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Link to Serve una risposta comunitaria coordinata, fondata su coesione interna, apertura commerciale e innovazione industriale. E forse — come ha detto il Presidente di Confindustria Orsini — è proprio nei momenti di paura che l’Europa trova la forza per unirsi davveroServe una risposta comunitaria coordinata, fondata su coesione interna, apertura commerciale e innovazione industriale. E forse — come ha detto il Presidente di Confindustria Orsini — è proprio nei momenti di paura che l’Europa trova la forza per unirsi davvero
di Guido Talarico“Io affermo che quando una Nazione tenta di tassare sé stessa per raggiungere la prosperità è come se un uomo si mettesse in piedi dentro un secchio e carcasse di sollevarsi per il manico”. Parola di Winston Churchill. A tentare di metterci in questa folle posizioni non siamo noi ma il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump: il 2 aprile, data dell’ultimatum, si avvicina e con esso il rischio di una nuova guerra commerciale. Il Presidente degli Stati Uniti, sempre più orientato verso una linea protezionistica, come largamente annunciato prepara l’introduzione di nuove tariffe doganali sulle importazioni, inclusi i beni provenienti dall’Unione Europea. Una mossa ribattezzata dallo stesso ex presidente “Liberation Day”, ma che potrebbe trasformarsi in un boomerang per l’economia globale — e anche per quella americana.
Nel mirino non ci sono solo Europa, ma anche Cina, Canada e Messico. Potremmo dire tutti gli alleati e migliori amici di un tempo. L’obiettivo dichiarato è ridurre il disavanzo commerciale americano. Ma la storia — e i numeri — insegnano che i dazi sono una risposta tanto semplice quanto inefficace, spesso dannosa anche per chi li impone. E questo come ricordano gli economisti non è una opinione ma un lascito della storia.
Dazi, un’arma spuntata
[caption id="attachment_65957" align="alignleft" width="300"] Trump von der Leyen[/caption]
Imporre tariffe sulle importazioni europee può forse rallentare le esportazioni, ma a caro prezzo. Si innesca un meccanismo di ritorsioni settoriali — un dazio sul prosecco italiano, seguito da una contro-misura sul bourbon del Kentucky — che rischia di trasformarsi in una spirale distruttiva. A perderci, alla fine, sono tutti. Spesso proprio chi ha iniziato.
Uno studio commissionato dal Parlamento europeo e firmato da sei economisti — tra cui anche Francesco Giavazzi che oggi ne riferisce sul Corriere della Sera — propone un’alternativa strategica, più intelligente e meno conflittuale. Prima di tutto: stimolare la domanda interna europea attraverso investimenti, consumi e spesa pubblica. In secondo luogo, lasciare che l’euro si deprezzi rispetto al dollaro, aumentando la competitività dei prodotti europei.
Il cambio come leva strategica
La politica monetaria della BCE diventa dunque cruciale. Un euro più debole attenuerebbe l’impatto dei dazi americani e aiuterebbe le imprese europee a restare competitive sui mercati globali. L’esempio arriva dalla Cina: nel 2018, durante la prima guerra commerciale innescata da Trump, lo yuan si svalutò del 13% rispetto al dollaro, neutralizzando buona parte dell’effetto dei dazi sulle esportazioni cinesi.
Anche oggi Pechino resterà il bersaglio principale. Per questo, è prevedibile un nuovo deprezzamento dello yuan, che renderà l’euro più forte in termini relativi. L’Europa dovrà quindi trovare una posizione intermedia tra le due valute per evitare ripercussioni negative.
Settori a rischio e risposta europea
Ma non tutti i comparti economici reagiscono allo stesso modo. Settori come automotive, macchinari e farmaceutica risultano particolarmente esposti: un dazio del 10% potrebbe ridurre del 53% la domanda di questi beni. Anche il settore agroalimentare e, più in generale, quello del “made in Italy”, corrono forti rischi. Un deprezzamento dell’euro attenuerebbe il colpo, ma non basterà da solo. Quindi servono scelte e risposte di politica economica efficaci, coese e tempestive.
In questa direzione si coglie la reazione imporante di Confindustria. Il presidente, Emanuele Orsini, intervenendo al congresso di Azione, è stato chiaro: “Il negoziato va fatto a livello europeo. Non può essere che ogni Paese vada per conto suo». Con un saldo attivo di 42 miliardi nella bilancia commerciale con gli Stati Uniti — 67 miliardi di esportazioni contro 25 miliardi di importazioni — l’Italia ha molto da perdere. “Per noi – ha sottolineato Orsini - gli Usa sono un partner fondamentale”. Sulla stessa linea Mario Monti, che ha fornito anche un’importante imporante: “Per fortuna, la politica commerciale è una competenza esclusiva dell’Unione Europea. Questo impedisce agli USA di dividere i Paesi europei uno a uno”.
Evitare gli errori del passato
La partita rimane tuttavia assai complicata. C’è infatti un rischio da evitare: rispondere al protezionismo con altro protezionismo. L’Europa potrebbe essere tentata, ad esempio, di colpire le piattaforme tecnologiche americane con nuove tasse o regolamentazioni punitive. Ma questa strategia, anche se guidata da buone intenzioni, rischierebbe di rallentare l’adozione di tecnologie avanzate, frenando il potenziale di crescita.
Molto meglio, allora, puntare su una diversificazione dei mercati, rafforzando i legami con nuovi partner commerciali, investendo in innovazione e adottando una politica monetaria e fiscale flessibile. Insomma, puntare con decisione su mercati alternativi agli Stati Uniti. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenuta anche lei all’evento di Azione, ha invitato alla prudenza: “Non si deve agire per impulso. Serve una risposta ragionata, che punti a un equilibrio”. Una posizione condivisa anche da altri leader europei.
La BCE tra inflazione e rallentamento
[caption id="attachment_55455" align="alignright" width="300"] Orsini[/caption]
Nel frattempo, la BCE dovrà affrontare una sfida delicata: il rischio che le pressioni inflazionistiche legate al cambio e al prezzo delle importazioni si facciano sentire prima ancora che l’inflazione di fondo torni a salire. In questo scenario, l’errore più grave sarebbe interrompere troppo presto il ciclo di riduzione dei tassi, raffreddando ulteriormente l’economia europea.
Negli Stati Uniti, invece, le aspettative di inflazione potrebbero muoversi più rapidamente, portando la Federal Reserve a scelte divergenti. La BCE, però, dovrà restare concentrata sullo stato dell’economia europea, senza farsi trascinare in una reazione a catena.
Insomma, il protezionismo americano rischia di alimentare tensioni che si sommerebbero a quelle già gravi derivanti dal conflitto ucraino e da quello in Medio Oriente. Ma occorre restare fiduciosi e guardare all’Europa che ha, più di chiunque altro, gli strumenti per evitare che questa crisi dei dazi, sommata alle tensioni geopolitiche, produca effetti irreperabili. Serve dunque una risposta coordinata, fondata su coesione interna, apertura commerciale e innovazione industriale. E forse — come ha detto Orsini con amara lucidità — è proprio nei momenti di paura che l’Europa trova la forza per unirsi davvero. Ora o mai più.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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