Il nuovo blocco dello Stretto di Hormuz potrebbe rappresentare uno spartiacque per il sistema energetico globale. A sostenerlo è l'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, intervenuto in audizione davanti alla Commissione Attività produttive della Camera, dove ha delineato uno scenario destinato ad avere ripercussioni ben oltre il Medio Oriente.
Secondo il manager, la situazione attuale è diversa dalle precedenti crisi energetiche degli ultimi decenni e rischia di modificare in profondità gli equilibri del mercato internazionale, soprattutto se il blocco dello stretto dovesse protrarsi nel tempo.
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Descalzi ha ricordato come il sistema energetico mondiale stia affrontando una sequenza di crisi senza precedenti.
Dopo la pandemia di Covid-19, la guerra in Ucraina e il progressivo ridimensionamento delle forniture energetiche russe, il conflitto nel Golfo Persico rappresenta un ulteriore fattore di instabilità che si somma ai precedenti.
Secondo l'amministratore delegato di Eni, il mercato è riuscito finora ad assorbire gli shock grazie all'utilizzo delle riserve strategiche dei Paesi industrializzati, che hanno consentito di mantenere relativamente stabili le quotazioni del petrolio. Tuttavia, questo margine di sicurezza si sta progressivamente riducendo.
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Il passaggio più preoccupante riguarda proprio lo Stretto di Hormuz.
Descalzi ha spiegato che il nuovo blocco modifica radicalmente lo scenario energetico mondiale perché interrompe una delle principali rotte attraverso cui transitano petrolio e gas destinati ai mercati internazionali.
Il manager ha osservato che, dopo il temporaneo calo seguito agli accordi diplomatici delle scorse settimane, il prezzo del greggio è tornato rapidamente a salire proprio a causa dell'interruzione del traffico marittimo nello stretto.
Per il numero uno di Eni, si tratta di un cambiamento che riguarda non solo il Medio Oriente, ma anche l'Europa e l'intera economia globale.
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Nel corso dell'audizione Descalzi ha distinto la posizione italiana da quella del resto del continente.
Secondo il manager, l'Italia dispone oggi di un sistema di approvvigionamento del gas più diversificato rispetto ad altri Paesi europei grazie agli investimenti realizzati negli ultimi anni e ai nuovi accordi con diversi produttori.
Più complessa appare invece la situazione dell'Unione europea, che dovrà fare i conti sia con il definitivo stop alle importazioni di gas russo sia con le conseguenze della crisi nel Golfo Persico.
In particolare, Descalzi ritiene che le maggiori criticità potrebbero riguardare gli stoccaggi di gas e l'approvvigionamento di alcuni prodotti raffinati.
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Tra gli aspetti evidenziati dall'amministratore delegato di Eni emerge anche quello relativo al carburante per l'aviazione.
L'Europa, ha spiegato, produce soltanto una parte del jet fuel di cui necessita e dipende in misura significativa dalle importazioni. Eventuali interruzioni prolungate delle rotte energetiche potrebbero quindi incidere non solo sui prezzi del petrolio, ma anche sul costo dei trasporti aerei e della logistica internazionale.
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Nonostante le tensioni, Descalzi osserva che il mercato non ha ancora espresso completamente il rischio rappresentato dalla crisi.
L'utilizzo delle riserve strategiche ha finora limitato gli aumenti, ma in caso di un prolungamento del blocco di Hormuz il sistema potrebbe non essere più in grado di compensare la riduzione dell'offerta.
Lo scenario, secondo il manager, resta quindi estremamente incerto e richiederà particolare attenzione nelle prossime settimane.
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L'intervento di Claudio Descalzi conferma come la sicurezza energetica sia tornata al centro delle preoccupazioni internazionali.
La crisi di Hormuz si inserisce in un contesto già segnato da forti tensioni geopolitiche e dimostra quanto il sistema energetico mondiale resti vulnerabile agli shock internazionali. Per l'Europa, la priorità sarà continuare a diversificare le fonti di approvvigionamento e rafforzare le infrastrutture, riducendo la dipendenza dalle aree più instabili.
Per il numero uno di Eni, il blocco dello Stretto di Hormuz rappresenta quindi molto più di una crisi regionale: è un evento destinato a ridefinire gli equilibri dell'energia mondiale e ad avere conseguenze dirette su prezzi, approvvigionamenti e competitività dell'economia europea.
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