Link to La cultura dominante esalta il tormento maschile e medicalizza quello femminile La cultura dominante esalta il tormento maschile e medicalizza quello femminile
Se vi hanno detto che il talento è dirompente, manifesto e concreto, hanno mentito, o meglio, hanno accennato solo a una parte di una realtà ben più complessa. Anche lo sguardo, infatti, va allenato alle maglie più sottili del genio, alla sua sostanza occulta e liminale, soprattutto quando il genio stesso è oscurato da determinati bias della cultura dominante.
Si rivela così un gap persino nel mito, una falla nel modo in cui, fin da subito, scrutiamo la scintilla nelle opere e scegliamo di ridurre l’intero afflato creativo di un gigante della letteratura a un tratto della sua personalità o a un dettaglio del suo corpo.
Alejandra Pizarnik, la brillante poetessa argentina chiamata da tutti maldita, è stata in primis una somma di etichette: la ragazza insonne, la ragazza con l’acne, la ragazza che lottava con il peso.
I poeti maledetti di sesso maschile, invece, sono stati riconosciuti come oracoli indiscussi, destinati a diventare simboli di ribellione e precocità, celebrati per le loro crisi senza lo scandaglio clinico riservato alle loro colleghe.
Pizarnik, voce in grado di misurare l’estensione dell’alba, e tante altre come lei (basti pensare alla follia primaverile di Alda Merini, al suo rifiuto del compromesso e delle ipocrisie del suo tempo) si sono viste confinate nella dimensione del disagio psicologico, ridotte a caso clinico piuttosto che a voce profetica.
Un doppio standard che racconta più della cultura dominante che delle poetesse in questione: il dolore maschile infatti è un tratto eroico, quello femminile è tabù, isteria o, peggio, scandalo.
L’eroe si spezza, l’eroina impazzisce: Medea, oscuramente tragica, è nell’immaginario comune emblema di efferatezza, rancore e crudeltà.
A Edipo, d’altro canto, si perdona l’incesto e l’omicidio del padre, perché la sua tragedia è segnata dal destino e dall’inconsapevolezza.
Da questo punto di vista il mito appare quasi come una narrazione selettiva, costruita con metodo e omissione.
E si può dire lo stesso della poesia. Il fascino di certe figure femminili, infatti, segue dinamiche ingiuste e ineluttabili: Alda Merini è rimasta invisibile per mezzo secolo, fino a quando la sua figura è diventata abbastanza pittoresca da poter essere cannibalizzata dal pubblico televisivo. E anche allora, anche in quel morboso spazio di notorietà, era sempre la poetessa pazza, la mistica sui Navigli con la collana di perle, la donna che fumava, posava nuda e urlava ai morti.
Pizarnik era nota per la sua indole incline agli eccessi e alla sregolatezza, sempre sul filo della vertigine e dell’oblio, ma ci sono voluti decenni affinché venisse illuminata quella sofisticata indagine sulla solitudine e sul disfacimento dell’Io che la rendono un mito della letteratura mondiale, al pari di Montale.
C'è, ancora una volta, una soglia invisibile tra il poeta e la poetessa, tra chi può scrivere dell’abisso e chi, se vi si avvicina troppo, rischia di esserne inghiottita e squalificata.
La vera maledizione, quindi, non è nelle poetesse, ma nello sguardo giudicante di chi modera il dibattito culturale, nell’ottica sessista e medicalizzante che ci nega alcune delle più grandi voci della poesia o ce le fa conoscere troppo in ritardo.
Fernanda Romagnoli, stiamo pensando anche a te.
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