E Donald Trump finì nel vicolo cieco iraniano

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Guido Talarico
Guido Talarico
E Donald Trump finì nel vicolo cieco iraniano

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Link to Gli attacchi contro il programma nucleare di Teheran non hanno prodotto la svolta promessa da Washington. Secondo valutazioni dell’intelligence americana, l’Iran potrebbe ancora arrivare alla bomba entro un anno, mentre il dossier dell’uranio arricchito resta irrisolto. Donald Trump, che aveva presentato la guerra come una dimostrazione di forza definitiva, si ritrova ora intrappolato tra propaganda, crisi dello Stretto di Hormuz, divisioni interne e impossibilità di rivendicare una vittoria reale. Di fatto, la guerra iraniana l’ha già persa: non perché Teheran abbia vinto, ma perché gli Stati Uniti non hanno ottenuto ciò che avevano promessoGli attacchi contro il programma nucleare di Teheran non hanno prodotto la svolta promessa da Washington. Secondo valutazioni dell’intelligence americana, l’Iran potrebbe ancora arrivare alla bomba entro un anno, mentre il dossier dell’uranio arricchito resta irrisolto. Donald Trump, che aveva presentato la guerra come una dimostrazione di forza definitiva, si ritrova ora intrappolato tra propaganda, crisi dello Stretto di Hormuz, divisioni interne e impossibilità di rivendicare una vittoria reale. Di fatto, la guerra iraniana l’ha già persa: non perché Teheran abbia vinto, ma perché gli Stati Uniti non hanno ottenuto ciò che avevano promesso

di Guido Talarico

netanyahu trumpLa guerra contro l’Iran doveva essere, nelle intenzioni di Donald Trump, la prova definitiva della forza americana. Un’operazione rapida, spettacolare, capace di cancellare il programma nucleare della Repubblica islamica, piegare i pasdaran, riaprire gli equilibri regionali e offrire al presidente l’immagine che più ama: quella del vincitore assoluto. È accaduto l’opposto. A distanza di settimane dagli attacchi contro Natanz, Isfahan e Fordow, Trump si trova prigioniero di una contraddizione che non riesce più a governare: ha dichiarato vittoria, ma non può dimostrarla; ha minacciato l’annientamento, ma non ha piegato Teheran; ha aperto una guerra, ma non sa come chiuderla.

Il punto centrale è il programma nucleare iraniano, tanto avversato dall'alleato Israele. Le operazioni Epic Fury e Ruggito del Leone sono state presentate dalla Casa Bianca come un successo pieno, quasi risolutivo. Eppure, secondo valutazioni attribuite a fonti dell’intelligence americana e filtrate alla Reuters, gli attacchi avrebbero rallentato solo in parte la corsa nucleare iraniana. Prima del conflitto di giugno 2025, la stima era che Teheran potesse costruire un ordigno in un arco compreso tra tre e nove mesi. Dopo i bombardamenti, la finestra si sarebbe spostata a nove-dodici mesi. Non una distruzione del programma, dunque, ma un breve rinvio. Un anno, forse meno, separerebbe ancora il regime dalla possibilità tecnica di arrivare alla bomba.

Naturalmente, le valutazioni dell’intelligence vanno maneggiate con cautela. Le fonti sono anonime, gli impianti colpiti non sono stati ispezionati direttamente e non esiste una fotografia completa dei danni. Resta inoltre aperta la questione dell’effettiva capacità delle bombe americane di penetrare le strutture più protette, scavate in profondità e progettate proprio per resistere a un attacco convenzionale. Ma proprio questa incertezza rende ancora più fragile la narrazione trionfale di Trump. Se non è possibile verificare ciò che è stato distrutto, è impossibile sostenere con credibilità che la minaccia sia stata eliminata.

Il nodo più sensibile resta quello dei 440 chilogrammi di uranio arricchito indicati dall’Aiea. Una parte rilevante del materiale sarebbe custodita in un bunker sotto il sito di Isfahan. È il cuore del problema: se l’uranio è ancora disponibile, il programma nucleare iraniano non è stato neutralizzato. Potrà essere rallentato, complicato, costretto alla clandestinità, ma non cancellato. Le voci su un possibile trasferimento del materiale prima dell’offensiva israelo-americana, così come l’ipotesi che esso si trovi troppo in profondità per essere recuperato o distrutto, aumentano l’opacità del quadro.

trumpDa qui nasce l’idea, trapelata dal Pentagono, di un possibile intervento di forze speciali per prendere il controllo dell’uranio. Ma si tratterebbe di un’operazione ad altissimo rischio: infiltrarsi in territorio ostile, superare la resistenza dei pasdaran, raggiungere depositi protetti, mettere in sicurezza materiale radioattivo, trasportarlo con contenitori speciali e garantire una catena logistica complessa sotto minaccia costante. Più che una soluzione militare semplice questo scenario appare come un incubo operativo. E Teheran lo sa. Per questo avrebbe già rafforzato le difese, ostruito le vie di accesso e preparato contromisure lungo le poche strade che conducono ai complessi sensibili.

