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Il governo italiano ha approvato un decreto-legge che restringe i criteri per l’ottenimento della cittadinanza per ius sanguinis. Da ora in avanti, sarà possibile acquisire la cittadinanza italiana solo se il legame con un ascendente italiano risale a un massimo di due generazioni. Inoltre, il genitore o il nonno dovrà essere nato in Italia per garantire il riconoscimento.
Questa misura, fortemente sostenuta dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, mira a ridurre il numero di richieste che provengono dall’estero, in particolare dai Paesi con una forte presenza di discendenti italiani, come Brasile, Venezuela e Argentina.
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Attualmente, il diritto di cittadinanza per ius sanguinis consente a chiunque possa dimostrare un legame di sangue con un antenato italiano di ottenere il passaporto italiano, senza limiti di generazioni. Questa norma ha portato a un notevole incremento delle richieste, con migliaia di italo-discendenti che ogni anno avviano la procedura.
Con il nuovo decreto, il diritto si restringe. Solo coloro che hanno un genitore o un nonno italiano potranno ottenere automaticamente la cittadinanza. Chi ha un antenato italiano più lontano nel tempo non avrà più diritto al riconoscimento. Il provvedimento è già entrato in vigore dalla mezzanotte del 27 marzo.
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Oltre al decreto-legge, il governo ha presentato un primo disegno di legge che introduce nuove condizioni per il mantenimento della cittadinanza italiana per gli italo-discendenti residenti all’estero. Per conservarla, sarà necessario dimostrare di aver esercitato i propri diritti e doveri almeno una volta ogni 25 anni. Questo potrà avvenire attraverso la partecipazione alle elezioni italiane, il rinnovo del passaporto, l’aggiornamento della carta d’identità o la regolarizzazione della posizione fiscale.
Per chi è nato all’estero, diventa obbligatoria la registrazione dell’atto di nascita in Italia entro il compimento del 25º anno di età. In caso di mancata registrazione, non sarà più possibile richiedere la cittadinanza in futuro. Un'ulteriore modifica riguarda i figli di cittadini italiani nati fuori dal territorio nazionale. Per ottenere la cittadinanza, dovranno risiedere in Italia per almeno due anni e presentare una dichiarazione di volontà.
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Il secondo disegno di legge riguarda la gestione delle pratiche di cittadinanza. Le richieste non verranno più gestite dai consolati italiani all’estero, ma da un ufficio centralizzato presso la Farnesina. Questa riforma punta a velocizzare le procedure e ridurre il carico di lavoro sulle sedi diplomatiche, che si concentreranno esclusivamente sui servizi per i cittadini già riconosciuti.
Per garantire la sostenibilità del nuovo sistema, il costo della domanda di cittadinanza è stato aumentato. Se inizialmente la tassa era di 300 euro, è salita a 600 euro a gennaio e ora verrà portata a 700 euro.
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Durante la conferenza stampa successiva al Consiglio dei Ministri, il ministro Antonio Tajani ha difeso la riforma, sottolineando la necessità di regolamentare le richieste di cittadinanza per evitare abusi e fenomeni di “compravendita” dei passaporti italiani.
Secondo Tajani, la cittadinanza italiana non deve essere considerata una semplice opportunità, ma un vero e proprio impegno nei confronti del Paese. Negli ultimi anni, il numero di richieste è aumentato esponenzialmente, spesso per motivazioni economiche piuttosto che per un reale legame con l’Italia.
I dati forniti dal ministro mostrano come l’Argentina sia passata da circa 20.000 riconoscimenti di cittadinanza nel 2023 a 30.000 nel 2024, mentre il Brasile ha visto un aumento da 14.000 a 20.000 nello stesso periodo. Con questa riforma, il governo punta a ridurre drasticamente il numero di riconoscimenti e a garantire che solo chi ha un legame stretto e attuale con l’Italia possa accedere alla cittadinanza.
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