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La fine del Late Show di Stephen Colbert non è soltanto una decisione televisiva. È il sintomo di un’America in cui il dissenso diventa un costo aziendale, la satira un rischio politico e le grandi imprese si piegano sempre più facilmente ai desideri del potere
di Guido Talarico
La cancellazione del Late Show with Stephen Colbert, che chiuderà definitivamente il 21 maggio 2026, è stata presentata da CBS come una scelta puramente economica, legata alla crisi del mercato dei late night show e alle difficoltà finanziarie del format. Una spiegazione possibile, certo. Ma non sufficiente. Perché in politica, come nei media, il contesto è spesso più eloquente del comunicato stampa. E il contesto, in questo caso, racconta un’altra storia: quella di un’America in cui il potere trumpiano non si limita a vincere elezioni, ma pretende deferenza; non si accontenta del consenso, ma reclama silenzio; non tollera il dissenso, soprattutto quando arriva sotto forma di battuta.
Colbert non era un semplice conduttore. Era uno dei volti più riconoscibili della satira anti-Trump, una voce capace di trasformare ogni sera la cronaca politica in smascheramento comico. Il suo programma era stato annunciato in chiusura nel luglio 2025, pochi giorni dopo le sue critiche durissime a Paramount, società madre di CBS, per il pagamento di un accordo da 16 milioni di dollari legato alla causa intentata da Donald Trump contro 60 Minutes per un’intervista a Kamala Harris. CBS ha negato ogni rapporto tra la cancellazione, i contenuti dello show e le vicende di Paramount, parlando di una scelta “puramente finanziaria”. Ma proprio questa insistenza sulla neutralità economica finisce per suonare come una difesa troppo perfetta per essere innocente.
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Il punto non è dimostrare un ordine diretto partito dalla Casa Bianca. Il punto è più sottile, e forse più inquietante: in un ecosistema politico-mediatico dominato dalla paura delle ritorsioni, non serve più che il potere censuri apertamente. Basta che faccia capire cosa desidera. Basta che un presidente si lamenti, attacchi, minacci, suggerisca. Il resto lo fanno le imprese, i consigli di amministrazione, gli uffici legali, le trattative industriali, le fusioni da approvare. Paramount, nel frattempo, era coinvolta nella delicata operazione con Skydance, un passaggio che richiedeva anche attenzione regolatoria. In questo scenario, una voce satirica ostile al presidente non è più soltanto un prodotto televisivo: diventa una variabile di rischio.
È qui che la vicenda Colbert smette di riguardare soltanto la televisione americana e diventa un segnale politico. Le democrazie non si degradano sempre con carri armati nelle strade o giornali chiusi per decreto. A volte si consumano attraverso gesti amministrativi, decisioni aziendali, formule apparentemente tecniche. “Motivi economici” può essere una verità parziale, ma anche il linguaggio più comodo con cui il potere privato si allinea al potere pubblico senza doverlo ammettere. La censura moderna raramente si presenta con il volto feroce del divieto. Preferisce il lessico neutro della sostenibilità, dell’audience, del mercato.
Ma la satira non è un genere qualsiasi. È una delle forme più antiche di controllo democratico. Ride del potente, lo ridimensiona, lo restituisce alla sua natura umana proprio quando vorrebbe apparire inevitabile, monumentale, sacrale. Per questo i leader autoritari la detestano. Non perché la battuta sia più forte di una legge, ma perché è più veloce. Non perché un monologo possa rovesciare un governo, ma perché può incrinare l’aura su cui ogni governo autoritario costruisce la propria forza.
Link to Jimmy Kimmel, Roberto D'Agostino e David LattermanJimmy Kimmel, Roberto D'Agostino e David Latterman
Non a caso in Italia hanno avuto grande successo di pubblico format che hanno utilizzato satira e comicità per fare battaglie di opinione, per denunciare scandali, per sottolineare le storture del potere che la cronaca quotidiana offre ma che non sempre i paludati e condizionabili media mainstream riportano. Mi riferisco, tanto per fare degli esempi, a Striscia la Notizia, Blob, Le Iene o a siti come Dagospia, inventato da Roberto D'Agostino proprio per colpire, con un linguaggio satirico ed irriverente, i ricchi e potenti di turno.
E' per questo che una star televisiva americana come Jimmy Kimmel abbia invitato il pubblico a boicottare Paramount+ in solidarietà con Colbert. Il suo gesto non va letto soltanto come cameratismo tra conduttori, ma come consapevolezza corporativa al contrario: se le aziende ascoltano il potere perché temono di perdere qualcosa, allora anche il pubblico deve ricordare loro che esiste un costo nel piegarsi. Kimmel ha evocato la possibilità di colpire Paramount dove oggi le grandi media company sono più vulnerabili: negli abbonamenti, nella reputazione, nella percezione del pubblico.
La reazione di David Letterman, furiosa e pubblica, aggiunge un altro livello simbolico. Letterman, icona di questo format Tv, non difende soltanto il suo successore; difende l’idea stessa del Late Show come spazio americano di irriverenza, di libertà, di dissacrazione. Il fatto che proprio quel marchio, dopo più di trent’anni, venga mandato in pensione mentre uno dei suoi conduttori più politici esce di scena, rende impossibile trattare la vicenda come una normale ristrutturazione di palinsesto.
Colpire la satira è sempre un gesto rivelatore. Un potere sicuro di sé può permettersi di essere deriso. Un potere democratico accetta la caricatura come parte del contratto civile. Un potere autoritario, invece, vive la risata come una ferita narcisistica e una minaccia strategica. L’America di Trump sembra sempre più incapace di distinguere tra critica e tradimento, tra dissenso e sabotaggio, tra comicità e lesa maestà. Ed è proprio questa confusione, più ancora della cancellazione di un programma, a preoccupare.
La fine del Late Show non chiude soltanto una stagione televisiva. Chiude un pezzo di spazio pubblico. E quando una democrazia perde luoghi in cui il potere può essere preso in giro, perde anche una parte della propria capacità di respirare. Perché la risata, nelle società libere, non è un ornamento: è un anticorpo. E quando il potere comincia ad attaccare gli anticorpi, significa che la febbre è già alta.
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