Il regime iraniano, colpito duramente ma non spezzato, ha inoltre un altro vantaggio: la conoscenza. Gli omicidi mirati hanno eliminato diversi scienziati e responsabili del programma, probabilmente alcuni tra i migliori. Le infrastrutture scientifiche sono state danneggiate. Ma il sapere accumulato in anni di ricerca non può essere bombardato fino in fondo. Gli ingegneri si sostituiscono, le competenze si ricostruiscono, i laboratori si spostano. E se davvero esistono centri secondari, come il sito noto come Pickaxe, ospitato in tunnel fuori dalla portata delle bunker-buster, allora la guerra americana ha colpito pezzi importanti del sistema, ma non il sistema nel suo complesso.

È qui che Trump ha perso la guerra iraniana. Non sul piano della potenza di fuoco, dove gli Stati Uniti restano incomparabili. Non sul piano simbolico, dove le immagini delle esplosioni possono ancora alimentare la propaganda presidenziale. L’ha persa sul terreno degli obiettivi politici. Aveva promesso la denuclearizzazione, ma il programma sopravvive. Aveva evocato il cambio di regime, ma il potere dei pasdaran si è irrigidito. Aveva annunciato l’azzeramento della minaccia missilistica, ma l’Iran conserva strumenti asimmetrici sufficienti a destabilizzare la regione. Aveva assicurato la libertà di navigazione, ma lo Stretto di Hormuz resta una leva nelle mani di Teheran. Insomma, dei grandi obiettivi iniziali, solo la distruzione della flotta iraniana può essere rivendicata con chiarezza. Troppo poco per chiamarla vittoria.

Il resto è una sequenza di contraddizioni. Un mese fa Trump minacciava di cancellare in una notte la civiltà iraniana. Poi ha accettato una tregua sostenendo che Teheran stesse facendo concessioni mai realmente materializzate. In seguito ha lanciato l’operazione Project Freedom per liberare le navi bloccate nello Stretto di Hormuz, salvo sospenderla dopo un solo giorno, appena due ore dopo che il segretario di Stato Marco Rubio l’aveva presentata come essenziale per il mondo intero. Lo stesso Trump ha oscillato tra la promessa di una guerra finita in tre giorni, la previsione di due o tre settimane e la negazione formale della guerra davanti al Congresso, salvo poi dire in comizio che l’America è effettivamente in guerra.

Questa confusione non è un dettaglio di comunicazione: è la sostanza della crisi. Per decenni Trump ha applicato i tre comandamenti ereditati dal suo vecchio mentore Roy Cohn: attaccare sempre, non ammettere mai un errore, dichiararsi vincitore anche quando non è vero. È una tecnica che ha funzionato nei tribunali, negli affari immobiliari, nella televisione e nella politica interna. Ma contro l’Iran non basta e neppure con l'opinione pubblica internazionale. Perché Teheran non è un avversario che si spaventa davanti a un insulto su Truth o a una minaccia iperbolica. È un regime ferito, militarizzato, convinto di giocarsi la sopravvivenza. E chi pensa di non avere più molto da perdere è l’avversario peggiore per un leader abituato a vincere intimidendo. Con la profonda conoscenza dell'argomento che aveva, Niccolò Machiavelli infatti spiegava che "Le guerre cominciano quando vuoi, ma non finiscono quando tu desideri... specialmente contro chi combatte per la propria casa".

I pasdaran hanno letto la fretta di Trump. Hanno capito che i suoi sfoghi notturni non sono il segnale di una strategia, ma della frustrazione. Del resto la maggior parte della stampa americana ed internazionale lo scrive tutti i giorni. Così bastano pochi barchini, un pugno di droni e qualche missile per trasformare Hormuz nella trappola geopolitica del presidente americano. Gli Stati Uniti possono colpire più forte, ma ogni escalation aumenta il rischio energetico globale, destabilizza i mercati, allarma gli alleati e apre crepe dentro lo stesso movimento Maga. Trump, che voleva mostrare dominio, si scopre vulnerabile: militarmente nel conflitto asimmetrico, economicamente davanti ai prezzi mondiali dell’energia, politicamente davanti a un elettorato stanco di guerre senza uscita.

Il precedente dei dazi avrebbe dovuto insegnargli qualcosa. Anche allora Trump aveva minacciato misure estreme, salvo ritirarle o ridimensionarle di fronte alla reazione dei mercati. Da lì era nato il soprannome infamante “Taco”, acronimo di “Trump Always Chickens Out”: Trump fa sempre marcia indietro. Con l’Iran, però, il costo della ritirata e del bluff è infinitamente più alto. Non si tratta di tariffe, ma di guerra, uranio arricchito, rotte energetiche e credibilità strategica americana.

Trump di fatto è dunque arrivato ad un vicolo cieco. Se arretra, conferma di non aver ottenuto nulla di decisivo. Se rilancia, rischia una guerra più ampia che non può permettersi. Se negozia, deve spiegare perché ha bombardato senza neutralizzare il programma nucleare. Se continua a proclamare vittoria, deve fare i conti con Hormuz bloccato e con l’uranio iraniano ancora fuori controllo.

La guerra iraniana non ha consegnato a Trump l’immagine di Churchill che forse cercava, ma l’ombra di Jimmy Carter che ora teme. Una crisi degli ostaggi energetica, militare e politica, in cui la superpotenza appare fortissima nei mezzi e debolissima nella direzione. Teheran non ha vinto davvero. Ma Trump ha già perso ciò che per lui conta di più: la possibilità di raccontare una vittoria credibile. E quanto all'agognato Nobel se lo può definitivamente scordare.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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