della medaglia è evidente. Il commercio Cina-Africa ha raggiunto il record di 348 miliardi di dollari nel 2025, ma lo squilibrio resta enorme: le esportazioni cinesi verso l’Africa sono cresciute fino a 225 miliardi, mentre le importazioni dall’Africa si sono fermate a 123 miliardi. Pechino compra, sì, ma continua soprattutto a vendere. Importa materie prime e prodotti agricoli; esporta tecnologia, manufatti, veicoli, infrastrutture e dipendenza industriale.
Questa è la vera natura dell’“attivismo” cinese in Africa: non una crociata ideologica, ma una paziente occupazione degli spazi lasciati scoperti dagli altri. Dove gli Stati Uniti oscillano tra aiuti condizionati, protezionismo e ritiro strategico, la Cina arriva con accordi, porti, strade, prestiti, telefoni, pannelli solari, piattaforme digitali e ora anche dazi zero. Dove l’Europa parla di partenariato paritario, spesso arriva tardi, divisa e con strumenti troppo lenti. Da Maputo, in Mozambico, dove la nostra agenzia ha la sua base Africana, giungono voci allarmate su questo attivismo cinese: "Se non ci sbrighiamo - ci dicono - anche il Piano Mattei rischia di non avere un impatto significativo".
La nuova mossa di Trump sulle auto europee per altro rende il quadro ancora più chiaro. Il messaggio americano è: producete da noi, oppure pagate. È una logica di rientro forzato delle catene del valore, comprensibile dal punto di vista elettorale e industriale, ma destabilizzante per gli alleati. Per l’Europa, e in particolare per Paesi manifatturieri come Germania e Italia, il colpo è doppio: pressione sulle esportazioni verso gli Stati Uniti e perdita di centralità nei mercati emergenti. Ma per alcuni versi occorre capire che gli Usa sono anche loro ad un bivio: o recuperano competitività, oppure rischiano di restare soffocati. E in questo senso la ruvidità dei modi di Trump anche nei confronti degli storici alleati appare come l'azzardo nell'azzardo del loro attivismo militare.
Così nel frattempo l’Africa è libera di guardare altrove. Anzi quasi è spinta in questa direzione. Non per romanticismo filocinese, ma per convenienza. Se Washington chiude e Bruxelles tentenna, Pechino firma. Se l’Occidente parla di regole, la Cina parla di accesso. Se l’Europa promette investimenti sostenibili tra conferenze e memorandum, la Cina manda un carico di mele sudafricane a Shenzhen e lo trasforma nel simbolo di una nuova stagione commerciale.
[caption id="attachment_79493" align="alignright" width="300"] Chapo e Mattarella[/caption]
Il rischio, per l’Europa, non è solo economico. È narrativo. Nel grande racconto globale, la Cina vuole apparire come il partner del futuro, gli Stati Uniti come la potenza che difende se stessa, l’Europa come un continente ricco ma esitante. Questa percezione conta. Conta nei voti alle Nazioni Unite, nelle concessioni minerarie, nelle scelte tecnologiche, nei porti, nelle reti 5G, nelle forniture energetiche, nei rapporti militari. L'Italia con la Premier Giorgia Meloni con il Piano Mattei ha certamente avuto una intuizione felice, ma tutto appare terribilmente lento e tra l'imminenza della prossima campagna elettorale e il rischio di una fase recessiva che sembra alle porto anche le nostre ambizioni africane rischiano di finire sotto i treni cinesi.
La domanda allora non è se la Cina stia facendo beneficenza: non la sta facendo. La domanda è perché il suo opportunismo strategico risulti, per molti Paesi africani, più concreto dell’amicizia occidentale. Pechino di fatto offre una porta aperta, anche se dietro quella porta ci sono squilibri, debiti e interessi durissimi. L’Occidente offre spesso una lezione, una procedura, una condizione, al massimo un progetto oppure, che è nel caso degli states, un dazio.
L’Europa dovrebbe leggere questi episodi come seri avvertimenti. Non basta lamentarsi dell’espansione cinese in Africa se poi non si costruisce un’alternativa credibile. Non basta invocare valori comuni se quei valori non si traducono in accesso ai mercati, credito, trasformazione industriale locale e infrastrutture. Non basta difendere il multilateralismo mentre il principale alleato occidentale lo svuota a colpi di tariffe. Non basta parlare del Piano Mattei se poi questo non si traduce in azioni reali e misurabili.
La Cina ha capito che il secolo africano non sarà conquistato con i discorsi, ma con le condizioni materiali dello scambio. Trump ha capito che il protezionismo parla alla pancia dell’America. L’Europa deve ancora decidere quale lingua vuole parlare al mondo e per farlo ha necessità di fare capire agli elettori, soprattutto alle fasce populiste ed estreme, che il nostro vantaggio competitivo è finito e che il tempo per scegliere la strada giusta si sta accorciando giorno per giorno.
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