Attentato a Ranucci, Lavitola confessa: «Sono io il mandante, l'ho fatto per proteggerlo»

di

Carlo Longo

Attentato a Sigfrido Ranucci, Valter Lavitola ammette davanti al gip di essere il mandante. «L'ho fatto per il suo bene», avrebbe spiegato, sostenendo di voler far aumentare la scorta del giornalista

Attentato a Ranucci, Lavitola confessa: «Sono io il mandante, l'ho fatto per proteggerlo»

Valter Lavitola ammette di essere il mandante dell'attentato contro Sigfrido Ranucci. La confessione è arrivata durante l'interrogatorio davanti al gip, segnando una svolta clamorosa nell'inchiesta sulla bomba esplosa davanti all'abitazione del giornalista a Pomezia.

Secondo quanto riferito dai suoi legali e riportato dalle cronache odierne, Lavitola avrebbe riconosciuto di aver organizzato l'attentato, ma avrebbe dato dell'azione una lettura completamente diversa da quella prospettata dagli investigatori: l'obiettivo, a suo dire, sarebbe stato proteggere Ranucci facendo innalzare il livello della sua scorta.

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È questa la spiegazione che rende particolarmente controversa la confessione. Lavitola avrebbe sostenuto di aver agito per tutelare l'incolumità del conduttore di Report, provocando un episodio abbastanza grave da convincere le autorità a rafforzarne la protezione.

Una ricostruzione definita dal legale di Ranucci come “delirante” e che apre nuovi interrogativi sul rapporto tra il presunto mandante e il giornalista.

Resta inoltre da chiarire se questa versione sia compatibile con gli elementi raccolti dalla Procura e con la ricostruzione dell'attentato già emersa durante le indagini.

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Nel corso dell'interrogatorio Lavitola avrebbe inoltre escluso che dietro l'attentato ci fosse un movente politico.

La sua versione si discosta quindi dalle ipotesi che erano state avanzate nei mesi scorsi sul possibile significato dell'azione contro Ranucci. Secondo l'ex editore, il fine sarebbe stato esclusivamente quello di aumentare la protezione del giornalista.

Una spiegazione che ora dovrà essere confrontata con gli altri elementi dell'inchiesta e con quanto ricostruito dagli investigatori.

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L'attentato risale all'ottobre 2025, quando un ordigno esplose davanti alla casa di Ranucci a Pomezia, provocando danni ma senza causare vittime.

Dopo mesi di indagini, gli investigatori erano arrivati a individuare diversi presunti esecutori materiali e, successivamente, avevano concentrato l'attenzione proprio su Lavitola, ritenuto il presunto mandante dell'operazione.

L'imprenditore era stato arrestato nei giorni scorsi. Ora la sua stessa ammissione modifica radicalmente il quadro dell'inchiesta.

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La confessione risolve, almeno sul piano delle dichiarazioni dell'indagato, una delle principali domande dell'inchiesta: chi avrebbe commissionato l'attentato?

Ma ne apre immediatamente altre. Perché organizzare un attentato per ottenere una maggiore protezione? Chi avrebbe dovuto concretamente beneficiare dell'innalzamento della scorta? E soprattutto, Ranucci era completamente all'oscuro del progetto?

Sono interrogativi destinati a occupare la prossima fase dell'indagine.

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La confessione di Lavitola, inoltre, non significa che Ranucci fosse a conoscenza dell'attentato. Al contrario, la ricostruzione emersa finora indica il giornalista come destinatario dell'azione e non come suo organizzatore.

Il punto dovrà essere chiarito definitivamente dagli inquirenti e dalla magistratura, anche alla luce delle dichiarazioni rese oggi dall'ex editore.

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La confessione di Lavitola rappresenta dunque un passaggio decisivo ma non conclusivo. La Procura dovrà verificare la sua versione confrontandola con le intercettazioni, gli accertamenti tecnici, i rapporti con gli altri soggetti coinvolti e la ricostruzione dell'attentato.

Per ora resta un dato: Valter Lavitola ha ammesso davanti al gip di essere il mandante dell'attentato a Sigfrido Ranucci, sostenendo però di averlo fatto non per colpirlo, ma per proteggerlo. Una spiegazione destinata inevitabilmente a diventare uno dei punti centrali dell'inchiesta.

 

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