A più di dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, è attesa oggi, 28 settembre, a Roma la sentenza del processo a carico dei quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani accusati per il sequestro, le torture e l'omicidio del ricercatore italiano.
Davanti alla prima Corte d'Assise di Roma sono imputati Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. I quattro non hanno partecipato al processo e risultano irreperibili.
La richiesta più pesante formulata dalla Procura riguarda Sharif, indicato dall'accusa come colui che avrebbe materialmente ucciso Regeni: per lui il pm Sergio Colaiocco ha chiesto l'ergastolo. Per gli altri tre imputati la richiesta è di 17 anni e sei mesi di reclusione.
La Presidenza del Consiglio dei ministri, rappresentata dall'Avvocatura dello Stato, ha inoltre avanzato nei confronti degli imputati una richiesta di risarcimento pari a due milioni di euro.
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Nell'aula di piazzale Clodio sono presenti i genitori e la sorella del ricercatore. A parlare prima della sentenza è stata Alessandra Ballerini, avvocata della famiglia Regeni, che ha ricordato le difficoltà incontrate durante il lungo percorso giudiziario.
«In pochi avrebbero scommesso che saremmo arrivati a un processo e poi a una sentenza. Questa è già una vittoria ma non ci accontentiamo», ha dichiarato la legale, ringraziando quanti in questi anni hanno mantenuto alta l'attenzione sul caso.
Ballerini ha accusato le autorità egiziane di avere ostacolato il procedimento e ha sottolineato la determinazione della famiglia nel proseguire la propria battaglia giudiziaria. Interpellata sulla recente visita in Egitto del ministro degli Esteri Antonio Tajani e sul suo incontro con il presidente Abdel Fattah al-Sisi, l'avvocata ha richiamato il principio costituzionale della separazione dei poteri.
All'esterno del tribunale è presente anche la segretaria del Partito democratico Elly Schlein.
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Nella requisitoria dello scorso giugno, il pm Colaiocco ha sostenuto che l'impianto accusatorio sia fondato su prove documentali e dichiarative, elementi tecnico-scientifici e riscontri sottoposti alla verifica del dibattimento.
Secondo la Procura, Regeni sarebbe finito nel mirino degli apparati egiziani a causa di quella che gli inquirenti italiani definiscono una «errata percezione di attività di intelligence ostile».
In questa ricostruzione, il sequestro e le torture sarebbero stati utilizzati per ottenere dal ricercatore informazioni che non era in grado di fornire. Per l'accusa, ciascuno dei quattro imputati avrebbe avuto un ruolo specifico nella vicenda.
I magistrati romani hanno inoltre accusato le autorità egiziane di non avere collaborato adeguatamente con la giustizia italiana e di avere fornito ricostruzioni ritenute false o fuorvianti. Si tratta della posizione sostenuta dall'accusa nel processo.
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Di segno opposto la ricostruzione dei difensori dei quattro imputati. Secondo le difese, Regeni non sarebbe stato sequestrato da appartenenti alla National Security egiziana.
I legali hanno sostenuto che dietro il delitto potrebbero esserci stati gruppi terroristici attivi in Egitto in quel periodo, con l'obiettivo di danneggiare anche gli interessi e la politica energetica italiana. Una tesi che contrasta radicalmente con quella presentata dalla Procura.
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Giulio Regeni, nato a Trieste il 15 gennaio 1988, aveva 28 anni e si trovava al Cairo per il suo dottorato all'Università di Cambridge. La sua ricerca riguardava il mondo del lavoro e i sindacati indipendenti egiziani.
Di lui si persero le tracce il 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione egiziana, dopo che aveva lasciato la propria abitazione diretto verso il centro del Cairo.
Il 3 febbraio il suo corpo fu ritrovato lungo una strada tra il Cairo e Giza. Presentava numerosi segni di violenza e tortura.
Da quel momento prese avvio una lunga indagine della magistratura italiana. Nel corso degli anni le autorità egiziane avanzarono diverse ricostruzioni alternative sulla morte del ricercatore. La vicenda arrivò fino all'uccisione, nel marzo 2016, di cinque persone indicate inizialmente in Egitto come possibili responsabili del delitto, ricostruzione che non è stata accolta dagli investigatori italiani.
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