Due guerre, un'unica lotta: perché Ucraina, Iran e Arabia Saudita raccontano la stessa storia di potere globale

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Guido Talarico
Guido Talarico

Mentre il mondo guarda separatamente il conflitto in Ucraina e la tensione nel Golfo Persico, i due teatri rappresentano in realtà due fronti della medesima battaglia geopolitica. La Russia alimenta il caos in Medio Oriente per indebolire gli Stati Uniti, mentre l'alleanza tra Washington e Riyadh, forgiata un secolo fa su tre pilastri, mostra le prime crepe sotto la nuova leadership saudita

Due guerre, un'unica lotta: perché Ucraina, Iran e Arabia Saudita raccontano la stessa storia di potere globale

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di Guido Talarico

Negli ultimi mesi, osservatori internazionali e molti media occidentali sembrano peccare di visione e faticare nel collegare i puntini dell'attuale scacchiere geopolitico. Da un lato, l'Ucraina resiste all'invasione russa. Dall'altro, gli attacchi ai cargo nel Golfo Persico e le minacce nucleari dell'Iran sembrano questioni completamente diverse. Eppure, questa separazione è un'illusione strategica che serve solo a confondere i veri equilibri di potere. 

La realtà, a ben guardarla, è più semplice e anche più inquietante: la Russia e l'Iran non stanno combattendo due guerre indipendenti contro l'Occidente. Stanno coordinando un'offensiva su due fronti contro gli Stati Uniti e i suoi alleati. Il capo dello Stato Maggiore americano e l'intelligence di quel paese hanno confermato ripetutamente che Mosca fornisce all'Iran immagini satellitari in tempo reale e dati di targeting per colpire le basi americane sparse in Medio Oriente, dal Qatar al Bahrain, dalla Turchia all'Arabia Saudita.

Questa collaborazione non è accidentale. Russia e Iran traggono vantaggio reciproco da questo scenario di caos controllato. Per Mosca, il conflitto nel Golfo Persico rappresenta due vincite distinte. La prima è economica: gli attacchi alle navi e la tensione alzano i prezzi del petrolio mondiale, proprio nel momento in cui le entrate petrolifere russe avevano toccato i minimi storici a causa delle sanzioni occidentali. La seconda è militare e strategica: le portaerei americane costruite appositamente per proiettare potenza contro la Russia si trovano ora bloccate nel Golfo Persico, mentre la Marina russa accumula forze nel Baltico. Ogni missile americano sparato per difendere navi commerciali nel Golfo è un missile in meno disponibile nel Mar Baltico, dove Mosca sta dando vita ad un'accumulazione di forze senza precedenti.

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Ad un primo sguardo potrebbe dunque sembrare che il mondo sia dilaniato da conflitti non correlati: Ucraina, Iran, Sudan, Gaza. Invece, è esattamente questo il piano. Le potenze rivali stanno consapevolmente dividendo l'attenzione e le risorse americane tra molteplici fronti, mentre loro concentrano le loro risorse in una sola grande sfida. Dunque si può affermare che questi conflitti scoppiati in contemporanea non siano casuali ma parte di una strategia.

Gli analisti americani ed europei da settimane ormai riconoscono che la Russia sta preparando il terreno per testare la reattività della NATO attraverso una campagna definita "Fase Zero": una sequenza costante di incidenti, intrusions aeree, sabotaggi e provocazioni mirate, ognuno dei quali individualmente troppo piccolo per giustificare una risposta collettiva della NATO. L'obiettivo non è scatenare una guerra vera e propria. È condizionare l'alleanza ad accettare incursioni progressive, a tollerare violazioni sempre più audaci dei confini, finché  lo stato di allarme non diventi costante. È la strategia della provocazione: nessun incidente singolo è abbastanza grave da provocare una reazione coordinata, ma insieme creano uno stato permanente di crisi che erode la resilienza dell'Occidente.

Nel frattempo, Trump, dopo aver inviato rappresentanti a Mosca per negoziati sulla situazione ucraina proprio nel momento in cui Putin, significativamente, ha sospeso gli attacchi per tre giorni per facilitare questi colloqui, ha deciso a sorpresa di consentire allo stesso Putin la possibilità di vendere il suo diesel sui mercati internazionali. Una mossa, criticatissima da Zelensky, che ha provocato grande stupore (anche se con Trump si sa che non si finisce mai) e anche che appare come un gesto di debolezza. E qui torniamo al solito punto di partenza, il petrolio. 

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Per comprendere pienamente perchè i due teatri di scontro sono collegati, perché gli Stati Uniti combattono così duramente in Medio Oriente e perché l'Arabia Saudita rimane così centrale negli equilibri globali, occorre tornare indietro di poco più di cento anni.

Prima del 1923, l'Arabia Saudita non esisteva. La Penisola Arabica era un mosaico di piccoli Stati frammentati, per lo più sotto il controllo dell'Impero Ottomano. Le due città sante dell'Islam, La Mecca e Medina, erano governate da una famiglia araba che attribuiva la propria discendenza dal Profeta Muhammad stesso. La Gran Bretagna controllava alcuni piccoli porti lungo il Golfo. Nel deserto interno, vi erano solo tribù rivali, oasi e famiglie locali in competizione per il controllo. Una di queste famiglie era quella dei Saud.

