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Link to Le istituzioni nate dal secondo dopoguerra non reggono più il peso di un mondo globalizzato, dominato da nuove logiche di potenza e interconnessioni che sfuggono al controllo degli Stati. Nel vuoto lasciato dal multilateralismo, avanzano nazionalismi di nuova generazione. Ma per Paesi come l’Italia, la vera sovranità si difende solo in un’Europa più forte, coesa ed efficaceLe istituzioni nate dal secondo dopoguerra non reggono più il peso di un mondo globalizzato, dominato da nuove logiche di potenza e interconnessioni che sfuggono al controllo degli Stati. Nel vuoto lasciato dal multilateralismo, avanzano nazionalismi di nuova generazione. Ma per Paesi come l’Italia, la vera sovranità si difende solo in un’Europa più forte, coesa ed efficace
di Guido TalaricoNel mio ultimo viaggio a Washington ho avuto modo di parlare con varie personalità autorevoli. Tra queste un diplomatico americano di lungo corso che mi ha dato una convincente e condivisibile ricostruzione dei fenomeni nazionalistici che stanno attraversando ed indebolendo l'Europa. Ed è questa. L’ordine globale costruito nel secondo dopoguerra era figlio di una fiducia cieca nello Stato-nazione come perno dell’equilibrio internazionale. La Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e le altre strutture multilaterali nascevano per regolare un mondo in cui le economie, sebbene interconnesse, restavano fortemente radicate nei rispettivi confini. Ma a partire dagli anni Ottanta, con la liberalizzazione dei mercati e l’irruzione della globalizzazione, questa architettura ha cominciato a incrinarsi. Oggi, dice l'ambasciatore, possiamo affermarlo con chiarezza: quel sistema è in crisi strutturale, e l’idea stessa di sovranità nazionale, per come la intendevamo, è stata svuotata di significato.
Ha ragione il diplomatico americano. E noi europei siamo la prova provata di questa analisi. La globalizzazione ha ridotto il margine di manovra degli Stati in maniera drastica. I Paesi emergenti si sono ritrovati esposti alla volatilità dei mercati finanziari globali, soggetti a flussi di capitale speculativo che rendono instabili le loro valute e dipendenti dalla politica monetaria americana. Allo stesso tempo, i Paesi avanzati hanno dovuto fare i conti con una crescente difficoltà a sostenere i modelli di welfare che garantivano coesione sociale. Le filiere produttive, spezzettate e distribuite su scala planetaria, hanno reso il commercio internazionale una questione interna alle grandi multinazionali, più che un affare tra Stati. Le leve della politica economica si sono via via spuntate, mentre la legittimità delle istituzioni nazionali ha cominciato a vacillare.
Non sorprende, quindi, (come scrive bene sul Corriere della Sera Lucrezia Reichlin) che si guardi con nostalgia al periodo della cosiddetta "grande moderazione", quella lunga fase di apparente stabilità che va dalla metà degli anni Ottanta al crollo finanziario del 2008. Ma è una nostalgia malriposta: proprio quel regime economico – fondato sulla deregulation, sull’illusione dell’autoregolazione dei mercati e sulla crescente diseguaglianza – ha generato gli squilibri che hanno portato al suo stesso collasso.
La crisi del 2008 non ha solo rivelato la fragilità del sistema, ma ha anche aperto la strada a una nuova stagione politica. La Cina di Xi Jinping ha risposto con un nazionalismo assertivo, abbandonando l’idea che la propria crescita potesse poggiare esclusivamente sul paradigma occidentale della globalizzazione. Gli Stati Uniti, prima con Trump e poi con Biden – sebbene con stili profondamente diversi – hanno imboccato una traiettoria simile, riorientando la politica economica verso un protezionismo strategico. È tornata in auge la logica del potere, della forza negoziale, della pressione economica come strumento geopolitico.
Siamo così entrati in un’epoca ibrida, che mescola elementi del passato con dinamiche del tutto nuove. Non è un ritorno agli imperi ottocenteschi, né una riedizione del sistema di Stati sovrani della Guerra Fredda. Oggi il mondo è dominato da due superpotenze – Stati Uniti e Cina – e da aggregazioni regionali come l’Unione Europea, che però faticano a trovare un’identità comune e una voce unica. Sul piano economico, la globalizzazione continua ad avanzare, incurante delle frontiere politiche; sul piano politico, invece, assistiamo a un nazionalismo reinventato, che si veste da difesa dell’interesse nazionale ma rischia di trasformarsi in isolamento sterile.
In questo contesto, il nazionalismo classico non solo è inefficace, ma anche pericoloso. Illudersi di poter tornare a una piena sovranità nazionale, come se fosse possibile sfilarsi dalla ragnatela delle interdipendenze globali, significa preparare il terreno a nuove crisi. Per un Paese come l’Italia, medio in termini di potenza economica e demografica ma strategico per posizione geografica e appartenenza storica al progetto europeo, la sola via percorribile è quella dell’integrazione rafforzata. Non si tratta di abdicare alla sovranità, ma di ridefinirla: in un mondo dominato da giganti, la sovranità nazionale si esercita efficacemente solo attraverso la sovranità condivisa.
Il progetto europeo, però, non può più permettersi ambiguità. L’Unione Europea deve uscire dalla paralisi decisionale imposta dalla regola dell’unanimità e affrontare le sfide del presente con strumenti nuovi: politica industriale comune, difesa integrata, autonomia strategica in campo tecnologico ed energetico. Non è un sogno federalista, ma una necessità concreta per evitare che l’Europa venga stritolata nella competizione tra potenze. L’Italia può e deve giocare un ruolo guida in questo processo, non solo per difendere i propri interessi, ma per dare forma a un nuovo equilibrio globale fondato sulla cooperazione e sulla responsabilità condivisa.
Il tempo della neutralità è finito. Davanti alla frattura dell’ordine internazionale e al riemergere di logiche di potenza, non possiamo più permetterci l’inazione o il rimpianto di un passato idealizzato. Serve coraggio politico, visione strategica e volontà di cambiare le regole del gioco. L’alternativa è l’irrilevanza.
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