Nel 1744, il loro leader stipulò un patto cruciale con un religioso di nome Muhammad ibn Abdul Wahhab, che predicava un ritorno rigoroso ai principi primordiali dell'Islam. Questa alleanza costruì uno Stato saudita dal caos, ma fu distrutto due volte: prima da un esercito inviato dagli Ottomani, poi dalla famiglia rivale degli Sharif. Nel 1902, un uomo di nome Abdul Aziz Al Saud riconquistò Riyadh e conquistò la maggior parte della penisola, dando al paese il nome della sua famiglia: il Regno dell'Arabia Saudita, fondato nel 1923.

Dieci anni dopo, nel 1933, gli Stati Uniti si avvicinarono a questo nuovo regno e conclusero un accordo destinato a durare un secolo: "Dateci il diritto di trivellare il vostro deserto colossale, inviate i vostri profitti nelle banche americane, comprate le armi americane, e noi proteggeremo il vostro regno". Era un'alleanza transazionale, ma brillantemente costruita su fondamenti profondi.

Link to I quattro pilastri dell'alleanza USA-Arabia SauditaI quattro pilastri dell'alleanza USA-Arabia Saudita

La longevità di questa partnership, nonostante tensioni ripetute, poggia su quattro pilastri insostituibili che vanno ben oltre gli interessi economici.

Il primo è il petrolio, ma non è il petrolio ordinario. L'Arabia Saudita è il "produttore swing" mondiale. Questo significa che può accendere o spegnere i rubinetti produttivi in tempi brevi, rendendola l'ammortizzatore energetico globale. Quando Washington chiama, Riyadh pompa più petrolio per calmare i mercati mondiali. Nessun'altra nazione possiede questo potere.

Il secondo pilastro è la fede. Il Re dell'Arabia Saudita porta il titolo di "Custode delle Due Sacre Moschee" della Mecca e Medina. Questo conferisce alla famiglia reale un ruolo religioso supremo su oltre 2 miliardi di musulmani in tutto il mondo. Gli Stati Uniti non possono ignorare un partner che esercita un'influenza religiosa così profonda.

Il terzo è il denaro. Attraverso il suo Fondo Sovrano della Ricchezza Pubblica, l'Arabia Saudita ha investito massicciamente in aziende tecnologiche occidentali, club calcistici, banche e altre istituzioni chiave. Questo crea legami economici profondi e mutui interessi nel mantenimento della stabilità.

Il quarto, e forse il più importante geopoliticamente, è l'Iran. Dopo la Rivoluzione islamica del 1979, ogni avanzata iraniana ha reso l'alleanza saudita sempre più essenziale agli occhi dell'Occidente. La Repubblica Islamica rappresentava caos, imprevedibilità, ostilità ai principi occidentali. In confronto, l'Arabia Saudita appariva come un partner affidabile. Il regno è governato da un comitato di principi senior, mercanti e famiglie che devono concordare le decisioni strategiche. Un modello di governo monarchico lento, ma caratterizzato  contrappesi istituzionali. Questa affidabilità era ed è il fondamento della fiducia occidentale.

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Questa stabilità e fiducia reciproca si sta ora erodendo rapidamente. L'ascesa del Principe Ereditario Mohammed bin Salman ha trasformato la governance saudita da un sistema collegiale a qualcosa di più personalista e impulsivo. Le conseguenze geopolitiche di questo cambiamento stanno ancora dispiegandosi, e potrebbero ridefinire gli equilibri nel Golfo e oltre. Anche la mancata promessa di Trump di riportare la pace nell'area in tempi rapidi ha evidentemente complicato i rapporti,

Ed e' per questo che la Russia, comprendendo perfettamente queste fratture, sostiene l'Iran. Mentre alimenta il caos nel Golfo Persico, sa che distrae i generali americani dalle sfide europee. Mentre sussurra all'Iran promesse di sostegno, sa che spinge Riyadh più vicino alla disperazione strategica. E mentre muove le sue pedine nello scacchiere globale, sa che l'Occidente è troppo frammentato, troppo distratto, troppo concentrato su conflitti locali per afferrare la vera partita in gioco.

La guerra in Ucraina e la crisi del Golfo Persico non sono due conflitti separati. Sono due fronti della stessa guerra: quella per il controllo dell'ordine internazionale del nostro tempo. Ma di tutto questo all'opinione pubblica arriva ben poco e anche nel dibattito politico ed elettorale europeo si scorgono tracce deboli e contraddittorie. Un caos che apre la strada a follie neoegemoniche come ad esempio quella che sta portando l'Etiopia del Nobel (!!) Ahmed Abiy a dichiarare guerra all'Eritrea trascinando in questo conflitto un bel pezzo dell'Africa Orientale. Ma questa e' un'altra storia.

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